[STORIE] La bambola del Serpente – Capitolo 1

Scritto da Shekinah

Non lo so quando accadde, ma una notte mi accorsi che non potevo continuare a limitarmi a vivere nel ricordo.
Un’eternità è lunga a trascorrere, figuriamoci se avessi dovuto passarla veramente continuando a contemplare il passato.
Ciò che ero ed avevo quando ero umana.
Ero in una camera di motel di terz’ordine, seduta davanti ad uno di quegli specchi ovali, che s’inclinano con il semplice tocco di un dito.
Carezzavo i miei morbidi capelli del colore della cioccolata fondente, che incorniciavano il mio bel viso dai tratti marcati e dalla pelle ambrata.
Mi erano rimasti occhi dolci, ma l’iride, un tempo talmente nera da confondersi con la pupilla, ora era d’un verde chiaro come l’erba fresca ed incorniciava un piccolo spicchio verticale che si restringeva in una fessura quasi invisibile quando la luce diveniva più forte e diretta.
Mi ritrovai ad osservarmi come se stessi osservando una bambola di ceramica.
Tra la mia gente, nell’isola di Haiti, non ero mai spiccata per bellezza, la mia pelle era troppo chiara, come i miei capelli castani, forse dipendevano dai geni di mio padre. Ma non l’ho mai conosciuto, erano tempi di guerra, quelli, e lui era un militare americano tra tanti.
Per il mio Sire, Jack, ero invece una bambola seduta su un tappeto ai piedi d’un letto, dove lui s’era coricato per dormire.
Il mio Sire… che strana parola.
Ciò che provavo per Jack non era il rispetto che si deve ad un sovrano, era più una sorta d’affetto.
Ho sempre saputo che anche quella sensazione era dovuta solo al legame di sangue che ci univa, al sangue che ci eravamo scambiati quando lui mi aveva tolto la vita e mi aveva ridato questa maledizione, una specie di non-vita. Io ero la sua creatura e lui il mio mentore.
Mi aveva salvato da un uragano quando avevo 21 anni ed ora, che di anni ne erano passati già più di venti io avevo lo stesso identico aspetto d’allora.
Se si esclude quel piccolo particolare degli occhi ed una insolita deformazione della lingua.
La mia lingua si stava allungando e l’estremità si stava dividendo in due punte sottili.
Stavo assumendo tutti i tratti tipici della stirpe, del clan, del mio Sire… di Jack.
Lui mi aveva salvata, ma mi aveva fatta diventare un animale a sangue freddo. In tutti i sensi.
Continuai a carezzarmi i capelli con le dita, mentre l’alba si faceva sempre più vicina.
Nonostante sentissi il sole salire all’orizzonte senza poterlo vedere, celato per bene dietro le rozze tende di tela spessa, non volevo cedere al freddo sonno del giorno come invece aveva fatto Jack.
Lui se ne stava li fermo, immobile, freddo ed apparentemente morto.
Io rifiutavo ancora di essere così inerme, eppure non potevo certo dire di aver vissuto in quei vent’anni accanto a lui.
Fredda e cinica, mi avevano definita, quando, dopo una caccia, lasciavo cadere la mia povera vittima agonizzante al suolo senza degnarla di uno sguardo, ma io non comprendevo quella definizione perchè mi muovevo per riflesso, mentre il mio sguardo era rivolto nella mia mente dove ero ancora la giovane bokor di Port De Pais, quella che ballava vestita solo della sua pelle e dei fiori che ne adornavano i fianchi; danzare per i Loa nelle radure attorno al villaggio ed insegnare l’antica arte del voodoo alle altre giovani.
Ero diversa da tutti coloro che mi circondavano, eppure ero la più dotata bokor che mama Noemi avesse mai conosciuto ed allevato. Ero potente, diceva che i Loa prima o poi avrebbero preteso la restituzione di tutto quel potere e mi avrebbero maledetta.
Beh, in un certo senso lo avevano fatto davvero.
Sospirai.
Quando lo feci, però, al contrario del solito, rimasi ad osservare lo specchio con gli occhi spalancati.
Perché lo avevo fatto se non potevo più respirare? Se nel mio corpo privo di vita l’aria entrava ed usciva intoccata?
Eppure lo avevo fatto e la cosa mi spaventava. Mi resi conto, allora, che stavo sbagliando, che avevo preso con troppa inerzia il mio nuovo stato.
