[Cronaca] Haiti’s Voodoo Nights – 12

Non si ha cognizione del tempo, quando le ferite ti lacerano così tanto da mandarti in torpore. Senti solo il sangue scorrere nelle vene e solidificarsi per riparare lentamente ciò che è stato lacerato, tagliato o spezzato. Quando sentii un fresco rivolo di sangue nuovo scivolare tra le mie labbra avviarsi verso le ferite cominciando quel lento cammino di guarigione, il terrore che quel sangue sgorgasse dai tagli e mi abbandonasse senza rimarginarli mi spinse a cercare di riemergere da quel sonno forzato.
Quando sbatto le palpebre mi accorgo di essere seduta in macchina. La Jeep va veloce, l’andatura è liscia, segno che siamo usciti dal bosco.
«Sta tornando, basta adesso Braden…» la voce di Mario mi sembra soffice, mentre sento un rivolo bagnaticcio scivolare fuori dalle mie labbra ed avviarsi sul collo. Con un gemito sollevo il capo abbandonato pesantemente all’indietro e con le dita, di nuovo libere dai guanti di lattice, fermo quel rivolo, succhiando il liquido dolciastro traendone estremo piacere.
Braden è accanto a me, tiene una sacca di plasma in mano e mi guarda con quei suoi occhioni grandi e neri da cucciolo smarrito.
«Sammy! Stai bene!» l’esclamazione mi fa sorridere, come anche l’abbraccio del giovane Gangrel, che corrispondo per un solo momento, prima di prendere a tossire, piegandomi su me stessa.
«Sto… sto bene Braden, ci vuole ben altro per fermi fuori.» non riesco a togliermi dal viso quella smorfia di dolore che sento torcermi le labbra e aggrottarmi la fronte. Abbasso lo sguardo sul petto e quel che vedo risulta incoraggiante.
La giacca militare e la maglietta sono lacerate ed imbrattate di sangue, ma la pelle sotto di esse è intatta. Sento dentro di me i tessuti ancora lacerati, ma il fatto di non aver perso qualche pezzo mi conforta. Almeno ho ancora tutte le parti originali.
«Lo so, Sammy, ma mi hai fatto prendere una paura…» Braden abbassa il capo e solo allora mi rendo conto che il suo pelo è arruffato e impiastricciato di sangue.
Sbatto le palpebre osservandolo fissamente.
«Pelo?» non mi accorgo di aver mormorato a mezza voce se non quando Braden alza lo sguardo e dà in una stretta di spalle.
Mario, l’unico sul sedile davanti, guida la Jeep con scioltezza, lanciando qualche occhiata dietro di tanto in tanto.
«Gli altri?» non ho bisogno della risposta, in realtà, poiché sollevandomi faticosamente sul sedile scorgo l’altra auto davanti a noi su cui conto le teste del resto del branco.
«Stanno bene, qualche taglio, qualche graffio… niente che non possa guarire entro domani notte.» la voce di Mario risuona tranquilla, quasi indifferente.
Sto per abbandonarmi di nuovo sul sedile quando una fitta lancinante mi trapassa la testa. Un grido esce dalle mia labbra e rischio anche di mordermi la lingua, stordita per un momento.
«Ci stanno seguendo.» la voce di Mario è fredda, ma in essa percepisco il gelo della morte. Sembra arrabbiato.
Mi volgo ad osservare e vedo un fanale seguirci a distanza.
Sembra che il pilota di quella moto sappia che lo sto guardando, perché d’improvviso la moto accelera, raggiungendoci.
Individuo due occhi verdi e lunghi e fluenti capelli castani. Una voce tanto acuta da sembrare quella di una folle mi percuote il cervello e le orecchie.
«Amuhi è mio! Non te lo lascerò mai!» ringhia quella sconosciuta, mostrando le zanne acuminate «Amuhi è mio, capitooooo!» ed una risata sguaiata ed acuta esce da quelle labbra carnose che si allargano in modo disumano.
A quel nome, un viso familiare, contornato da una luce rosea e calda, si riaffaccia alla mia memoria.

Amuhi.

