[Cronaca] Veritas Chapter 1.11

Chapter 1.11

Partiamo per Tolousette.
Il viaggio è tranquillo.
Le porte del Vescovo sono aperte ma… c’è in giro la mano Nera. Perché?
Non lo so… ancora.
Ci fanno strada fino ad un capannone. C’è il posto per mettere i mezzi al sicuro. Va bene. Da una botola si scende al rifugio. Un solo ingresso è positivo, ma significa anche una sola via di fuga.
A caval Donato non si guarda in bocca, devo trovare il modo di sentirmi al sicuro. Ci penserò.
Le porte sembrano sicure.
Un’altra notte sta passando, ognuno di noi sceglie il proprio spazio per “morire”.
Mi viene un’idea; lego una granata, la incastro nella maniglia della botola e fisso la corda. Tolgo il gancio di sicurezza e vaffanculo. Spero solo che per qualcuno di noi possa fare abbastanza casino da svegliarlo.
Il tramonto.
Riapro gli occhi e i primi pensieri che mi balzano alla mente sono un rifugio sotterraneo con una granata piazzata sull’unica uscita, un paese pieno di mannari e la ragazzina pazzoide ospite di Nikky. Una bella serata di merda.
Fuori dalla stanzetta ricavata nel sottosuolo non si sente ancora nessun rumore. Probabilmente Nikky è già sveglia, forse anche Hasad. Meglio che vada a togliere la granata prima che qualcuno dei nostri salti in aria.
Ilena sembra ancora addormentata. La scavalco ed esco nel corridoio. La pareti sono di cemento, il pavimento idem. Le luci al neon danno all’insieme un’aria da… cassa da morto in formato gigante.
Quando mi avvicino alla botola mi rendo conto che da fuori arrivano suoni fastidiosi: Moto. Urla e richiami poco amichevoli. Prima la granata.
Mi siedo sugli scalini che portano alla botola ed inizio a trafficare. Dopo qualche minuto compare Hasad.
«Usciamo?»
Lo guardo storto «Sto togliendo la granata.» ma ha gli occhi nel culo?
«Muoviti!»
Sbuffo «Non ci metto un’ora, aspetta.»
Lui si appoggia al muro sogghignando «Dicevano così i crucchi che hanno perso la guerra.»
Sollevo gli occhi al soffitto, pazienza. Tanta pazienza.
Finisco di sganciare i fili e metto tutto in tasca «Prego Vostra Signoria.» mi faccio da parte per lasciarlo passare, ma in quello stesso istante compare Nikky da dietro l’angolo che avanza come un toro infuriato «Cosa cazzo è ‘sto casino?»
Sollevo le mani «Io non sono.»
Tanto per mettersi al sicuro, non si sa mai. Lei mi fulmina con un’occhiata e apre la botola. Senza un cenno di richiamo in nostra direzione né un minimo cenno di tentennamento, esce dal rifugio. La sento tirare il portone del capannone; la luce dei lampioni del parcheggio esterno rischiara appena il profilo del furgone e proietta l’ombra del Ductus sullo spazio illuminato. La sento sbraitare contro il frastuono di non so quanti motori rombanti. Guardo Hasad che si stringe nelle spalle e segue Nikky. Cosa mi potevo aspettare da un mercenario?
Avviso che è rimasto di sotto prima di uscire a mia volta. Carico in spalla tutto quello che riesco a portare ed esco dietro a Greg e Leonore. Ilena, un paio di passi dietro di me, non accenna a superarmi. Bene.
La prima voce che sento è quella del tizio di fronte a Nikky, in piedi di fianco alla moto. Lui le sta puntando un dito contro e la sua voce è… fastidiosa «Ehi ragazzina, mi stai urtando i nervi!»
Il Ductus, di spalle, non sembra impressionata «Anche tu, puzzi!»
Siamo alle solite. Non poteva stare zitta… e poi, mi accorgo che anche lui non è da meno «Anche tu puzzi… di morto!»
Ecco, adesso gli salta in faccia e siamo nella merda. Invece no, con mio sommo stupore Nikky rilancia «Strano, non si dice che i cani si rotolino sulle carogne?»
Rimango immobile di fianco ai portoni, inizio a contare le teste. Troppe. Troppe in forma umana. Se diventassero pelosi sarebbe uno sfacelo. Per fortuna si avvicina il Doc. Sento la sua voce cupa e pacata, non capisco cosa dica ma i due capi-branco sembrano sbollire quel che basta per non azzannarsi su due piedi. Respiro. Fastidio. Il capo mannaro si presenta. Ghislain. Chi se ne fotte. Forse si presenta anche il Doc, sono troppo lontano per sentire ma non voglio rovinare il precario equilibrio. Quando la voce di Ghislain si alza di nuovo, ho la conferma che è proprio fastidioso «Tanto per capirci, la zona è nostra. Qui non siete i benvenuti e, soprattutto, non si mangiano i MIEI umani.» non è solo fastidioso, mi sta proprio salendo per una braga, ma lui continua «Non voglio vedervi con le zanne di fuori in nessun luogo di questi paraggi, fate quello che dovete fare, in fretta, e poi toglietevi di torno.» e adesso mi sta proprio sui coglioni.