Jack si sollevò dal letto ad osservarmi. Al contrario di quello che avevo pensato non stava dormendo, aveva solo finto per poter vedere cosa avrei fatto, se mi fossi svegliata. Lo osservai levarsi a sedere nello specchio. La sua pelle aveva un colorito verdognolo e sembrava squamosa, come quella di un serpente e si tirava sui muscoli ben delineati del suo petto, in un movimento elastico. Vidi la lingua biforcuta uscire repentinamente dalle sue labbra, rosee nonostante sapessi che aveva bisogno di sangue, come me, e che la notte dopo saremmo dovuti andare entrambi a caccia, se non avessimo voluto perdere il controllo e mangiarci a vicenda.
«Benvenuta, Samara.» mi aveva detto.
Aveva forse letto nei miei pensieri, ma quelle sue parole basse e calme, quel suo accenno di sorriso e quel suo allargare le braccia invitandomi ad un abbraccio paterno mi sembrarono le prime vere parole che avessi sentito da che ero mutata in quella creatura cui ora mi identificavo.
Vent’anni per comprendere che ero cambiata, che ora avevo il potere di sfuggire e sopravvivere ad un uragano come quello che aveva devastato il mio villaggio ed ucciso i miei cari.
Carezzai le medaglie militari che portavo al collo, sopra la camicia verde pallido di Jack che indossavo, poi mi levai in ginocchio e mi girai per salire sul letto. Mi accucciai contro il petto freddo ed immobile di Jack e lo abbracciai cingendone i fianchi e posandogli il capo sul cuore senza trovarvi il battito, ma anche in quella immobile e fredda condizione potevo percepire il nostro legame come se danzasse nell’aria. Mi carezzò il capo e mi parlò ancora, piano, quasi a non volermi disturbare, ma lui non lo faceva mai, lui non disturbava mai.
«Credimi Samara, ora che ti sei liberata della tua parte più umana sarà tutto più facile… sei potente, Sam, ma petit sorcière, con la tua intelligenza e con la tua volontà abbatterai qualsiasi muro, ne sono certo. Diventerai grande, grande davvero…» mormorava quelle parole con tono così quieto che quasi mi lasciai cullare da esse in uno stato di semi catalessi, stavo per lasciarmi morire al giorno, quando tutto sembrò impazzire, quando tutto sembrò precipitare.
Poi ad un tratto fui conscia del fragore della porta scalciata, del legno che cedeva con violenza, della maniglia che sbatteva sul muro. Della luce del sole che brillava in quel rettangolo che si era aperto violentemente sul mondo esterno. Sentii Jack gemere di dolore e stringersi attorno a me, protettivo, mentre io stessa cercavo il suo viso per nascondere la sua vista come lui stava nascondendo la mia. La luce ferisce i nostri occhi di serpente e ci lascia ciechi. Rimanemmo paralizzati in una posizione appallottolata per quei brevi istanti che servirono agli intrusi per gettarci coperte addosso come fossero reti e trascinarci fuori.
C’era caldo, c’era caldo, molto caldo. Non riuscii a far altro che portare le mani alla gola, mi sentii soffocare, sentii la pelle bruciare ed il cuore esplodere.
Riuscii solo ad emettere bassi mugolii di paura, ma nonostante quella sentii vicino a me la voce di Jack inveire in americano. Conosco qualche parola della sua lingua madre, ma in quel momento non riuscii a comprendere tutto quello che stava dicendo, la voce del mio Sire mi giungeva deformata dalla paura e dagli strati di stoffa in cui eravamo avvolti. Cercai di agitarmi per liberarmi, quando lo sentii urlare il mio nome, ma qualcosa mi urtò violentemente, forse un calcio. Un altro ancora mi colpì alla schiena, non sentii dolore, ma la smisi di agitarmi, bloccata dalla paura. Mi sentii trascinare, sentii l’urto di uno scalino dopo l’altro, mentre ci trascinavano giù dalla scala di legno del motel, il motore di un’auto o forse di un furgone. Avevo paura, troppa paura che quella coperta si aprisse e mi esponesse inerme alla luce del sole per poter pensare. Mi sollevarono, sentii un tonfo, poi anche io caddi su una superficie dura e vibrante. Il rumore di un portellone ed un paio di colpi secchi sulla lamiera ed il mezzo partì con una brusca manovra. Qualcosa si agitò accanto a me e quando la coperta venne slegata e districata dal mio corpo, scivolai fuori sibilando. La mia lingua improvvisamente schizzò fuori dalle mie labbra, minacciosa, mentre mi preparavo ad attaccare, ma mi trovai di fronte solo a Jack.