Senza rendermene conto sto stringendo con forza le piastrine che porto al collo tra le dita, rischiando di spezzarne il metallo.
La furia mi acceca. Poso una mano sulla spalla di Mario.
«Non farla passare.» perentorio il mio ordine, tanto da non essermi accorta di aver usato le mie naturali doti persuasive per darlo.
Mario sbanda, cercando di colpire la motociclista, ma la donna se la cava a guidare quell’affare. La moto sbanda per l’improvvisa accelerata, ma dopo pochi istanti lei è davanti a noi. Prendo il cellulare e premo il tasto di chiamata rapida.
Non perdo tempo a guardare il nome di Selene brillare sul display.
«Si? Come stai?» la voce di Selene arriva gracchiante.
«Fermate quella moto a qualsiasi costo.» e riattacco immediatamente.
Mario accelera, Ian, alla guida dell’altra Jeep sbanda e frena. La moto si schianta con un rumore assordante di lamiere contorte contro la Jeep di Ian, che non ha problemi a mantenerne il controllo.
Mario frena prontamente, tra il fumo ed il cigolio disperato delle ruote e così fa anche Ian subito davanti a noi, trascinando con se la moto che accartocciata che produce una scia di scintille rosse.
Il corpo della motociclista è volato letteralmente via, strusciando sull’asfalto per diversi metri, ma non me ne preoccupo, è una vampira, non morirà certo per ferite come queste.
Scendo dalla Jeep un po’ impacciata e mi dirigo verso quel corpo inerme. Sento dei gemiti provenire dalla donna distesa scompostamente al suolo. L’odore del sangue delle sue ferite mi solletica le narici. Un’altra fitta lancinante al capo e la donna a terra comincia a muoversi convulsamente urlando il nome di Amuhi.
Le mani di Selene mi sorreggono, ma le scosto da me, mentre mi lascio cadere al suolo sulla figura che smette di urlare e prende a piagnucolare.
«Perché Amuhi? Perché non sei rimasto con me?» per quanto la mia natura di vampira mi abbia tolto la maggior parte delle capacità emotive, quel piagnucolare mi irrita, soprattutto sulle labbra di una perfetta sconosciuta che non ha diritto di rubarmi i ricordi, anche se sbiaditi, di quando ero umana.
La afferro per il bavero della giacca di pelle che indossa, scuotendola con forza.
«Chi cazzo sei eh?? Come fai a conoscere Amuhi! Avanti sputa!» mi sento pervasa di rabbia, sollevo la mano e la colpisco sul viso con uno schiaffone.
La donna solleva lo sguardo nel mio. Lacrime rosse di sangue le scivolano lungo le guance.
Mi rivedo in lei, per un attimo, quella prima notte in cui seppi che Amuhi non c’era più. Avevo pianto tutte le mie lacrime di sangue, fino a lasciare che la fame rossa prendesse il sopravvento su di me.
Quella donna stava facendo lo stesso. La scuoto ancora.
«Io ho pianto per Amuhi! Io, non tu! Amuhi era mio, capito?» le ringhio in viso, gettandola poi via, sull’asfalto, come un sacco d’immondizia.
Mi alzo e quando mi giro, dietro di me vedo il branco attonito a fissarmi. Fingo disinteresse ed indico la donna al suolo con un cenno.
«Ammazzatela.» m’incammino verso la Jeep, barcollante e stanca.
«Ma Sammy, aspetta…» la voce di Ian arriva titubante. Rimango sorpresa di sentire proprio la sua voce protestare. Mi giro per poter puntare lo sguardo su di lui che sembra rimpicciolirsi.
Poi osservo Mario. E’ teso, immobile come una statua. Non so come ne perché, ma so che è arrabbiato. Non quanto me, forse, ma lo è. Gli indico la donna al suolo.
«Ammazzala.» perentoria, anche se so che non riceverò certo proteste da lui non voglio che quel mio ordine venga preso alla leggera.
Mi sento stanca, mentre torno in auto, stanca e svuotata come un vampiro difficilmente potrebbe essere.
Sento le voci degli altri parlottare, sento la risata isterica di quella vampira sconosciuta, che sembra essermi entrata nella testa ed aver letto ogni mio pensiero.
Il bagliore della lama di Mario attira il mio sguardo.
Poi la risata si spegne e dopo pochi minuti li vedo allontanarsi da quello che ormai è solo un fagotto di stracci.
Ian caccia con un calcio la moto ormai ridotta ad un rottame verso il ciglio della strada, con la stessa fatica che farebbe se fosse il giocattolo di plastica di un bambino, per poi risalire sulla Jeep.
Mentre le macchine ripartono per riportarci al rifugio i miei occhi si soffermano di nuovo sul fagotto inerme in mezzo alla strada, ritrovandomi a desiderare per quella creatura il dolore eterno.
«Così troveresti la via per giungere al fianco di Lilith, la Madre Oscura.» mormoro a mezza voce, senza rendermi conto dello sguardo preoccupato e spaventato del piccolo Braden.

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