[Cronaca] Haiti’s Voodoo Nights – 13

Trentasei ore dopo, il Branco è pronto a partire, di nuovo, per raggiungere i rilievi a Sud-Ovest dell’isola, all’inseguimento di Fandango e dei soldati che sono partiti prima di noi.
Purtroppo le ferite riportate da me e da Ian sono risultate un po’ più gravi del previsto, ma niente di irreparabile. Il ritrovamento di Ivan, anche se parziale, se così si può dire, ha risollevato il morale del Branco.
Così, due ore dopo il tramonto, partiamo con le jeep, ripercorrendo parte della strada già seguita due notti prima, solo che questa volta proseguiamo oltre casa di Xavier e ci allontaniamo dal luogo in cui ormai non ci sarà più il campo di Schneider.
La notte è ventosa e fresca, piuttosto buia, a dire il vero; mentre raggiungiamo il punto d’incontro con il resto del gruppo, sento Mario intento ad insegnare a Braden alcune canzoncine per bambini, quelle che i genitori di solito inculcano ai figli per tenerli buoni durante un lungo viaggio. E Braden, purtroppo, impara fin troppo velocemente quelle sciocche frasi rimate.
Quando le jeep rallentano, fino a fermarsi, davanti a noi si estende una fitta boscaglia, oltre la quale una rupe si alza sopra al bosco e su di essa una vecchia e cadente magione apparentemente abbandonata domina il paesaggio. Un’insana nebbiolina ci avvolge dapprima i piedi, mentre prendiamo a camminare verso la magione, sulle tracce di Fandango che, secondo alcuni soldati arrivati in giornata, si è diretto nel bosco da solo.
Incosciente. Sembra pensare di poter fare tutto da solo, oltre al fatto che così non sembra aver alcun riguardo per la sua carica di Ductus, ma d’altra parte non per nulla sto accarezzando l’idea di eleggere un nuovo Ductus.
Ovviamente la mia scelta sarebbe Selene, ma purtroppo il Sabbat ha delle leggi e dei regolamenti da rispettare e comunque non è luogo né momento per preoccuparsi di questa questione.
Il canto degli uccelli notturni, il loro sbattere di ali improvviso mi mettono in ansia, mentre avanziamo su per il sentiero, verso la magione. La nebbia, insolitamente gelida, si arrampica su di noi, aderendoci addosso in modo fastidioso, fino a quando non perdiamo il contatto visivo l’uno dell’altro. Selene ed io ci teniamo per mano, lei vede meglio di me col buio, ma io mi so muovere meglio di lei, quando a impedire la vista è la nebbia. Gli altri non sembrano provare la stessa fiducia nelle mie capacità e prendersi per mano, poi… è roba da femminucce. O da bambini, Mi accorgo solo quando la nebbia cala a vista d’occhio che Braden ha preso la mano di Selene. Davanti a noi il sentiero si divide in due direzioni. Uno prosegue per un appezzamento di terra brullo, pieno di sassi e macabre croci di legno. L’altro sale verso la cima dell’altopiano, verso la vecchia e fatiscente magione. Mentre saliamo per il sentiero, sentiamo dei passi pesanti provenire di corsa dalle nostre spalle e dopo qualche istante la vegetazione prende a muoversi in modo inconsulto. Per un attimo siamo tutti impegnati ad osservare in quella direzione con gli occhi dilatati, già pronti a scattare per difenderci, quando vediamo sbucare Ian in modo alquanto buffo. Saltellando per liberarsi di alcuni viticci che sembrano non volerlo lasciare andare. Appare piuttosto preoccupato, mentre si avvicina di mezza corsa, togliendosi alcune foglie dai vestiti e dai capelli, borbottando mentre cerca di riprendere la dignità che in momento solo ha perso.
«Oh, c’era cappuccetto rosso la…» sembra alquanto fuori di se, ridicolmente fuori di se.
Un sorriso ironico si distende sulle mia labbra, scuoto il capo
«Ma chi ti sei bevuto prima di partire?» lo osservo, mentre sgrana gli occhi ed indica dietro se con i pollici delle due mani superiori, mentre le altre due si puntano sui fianchi.
«Era la, ti dico. C’era cappuccetto rosso, mi ha anche detto che è pericoloso girare in quel bosco.»
Con un cenno del capo annuisco appena, rinunciando a capirci qualcosa. Incrocio le braccia al petto e osservo i miei compagni.