I suoi capelli biondicci erano spettinati, il suo viso teso per la paura, le pupille talmente dilatate da essere diventate quasi tonde.
Mi ci volle un attimo, ma tornai in me quando sentii le sua mani sul mio viso. D’istinto mi gettai ad abbracciarlo. La tentazione di lasciarmi andare al riposo diurno si fece d’improvviso forte, ma mi costrinsi a resistere.
Continuai a ripetermelo anche quando vidi Jack afflosciarsi contro la parete del furgone.
Cinsi le sue spalle e lo strinsi al mio fianco, attendendo che il furgone si fermasse. Rimasi terribilmente inerme, mentre attendevo che la notte calasse.
Passavano secondi, minuti, ore. Me li sentivo scorrere addosso e portarsi via la vitae che mi scorreva nelle vene, portarsi via pezzetto per pezzetto la mia forza e la mia sicurezza.
Il furgone si era fermato un paio di volte ma non avevo potuto azzardare nulla. Fuori c’era il sole e Jack non accennava a muoversi dalla sua posizione, nonostante i miei richiami insistenti.
La fame rossa, la mancanza di sangue fresco nelle vene, rischiava di sopraffarmi, ma dovevo badare a Jack, dovevo esser sicura che non gli accadesse nulla o me ne sarei pentita davvero per l’eternità.
Sempre che mi fosse concesso anche solo d’arrivare al tramonto.
Ad un tratto il furgone sembrò fermarsi definitivamente. Attesi, immobile, ma tutto rimase silenzioso e fermo. Sentivo la pressione del calore del sole affievolirsi, stava calando, era solo questione di minuti, non avrei più avuto paura di uscire da quel dannato furgone e uccidere tutti gli umani che avrei trovato sul mio cammino. Ma che parlava, in me, ormai era solo la rabbia. Ero troppo debole per fare qualsiasi cosa.
D’un tratto la mano di Jack si mosse, mi chinai a guardarlo e lo vidi sbattere rigidamente le palpebre accennandomi un sorriso con la sua aria strafottente.
«Non preoccuparti petit sorcière, ti proteggerò io ora.»
Mi detti della stupida subito dopo aver associato quella sua frase a ciò che avevo fatto..
Un vampiro che non dorma il giorno, la notte seguente non sarà mai al cento per cento delle sue possibilità ed io non mi ero ricordata la lezione, presa dal panico.
Jack sorrise di nuovo e lentamente si avvicinò a gattoni al portellone del furgone. Il sole stava lentamente, ma inesorabilmente calando, ancora poco e avremmo potuto uscire.
Eppure Jack non sembrò voler aspettare ancora, alzatosi in piedi dette una poderosa spallata ad uno dei due portelloni, che si scardinò con un rumore di lamiera strappata, facendolo finire fragorosamente al suolo.
«No!» mi raggomitolai, spaventata, aspettando che la luce rossa del sole entrasse e bruciasse entrambi, ma quella che entrò fu solo la luce giallastra di qualche neon. La stanchezza aveva alterato le mie percezioni, il mio orologio interno si era guastato e non mi ero accorta di quello che era accaduto nell’ultima ora. Mi sentivo sorda e cieca e questo mi rendeva vulnerabile, troppo vulnerabile per poter essere d’aiuto al mio Sire.
Chissà cos’altro non andava, ora in me.
Sollevai il capo e vidi Jack starsene immobile ad osservare fuori, oltre la zona illuminata. Strisciai verso di lui, finché potei vedere anche io.
Oltre il cerchio illuminato, se ne stavano assiepati in attesa degli uomini, tutti appostati con i loro fucili carichi e puntati su di noi. Avrei scommesso che in qualcuno c’era anche qualche dose di acqua santa, giusto per essere sicuri.
Erano solo umani, ma erano anche decisamente troppi, non potevamo fare niente. Se non scendere dal furgone e guardarci attorno.
Ci ritrovammo in un capannone molto ampio. Le pareti di cemento si chiudevano sopra di noi a diversi metri di altezza e poco distante da noi c’era un aeroplano privato, uno splendido nonché costosissimo Falcon 7x. Un aereo di super lusso. Uno degli umani, armato di fucile tanto quanto gli altri, sollevò la mano alla fronte, in un saluto militare verso il mio Sire, come a dimostrare di non esserci ostile.
«Colonnello Stone, siamo felici di averla ritrovata sano e salvo.»