Osservo il Doc. Poi il Barrett che tengo a tracolla. Un colpo, uno solo, in mezzo agli occhi: Greg scuote impercettibilmente la testa mentre Ghislain allunga una mano in direzione del branco «Questa è roba vostra, è il mio avvertimento. La prossima volta non sarò gentile come sono stato con lui.» Due suoi scagnozzi buttano ai piedi di Nikky qualcosa che non vedo, ma la puzza di cane e sangue è forte. Quando Greg si china per controllare che sia vivo, riconosco Fabio, il mannaro amico di Bertrand. Cosa cazzo ci fa qui? Non sono fatti miei. I bikers si allontanano, rumorosi come quando sono arrivati. Osservo Greg e Nikky che si fissano per qualche istante, poi caricano il corpo di Fabio in spalla e lo portano di sotto. Quando esco nel parcheggio i rombi delle moto di stanno spegnendo. Sono troppi… troppi. Però, forse ora mi spiego il motivo per cui la Mano Nera è in zona. Faccio retromarcia immediata, meglio non immischiarsi con certi casini.
Mentre sono ancora sovrappensiero la voce di Hasad mi distrae «Domani sera.»
Lo fisso senza capire. Lui sogghigna e prosegue «La riunione di Kulturica… la strega… la missione…» mi ricorda vago.
«Ah, si» annuisco «si ci andiamo. Bisogna dirlo al Ductus e al Doc.»
Continuando a smanettare con il suo palmare, annuisce e torna verso la botola.
Qualche attimo dopo aver visto scomparire Hasad dal rifugio, sento Ilena aprire il retro del furgone e la sua voce mi giunge alle orecchie «Zik?»
Almeno ha smesso di chiamarmi “papà”. «Mh?»
Lei sembra titubante «Mi sa che… “questo” è da buttare…»
Cavolo, ci siamo scordati del tizio senza gambe nel retro del furgone. Ormai sarà inservibile. Che fine di merda poveretto. Eh, pazienza. Il furgone è da pulire di nuovo. Per fortuna la serata è solo all’inizio: Con calma sgancio le casse delle munizioni dalle cinghie di sicurezza e scarichiamo tutto. Il signor Tizio è una poltiglia mezza decomposta, non era poi così vecchio se sta ancora marcendo. Da bravi soldatini ci diamo alle pulizie. Mi viene una mezza voglia di lasciare un presente sul sedile della berlina di Hasad, ma i resti di quel tipo fanno davvero troppo schifo.
Verso la mezzanotte i lavori di pulizia sono quasi completati:Finiamo di caricare di nuovo tutto l’equipaggiamento sul furgone e apriamo i portoni della rimessa nella speranza che la puzza di marcio del signor tizio se ne vada.
Usciamo sul piazzale, almeno li si può “respirare”.
La mia infante si aggira sotto le luci dei lampioni come un’anima in pena. Non ho ancora imparato a capire cosa e come pensino le ragazzine di questo secolo, quindi l’unico modo per saperlo è chiedere.
«Cos’hai?» la domanda è semplice e diretta ma lei non mi risponde subito. Si avvicina e solleva lo sguardo. La voce è limpida «Niente.»
Sollevo un sopracciglio «Sembra che ti sia morto il gatto.»
Lei si stringe nelle spalle «Pensavo.»
So che devo chiederlo ma temo le risposte. Ci penso un po’, poi «A cosa?» ormai ho chiesto.
Lei risponde immediatamente «Ai referti.»
Giusto, i referti, quelli che dicono che i non-morti nella situazione in cui ci troviamo Nikky, Hasad ed io, nella migliore delle ipotesi e con l’adeguato supporto medico hanno una prospettiva di esistenza di tre anni al massimo prima di marcire del tutto.
«Troveremo una soluzione.»
Le notizie ci sono arrivate da poco, nessuno di noi ha ancora metabolizzato la cosa. Lei mi fissa con insistenza «Hasad ha fatto una stronzata madornale.»
Vero.
«In quel momento, ti ricordavi esattamente cos’avremmo dovuto fare e dove stavamo sbagliando?»
Lei abbassa lo sguardo «No.»
Ammiro la sua sincerità «Allora non fargliene una colpa. Avremmo sbagliato tutti. Io per primo.»
È giovane, non è bene che i giovani imparino a spalare merda sui componenti di una squadra, per quanto anche io pensi che agendo con più tattica avremmo potuto evitare la cazzata.
Adesso è lei ad annuire prima di rialzare lo sguardo. «Sei un nazista bastardo, mi hai rovinato la festa dei diciotto anni, mi hai uccisa, sepolta e mi hai fatta diventare questo… mostro. Però sei l’unica persona che mi sia rimasta e non voglio che tu muoia.»
Ci rimango di merda. Per fortuna mi soccorre «Se un giorno dovessi morire, ti voglio ammazzare io.»
Meno male. Riesco a sorridere e a scompigliarle i capelli «Tornerò morto.»
Si, è una cosa assolutamente assurda, ma lei mi abbraccia «Lo spero.»
Questo è ancora più assurdo.

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