«Ok, dopo cappuccetto rosso, chissà cosa ci aspetta la in cima… Ian, hai visto Mario e Xavier mentre venivi qui?» lo zanzarone scuote il capo, dando in un’alzata di spalle, accingendosi ad avviarsi per il sentiero che sale alla casa senza ulteriori commenti.
Ci avviamo su, seguendo il grosso Gangrel, salendo senza fatica per la stradina fangosa. D’un tratto una voce m’invade la mente.
Madamoiselle Samara.
La voce di Xavier mi rimbomba nel cervello
Non si spaventi, sono Xavier. Volevo avvisarla di fare attenzione, qualcosa non mi torna… Ci sono molte presenze fatate e percepisco qualcosa di simile a noi provenire dalla villa. Mario ed io stiamo controllando dietro all’altopiano, qui c’è un altro sentiero che porta al lago di cui vi ha parlato Fandango.
Rimango ad ascoltare allibita dalla facilità con cui Xavier s’è infilato nella mia testa e in quella degli altri. Non fatico a capire che ha fatto lo stesso anche con gli altri, mi basta guardare le loro espressioni. Ian e Selene sembrano infastiditi, mentre Braden si guarda attorno come se cercasse la fonte della voce, incredulo. Annuisco, dando in una stretta di spalle, in che modo potrei rispondere a quel pensiero?
Basta pensare, Madamoiselle.
Rimango piuttosto sorpresa dalla risposta che ricevo. Quella capacità di Xavier mi procura non pochi pensieri, che si accavallano l’uno sull’altro e non tutti devono essere sentiti da quello sconosciuto che condivide il corpo con Ivan.
Non preoccuparti, Sammy, basta un minimo sforzo di volontà e la testa di Xavier rimane fuori dalla tua.
Era ironia quella? Si, la voce di Ivan è percorsa da note divertite, come se il guazzabuglio d’idee nella mia testa bastasse a confermare le sue ipotesi.
Scuoto il capo, quindi indico il sentiero principale al Branco.
«Non importa se questo posto puzza fate, elfi o che so io, dobbiamo andare a vedere in quella casa. Muoviamoci.»
Il Branco sembra non aver voglia di controbattere. Probabilmente non sono l’unica preoccupata dalla scoperta di questo potere di Xavier.
Disciplina.
Sento ribattere, rimanendo di nuovo perplessa e rallentando il passo per qualche attimo.
Disciplina. Dominio di se, padronanza dei propri istinti. Uno dei miei istinti dominato e soggiogato, mi porta a cercare e trovare, con una certa facilità, i pensieri altrui.
Annuisco tra me e non mi curo degli sguardi degli altri, sebbene sia strano il mio comportamento, non penso che mi prenderanno per matta, visto che anche loro possono sentire la voce di Ivan che mi spiega questa cosa, questa… disciplina. Senza accorgermene, arrivo sul pianoro, poco distante dalla casa.
Tutto ha un aspetto così lugubre e desolato che mi sembra strano che dei fatati abbiano deciso di metter su casa da queste parti.
La cosa più inquietante è la figura di un umano sulla soglia della villa. Lancio un’occhiata a Ian, poi a Selene, ma Braden non è li con noi.
Quando torno ad osservare l’uomo sulla soglia, vedo il Gangrel che corre in quella direzione tutto d’un fiato, ed a pochi istanti dalla collisione con quell’umano, rallenta e gli salta letteralmente in braccio.
«Roland! Che bello rivederti!»
Rimango di sasso, sono sicura che mi si legge in faccia che sono sorpresa.
Roland, l’uomo sulla soglia, abbraccia Braden; non sembra vacillare sotto alla spinta ed al peso del Gangrel, cosa che m’induce a pensare che sia uno dei nostri. Ma la voce di Ivan interrompe la mia linea di pensieri.
Non è un vampiro. È antico, è tranquillo, ma non è un vampiro. Deve essere un Gohul di qualcuno…
Ah, già, mi dimenticavo che era in ascolto.
«Va bene…» senza accorgermene parlo a mezza voce, come se, invece di rispondere a un pensiero, avessi risposto al telefono. «Andiamo ragazzi, è ora di cominciare a capirci qualcosa su ‘sto posto.»
Nel mentre Braden, rimessi i piedi a terra, si sbraccia verso di noi, come farebbe un bambino.
«Venite, venite, è Roland! Roland c’è anche la nonna?»
Mentre ci avviciniamo scorgo meglio la figura alla luce fioca che esce dalla casa.