Rimasi allibita a quel grado e a quel cognome che venne pronunciato con tanta disinvoltura. Jack ed io avevamo cercato per più di vent’anni di rimanere nell’ombra, nell’anonimato. Lui diceva che era per il nostro bene, avevo dunque pensato fosse solo per rispettare le leggi che lui mi aveva insegnato, quelle che regolavano l’esistenza di un vampiro nella società, invece ora scoprii che c’era molto di più dietro, che Jack non voleva sfuggire a dei semplici umani, ma probabilmente all’esercito stesso. Disertore, urlavano i miei sensi.
Vidi la schiena di Jack tendersi e la pelle del suo collo diventare squamosa e leggermente verdastra. Mi faceva rabbrividire quando faceva così. Dal canto mio non ero ancora capace di mutare la mia pelle, ero ancora troppo giovane come vampira. Così rimasi ad osservarlo, spostando la mia attenzione sul viso dell’umano, vidi la paura accendersi nei suoi occhi, ma invidiai il suo autocontrollo.
«Colonnello, dobbiamo riportarla in Italia, c’è bisogno di lei.»
«Ho forse qualche scelta?» Jack rispose con un sibilo e il soldato fece un passo di lato, come a volergli lasciare spazio per avvicinarsi alla scaletta dell’aereo, ma in realtà quel gesto gli era servito anche per potersi allontanare un po’ dal mio mentore. Lo temeva, eccome se lo temeva.
Quando Jack s’incamminò verso la scaletta non mi rivolse la sua attenzione, si aspettava che lo seguissi senza domande, senza nessuna lamentela, ed io non potei sottrarmi al desiderio di proteggerlo che mi spinse a fare un primo, incerto, passo avanti. Barcollai, non mi era facile concentrare l’attenzione su Jack davanti a me, la cui figura si sfocò per qualche istante. Questo diede tempo al soldato di frapporsi fra me e il mio Sire, gettandomi al suolo.
Il mio tonfo al suolo sembrò riecheggiare assieme al mio basso lamento. I miei riflessi erano rallentati dalla fatica e dalla fame, ma quelli di Jack no. Tornò sui suoi passi come un fulmine e quando riuscii a rimettermi in ginocchio, Jack stava sollevando l’umano per il colletto della tuta nera. Il tessuto mandò un leggero lamento, quella stoffa sembrava robusta, ma non abbastanza da reggere a lungo il peso dell’uomo che agitava appena i piedi alla ricerca del suolo di cui avevano perso il contatto. Gli occhi del mio sire divennero talmente stretti che nemmeno l’uomo che aveva davanti probabilmente sarebbe riuscito a vederne il colore dell’iride. Un tremito percorse il soldato e si espanse nel capannone, estendendosi anche agli altri soldati, le cui armi perdettero il bersaglio per diversi istanti.
«Signore, la sua presenza è richiesta in Italia, ogni altra persona o creatura coinvolta nel suo recupero deve essere eliminata. Sono gli ordini, signore.»
Jack lo scosse un po’ come fosse una bambola di pezza e con l’aria di non averlo nemmeno ascoltato.
«Non me ne frega un cazzo dei tuoi fottuti ordini, pivello, mia figlia viene con me. E se non la lasci salire su quel cesso di aereo giuro che vi ammazzo tutti. Intesi?» sollevò un sopracciglio e fissò l’umano in cagnesco, probabilmente stava pensando a quanto potrebbe essere buono da mangiare, ma arricciò il naso subito dopo. Quel gesto mi fece sorridere, probabilmente pensava che quell’umano fosse disgustoso.
Forse fu l’imponenza di Jack, forse il suo carisma, ma il soldato si ritrovò ad annuire, terrorizzato, così come tutti gli altri soldati che ci circondavano, forse nemmeno si erano accorti di quella smorfia fulminea.
«Allora ordina ai tuoi uomini di abbassare le armi. Aiutatela a salire a bordo, ha vegliato per tutto il giorno, ha bisogno di aiuto e cibo…»
L’umano spostò lo sguardo dal mio Sire a me, gli occhi sgranati. Mi osservava come fossi una creatura disumana. Beh, in effetti la ero e la sono tutt’ora, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di strano. Tornò ad osservare Jack, sembrava davvero sconvolto ora.
«Pensavo che non poteste rimanere svegli di giorno…»
Ancora una scossa violenta di Jack, portandosi poi il viso dell’umano vicino al suo e snudò i canini.
«Chi ha una forte volontà può riuscirci. Non l’ho scelta a caso. E adesso dai l’ordine.» la voce risuonò dalla sua gola talmente bassa che a stento riuscii a sentire le sue parole. Il soldato rimase immobile, colpito. Un’altra scrollata e finalmente sollevò una mano in un gesto di resa.
«Giù le armi.» indicò un soldato, a caso «Tu, aiutala a salire a bordo.»
Appena proferiti gli ordini Jack lo lasciò cadere come un sacco. L’umano tentennò, ma non cadde al suolo, si ricompose mentre osservava il suo compagno soccorrermi, aiutarmi ad alzarmi e condurmi dietro a Jack a passo lento ed incerto, fino alla scaletta dell’aereo. Solo quando fummo li, Jack mi prese per la vita, lasciando che il suo braccio sostituisse quello dell’umano, trascinandomi su per le scalette come fossi un sacco di piume.
L’aereo era uno di quegli affari extra lusso. Superato il corridoietto d’ingresso l’aereo si allargava. Un divanetto era posto lateralmente, in splendida pelle color beige, e fronteggiava un tavolino, che al tatto risultò freddo ed autentico marmo rosa, con relativa poltroncina girevole, anch’essa di pelle. Su quel piano, un notebook sembrava poggiato quasi distrattamente, chiuso; le sue spie lampeggiavano ad intermittenza, segno che l’apparecchio era in stand-by. Osservai quelle luci intermittenti e quella scatola con una certa diffidenza, mentre Jack mi trascinava più avanti, verso la fila di poltroncine fisse ed affiancate a due a due. Erano larghe e mi diedero l’impressione di essere più comode e morbide di quelle di un qualsiasi aereo. La pelle che le ricopriva sembrava invitarmi al riposo e quando Jack mi ci adagiò come fossi una bambola delicata, un piccolo schermo si accese nella parete di fronte a me. Una TV.
Jack sorrise nel vedere la mia perplessità, non ero abituata a questi lussi, conoscevo la tecnologia, Jack mi aveva insegnato cos’era un computer e come si usava, sapevo aggiustare la radio e la TV e sapevo far partire un auto senza le chiavi, ma nonostante questo, certe cose mi sorprendevano ancora. E poi non ero mai salita su un aereo prima d’ora.
Sullo schermo blu lampeggiò la scritta “Play?”.
Incurante di quella parola lampeggiante, affondai nella poltroncina che sembrò volermi abbracciare, tanto mi parve comoda, o forse fu solo il contrasto netto con la scomodità del furgone su cui avevamo viaggiato fin li a darmi quell’impressione.
Mentre mi accoccolavo, Jack allungò una mano a scostare i capelli dal mio viso con un gesto che gli umani definirebbero affettuoso, in realtà fu il nostro legame di sangue che lo indusse a preoccuparsi del mio aspetto talmente pallido da lasciar intravedere le malsane linee verdi dei miei vasi sanguigni, quasi la mia pelle fosse di carta, e dei miei occhi leggermente venati di rosso per la sete che di tanto in tanto saliva ad offuscarmi i pensieri.
«Sei stata brava Sam.» la sua voce bassa e carezzevole mi indusse a volgermi ad osservarlo. Stavo per obbiettare faticosamente a quella sua osservazione, ma lui premette l’indice sulle mia labbra, zittendomi e di li a qualche secondo comparve, da dietro una tendina posta poco più avanti, un uomo.
Oddio, uomo non era il termine corretto.
Lo sentii dall’odore che quello era un vampiro.
Aveva dei bei lineamenti marcati, occhi scuri e capelli spettinati. Giovane, nell’aspetto, ma potente. No, non antico, potente. Più vecchio di me sicuro, ma non di Jack.
L’uomo indossava con disinvoltura un elegante completo blu scuro con una camicia talmente bianca da infastidirmi lo sguardo, su cui spiccava una cravatta blu notte a piccole righe beige, talmente sottili che mi girò la testa quando mi ritrovai a fissarle, forse dipendeva dal fatto che ero debilitata.
L’uomo sorrise, almeno fino a quando non avanzò e finalmente poté scorgermi appallottolata sul sedile; il suo sorriso vacillò per un momento e lo sguardo si fece duro, posandosi su Jack.
«Non erano questi i miei ordini, colonnello Stone.» apparve secco e scostante, arrogante.
Si avvicinò, infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. Poteva sembrare un modello nella sua eleganza, non fosse stato per quel viso troppo squadrato e quelle labbra troppo sottili.