Sembra un maggiordomo d’altri tempi, indossa un abito giacca e pantaloni dal taglio demodè ed una camicia bianca i cui polsini ed il cui collo, in pizzo, escono dalla giacca a coda di rondine.
Non riesco ad osservare altri dettagli, con così poca luce, tuttavia mi accorgo che sta sorridendo con fare affettuoso.
«Si, certo signorino, venga la accompagno da sua nonna.» sorride e si, quello che vedo è proprio affetto.
Braden ci prende per mano, me e Selene, non oserebbe mai farlo con Ian, e comincia a trascinarci verso l’interno della villa, ma a salvarci dal gong è il cellulare che suona.
Piuttosto perplessa, costringo Braden a lasciarmi per poter rispondere. Osservo il display e ciò che leggo non mi conforta molto.
«Voi entrate, arrivo subito.»
Il cellulare insiste nel suo sono quasi fastidioso, mentre gli altri entrano nella villa. Il nome sul display non direbbe nulla a nessuno. “Dad”, papà.
Mi concentro, cercando di lasciare fuori dalla mia testa i pensieri di Xavier e Ivan. Non voglio che sentano quel che sto per dire.
«Pronto.»
«Buona sera Samara.» la sua voce mi risulta composta come non mai.
Mi guardo attorno, allontanandomi dall’ingresso della villa.
«Che cosa vuole ora? Ha avuto l’occasione di parlare con me, l’ha sprecata.» mantengo la voce bassa e devo ricordarmi controllare i miei pensieri.
«Samara non se la prenda per favore. Schneider non sapeva che lei era il nostro contatto.»
Sono stanca di farmi prendere per il culo da questo individuo. Meglio puntare subito al sodo.
«Senta Del Duca, piantiamola con i giochetti. C’è per caso qualcosa che non so ma dovrei sapere?»
Un attimo di silenzio, sembra che il nostro contatto stia tentennando.
«Si, andatevene subito da quella villa.»
Click. Poi il suono ripetitivo che segnala il telefono staccato mi risuona nelle orecchie.
Sono stanca, tremendamente stanca di quest’uomo e delle sue mezze informazioni. Ma soprattutto sono stanca di eseguire ordini per i quali non ricevo spiegazioni.
Dovrei andarmene? Nemmeno per sogno.
E con una nuova decisione mi avvio verso la casa per poter entrare.
Ma probabilmente il fato è contro di me, qualcosa non vuole veramente che io varchi la soglia di quella casa, perché dalle mie spalle mi arriva un richiamo sommesso.
Inutile cercarlo con lo sguardo, mi avvicino al bordo del pianoro e guardo giù. Fandango è appeso li, e si guarda attorno furtivo mentre si solleva per potersi arrampicare fino a me.
«Fandango.» incrocio le braccia al petto e lo osservo intento in quell’esercizio «Grazie per averci aspettati. Grazie anche per averci aiutati all’accampamento di Schneider. Ah, si, Grazie anche di essere qui stanotte.» ovvio che lo sto prendendo per il culo.
Mossa pericolosa, la mia. Lo vedo bene che lo sto provocando.
«Samara, piantala di rompere, ok? Qui attorno è un casino, ci sono zombie e fatine dappertutto, i soldati sono dovuti rimanere giù al paese, più di così non riescono ad avvicinarsi, sembra che impazziscano.» il suo tono è nervoso, mi stupisco del suo mancato autocontrollo.
«Fan, non me ne frega niente dei soldati. Sembra che qui abiti la nonna di Braden. Per non parlare del fatto che probabilmente il gruppo di Schneider ci ha seguiti.»
Osservo Fandango scuotere la testa ed accennare un sorriso, mentre si spolvera la mimetica, prima d’incamminarsi verso la casa.
«Samara, Samara… come se non sapessi che se ci hanno seguiti è solo colpa vostra.» quel tono non mi piace per niente, presagisce che Fandango abbia scoperto qualcosa su Selene e me. E ciò non è buono.
«No, Fan, questa volta proprio non è colpa nostra.» rispondo, fredda e rigida, in effetti quella è la pura verità. Del Duca questa volta ha fatto proprio tutto da solo.
La mancanza di atteggiamenti umani mi priva della possibilità di un sospiro, ma questo non m’impedisce di incamminarmi piuttosto nervosamente verso la soglia, dove Roland s’è affacciato di nuovo, in attesa di accompagnarci dalla sua padrona.

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