Jack non sembrò dar peso alle parole dell’uomo, solo lo osservò fisso. Non riuscii a leggergli in viso nulla e questo m’innervosì parecchio. Mi mossi sul sedile, tirando i piedi sulla poltroncina e cercando di raggomitolarmi di più, sentendo una pressante sensazione di disagio crescermi attorno.
L’arrogante uomo in blu sembrava nervoso tanto quanto me, ma lo nascose molto meglio.
«Colonnello, posso leggere le sue emozioni anche se lei le cela così bene sul suo viso. Si sta chiedendo chi sono e cosa voglio, anche se forse i suoi termini non sarebbero così educati come i miei.» con un gesto risoluto l’uomo ci sorpassò, andando a sedersi sulla poltroncina dietro la mia, accennando a Jack di accomodarglisi accanto. «Stiamo per decollare, colonnello, prometto che appena potremo slacciare le cinture di sicurezza le spiegherò cosa sta succedendo.»
Colsi l’ironia di quella sua frase e forse ci riuscì anche il mio sire, poiché lo sentii grugnire qualche cosa, prima di sedersi accanto a me.
«La cintura di sicurezza, colonnello.» gli ricordò l’uomo con voce bassa e affabile.
Jack emise uno sbuffo, accennando ad un sorriso divertito. Mi fece cenno di sedermi più compostamente e le sue mani allacciarono la mia cintura, mostrandomi come slacciarla e riallacciarla un paio di volte. Lo osservai con attenzione, annuendo appena, ma vidi che lui non si preoccupava minimamente di sistemarsi la cintura di sicurezza, in effetti per noi vampiri non dovrebbe essere poi così necessaria.
«Colonnello…» la voce dell’uomo giunse di nuovo dalle nostre spalle, come un avvertimento e di li a poco una donna in divisa uscì dalla stessa tenda da cui era comparso lo sconosciuto.
Sorrideva affabile nella sua divisa da hostess, con i capelli ramati che le scendevano sulle spalle in riccioli piuttosto rigidi, finti, forse tenuti fermi da chissà quanti quintali di lacca.
Ma la cosa che mi sconvolse di più fu accorgermi che ne odoravo il sangue fin da quella distanza. L’odore della vitae umana mi fece girare la testa ed il sangue mi salì agli occhi facendoli arrossare di più, rendendo probabilmente il mio sguardo palesemente famelico.
«Signori, se avete allacciato le cinture vado ad informare il capitano che possiamo decollare.» mi osservò mentre chinavo il capo per nascondere la mia reazione all’odore del suo sangue e probabilmente lo interpretò a modo suo «Signorina non si sente bene?» avvicinò una mano alla mia spalla ed io reagii d’impulso senza riuscire a fermarmi.
Levai il capo snudando i canini in un ringhio affamato, solo la prontezza di Jack impedirono alla mano della donna di arrivare alla portata della mia bocca e poi mi strinsero contro il sedile. Lo sentivo sussurrarmi qualcosa all’orecchio, senza riuscire a capire, troppo sconvolta dalla fame per badare a cosa stesse dicendo. La donna si allontanò allarmata, mentre lo sconosciuto vampiro si alzava per sospingerla verso la cabina di pilotaggio.
«Faccia decollare l’aereo, non si preoccupi.» sembrava gentile ed imperioso al tempo stesso e la hostess non poté protestare, ma quando scomparve dietro la tenda, lo sconosciuto si volse verso Jack ed il suo volto era deformato dall’ira «Tenga buono quell’animale, colonnello Stone, o le assicuro che non mi creerò problemi ad eliminarvi entrambi una volta per tutte.»
Quando l’odore si fece meno intenso riuscii a tornare in me e potei distinguere le parole di Jack.
«Sam, rimani con me, so che ce la puoi fare. Sam, sei abbastanza forte da non perdere il controllo. Sam, annuisci se mi capisci. Avanti, Sam, calmati, presto avrai di che sfamarti, resisti… Sam…» ogni poche parole di quella cantilena pronunciava il mio nome, come nel tentativo di riportarmi alla coscienza di me. Mi ci volle un po’ per ritrovare il controllo, ma infine riuscii ad annuire appena e questo sembrò bastare a far capire a Jack che ero tornata da lui.
Solo allora il mio sire si decise a sollevare lo sguardo su quel vampiro dalla puzza sotto al naso.
«Se siamo sacrificabili perché avete dispiegato così tante forze per riuscire a prenderci ancora vivi?» domanda strana, visto che in realtà non siamo propriamente vivi. Il cuore non ci batte in petto, se non vogliamo non inaliamo aria, se non vogliamo non mangiamo cibo comune, ma sangue, e solo se scorre caldo in un corpo vivo. Il vampiro levò le mano con un sogghigno divertito.
«Touchè, colonnello.»
Proprio in quel momento l’aereo cominciò a muoversi. Mi aggrappai al braccio di Jack spaventata, presa alla sprovvista. No, decisamente non avevo il pieno controllo di me, ora.
Jack tornò ad osservarmi, ma sembrava rassicurato dalla calma che mi lesse in viso, anche se riuscivo a mantenerla a stento. Staccò infine le mie dita una a una dal suo braccio, costringendomi ad afferrare invece il bracciolo della poltroncina.
Jack sembrava non accorgersi del movimento, come se quel lento rollio non lo infastidisse nemmeno, lo stesso sembrava valere per il parassita davanti a lui. Si, è proprio quella l’impressione che mi diede, quella del parassita, ma non perché vivesse del sangue degli umani…
Beh, non solo per quello, almeno.
«Il mio nome è Alessandro DelDuca, colonnello, e sono stato mandato qui dal Principe per assicurarmi che i suoi ordini venissero eseguiti alla lettera, ma a quanto pare gli ordini del Principe perdono di potere allontanandosi dalla sua presenza.» la voce dell’uomo apparve percorsa da una nota sarcastica, quasi volesse sottolineare quanto fosse impossibile disobbedire agli ordini di questo fantomatico Principe.
«Non sono più ai suoi ordini, mister DelDuca. Mi sono guadagnato la… pensione, con l’ultima guerra.» Jack sputò le parole come se fossero spine e il suo sguardo sottile rimase puntato su DelDuca con una certa irriverenza, ma non si aspettava certo la reazione della creatura che lo fronteggiava con alterigia. DelDuca rise, di una risata composta, fredda ma non per questo non sembrava sinceramente divertito.
«Colonnello, l’uragano ha finito il vostro lavoro, quindi lei in realtà non ha portato a termine la sua missione, vent’anni fa. Lei è ancora al servizio del Principe e non può rifiutarsi di collaborare.»
Cercai di sganciare la cintura di sicurezza, con le dita prive di sensibilità, riuscii solo ad agitarmi convulsamente sul sedile. La mano di Jack si posò rassicurante sulla mia spalla e mi tenne ferma contro al sedile.
«Non è colpa mia se la natura ha avuto la meglio. Avete avuto il vostro risultato, non vi è bastato?» il mio sire sembrava calmo, ma sapevo che non era così, la stretta della sua mano sulla mia spalla era ferrea e non mi permetteva nessun movimento e in essa sentii la tensione che vibrava nel suo corpo e si spandeva nel mio.
«No. Abbiamo bisogno di lei.» sentii lo sguardo di DelDuca trafiggere il sedile come fosse una lama di ghiaccio «Presumo che la bestia che ha portato con se sia una parte del compenso che aveva chiesto in cambio del suo ultimo lavoro, giusto?»
Sibilai senza quasi rendermene conto, infastidita, una reazione istintiva, che però non fu seguita che da immobilità e silenzio. Non mi potevo ribellare oltre al mio Sire.
«Si.» in quella sillaba sentii il sospetto insinuarsi nella voce di Jack.
«Colonnello lei ha abbracciato un umana, le ha donato la nostra maledizione… ma non l’ha presentata al cospetto del suo Principe come era suo dovere. Quanto pensava di aspettare prima di condurre all’Elysium quella Neonata? O l’avrebbe cresciuta come una Vile?» percepii la freddezza e l’astio di DelDuca nel parlare di me come se fossi una bambola da sballottare a destra e manca.
Di nuovo sibilai tra i denti, questa volta volontariamente, la stretta di Jack sulla spalla si accentuò.
«Avrei preferito tenerla lontana dalla malsana vita dell’Elysium per almeno il resto dell’eternità. Ma ha ragione, la porterò dal Principe per farla riconoscere.» l’affermazione sembrò lasciare DelDuca senza parole per qualche momento.
«Lei non si rende conto di quel che ha fatto, vero Colonnello? Non aveva alcun diritto di ritirare la sua paga prima di essere tornato dal Principe…» lanciai un’occhiata oltre la spalla del sedile e vidi le dita sollevate di quel viscido parassita mimare un paio di virgolette e sul suo viso un’espressione estremamente divertita. «Soprattutto perché non ha adempiuto al suo compito come da patti.»
Il mio mentore sembrava li, li per perdere la pazienza, lo sentii controllarsi a stento, anche lui aveva fame, come me, e questo lo rendeva ancora più irascibile di quanto fosse solitamente, cosa di cui DelDuca non poteva rendersi conto.
«Vermi…» sibilò a voce bassa, pensai che DelDuca l’avesse sentito, poiché non venne nessun’altro commento.
Jack guardava per terra e sembrava terribilmente sottomesso a quell’uomo che lo fronteggiava ostentando sicurezza.
«Supplicherò il perdono del Principe. Pagherò la pena. La terrò con me a qualsiasi costo.»
Rispose, rimettendosi poi seduto accanto a me con risolutezza, come se quelle parole e quel gesto volessero chiudere il discorso. Tuttavia sentii la risata di Del Duca che mi punse la nuca tanto fu fredda.
«Colonnello, lei non ha la più pallida idea di quello che le chiederanno come risarcimento.»
Jack non rispose. Rimase in silenzio, seduto nel sedile accanto a me, le mani che artigliavano i braccioli con forza, sebbene si stesse controllando con maestria, la situazione sembrava sfuggirgli di mano.
Un capogiro mi fece perdere per qualche istante l’attenzione, mi sentii mancare e le mie labbra si tesero in un basso ringhio. Brutto segno, la fame rossa stava prendendo il sopravvento sulla mia volontà.
«Abbiamo bisogno di cibarci, mister DelDuca. E’ possibile avere del sangue?» alla parola sangue pronunciata dal Colonnello mi volsi di scatto verso di lui, quasi solo la parola potesse evocare li quel liquido vitale e succulento.
DelDuca rise. Levò una mano a premere un pulsante posto sopra il sedile e di li a qualche momento l’hostess di poco prima tornò nel corridoio titubante.
«Signorina ci porti qualcosa da bere, per cortesia… zero positivo, per me.» una pausa ad effetto «Voi?» ci chiese gentilmente. Non riuscii ad articolare parola, per me una goccia qualsiasi di sangue andava bene, avevo sete, una sete bruciante e Jack poteva leggerlo sul mio viso contorto nel tentativo di controllare la Bestia, la fame rossa, la frenesia.
«Il primo che trova signorina e le consiglio di sbrigarsi se non vuole essere lei il nostro pasto.» neutro nel suo tono di voce basso, solitamente confortante, mi suonò stranamente teso.
La hostess sembrò non stupirsi della richiesta, ci passò accanto talmente velocemente che non feci nemmeno in tempo ad annusarla e scomparve in fondo all’aereo, probabilmente a prendere ciò che avevamo ordinato. La sua assenza durò non più di due minuti, ma a me sembrarono secoli. Sentivo le tempie pulsare e la Bestia premere nella mia testa con prepotenza, pretendendo la libertà. Quando la donna comparve di nuovo sospingendo un carrellino con sopra alcuni calici, l’odore di sangue in esso contenuti mi fece quasi impazzire. Presi il calice che Jack mi porgeva e bevvi avidamente, tutto d’un fiato, mentre in sottofondo sentii DelDuca ridere divertito.
«E io che volevo brindare…» sbuffò in modo sin troppo umano e la cosa mi disgustò. Come mi disgustava, a dirla tutta, bere da uno stupido calice di vetro la vitae che dovrebbe invece esser estratta direttamente dalle vene di qualche umano ancora vivo e caldo.
Non lo ascoltai, protendendo il calice verso la donna. Lei rimase sorpresa dal mio gesto, quasi fossi una bambina che chiede un altro sorso di aranciata; le mie labbra erano sporche del colore cremisi del sangue, alcune macchie spiccavano anche sul tessuto verde della camicia che indossavo, nella fretta di sfamarmi non avevo prestato molta attenzione al galateo.
Jack, che nel mentre aveva bevuto solo un sorso dal suo calice, me lo porse.
«Bevi petit sorciére, io ho bevuto a sufficienza…» lasciai andare il calice vuoto, oggetto ormai privo d’interesse, non so nemmeno come fece la donna a prenderlo, non m’interessava in quel momento, perché le mie mani avevano afferrato quello di Jack, per finire quel prelibato nettare che lui mi aveva offerto. Gliene fui grata, ma non glielo dissi, non feci a tempo. Appena finito quel secondo calice mi sentii mancare, la vista si offuscò ed i miei occhi stralunati e roteanti si chiusero dopo un’immagine confusa di ciò che mi circondava, i suoni si fecero fiochi e d’un tratto il buio mi prese, trascinandomi sempre più giù, come in fondo ad un pozzo nero.

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