Alex Ponti

Vero nome: Alex Ponti
Alias
: L’Epuratore

Clan: Panders

Personaggio Non Giocante della Cronaca:
La lunga strada verso casa

Precedentemente Personaggio della Cronaca:
Alpha&Omega

Background

Sì, sono quello che in molti definirebbero una “testa di cazzo”, voglio che sia chiaro fin da ora.
Quando mi arruolai e divenni militare, ero un giovane energico, pervaso dall’ideale di giustizia e fedeltà alla patria. Mi illudevo che il rigore e la disciplina che il corpo militare infondeva negli uomini, potesse cancellare in loro il male, che il semplice votarsi alla legge e alle regolamentazioni, il dedicarsi anima e corpo ad una così rigida disciplina raddrizzasse anche le menti più distorte.
Mi illudevo, appunto.
Dicevo, mi arruolai e venni assegnato al Corpo dell’Arma dei Carabinieri.
Ne fui onorato e mi sentii al meglio di me. Come non mi era mai accaduto in vita mia.
Ero stato assegnato ad uno degli ordini più attivi e più onorevoli, a mio giudizio, dei corpi militari.
Era, insomma, il mio sogno che si avverava.

I primi mesi, affrontai con ferma determinazione e cieco orgoglio tutte le prove che mi veniva chiesto di affrontare. Coraggiosamente, senza farmi spaventare dalle mie debolezze fisiche o mentali, riuscendo a guadagnarmi rispetto e fiducia, risalendo la piramide dei gradi fino a divenire Allievo Ufficiale. In un solo anno mi ero impegnato così tanto che anche le mie capacità atletiche avevano avuto un’impennata. Da smilzo e cupo a forte e orgoglioso.

Quando mi chiesero, dopo il primo anno di militare cosa volessi fare, decisi che non avrei abbandonato il corpo dei Carabinieri, sarei rimasto e avrei provato a cambiare le cose. Ci credevo.

Era il 1976, il mondo si stava riprendendo dalla morte di Jimi Hendrix e Jim Morrison, l’Irlanda del Nord era nel pieno della sua fase di ribellione, Il programma spaziale dello Space Shuttle aveva appena avuto inizio ed era appena stata fondata la Apple. L’anno prima era appena stata dichiarata la fine della guerra in Vietnam. In Italia alcuni anarchici stavano cercando di far fuori politici ed i nuovi canali televisivi, nati proprio in quegli anni, iniziavano a trasmettere notizie in nome della libertà di parola, spaventando i cittadini e diffondendo allarme a macchia d’olio portando a conoscenza di molte più persone organizzazioni come la Mafia e la Camorra.

Avevo 19 anni ed ero un sognatore, un patriottico, stupido, illuso, sognatore.

Quando iniziai a lavorare per l’Arma dei Carabinieri come agente attivo, mi ritrovai sbeffeggiato e deriso da molti dei colleghi più anziani, consci per la loro esperienza, che presto mi sarei scontrato con la realtà dei fatti.
Ero li, nel 1978, quando a Roma le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro.
Ero li e scoprii per la prima volta che c’erano uomini con una divisa identica alla mia, che avrebbero dovuto avere i miei stessi ideali, che invece non credevano più nella Legge, nella Legalità. Uomini che avevano perso la voglia e la forza di volontà di combattere l’ingiusto e avevano ceduto al buio.
Avevano avuto paura e non avevano avuto il coraggio di credere nella Legge e avevano quindi tradito il proprio paese.

Iniziò la mia discesa in un baratro sempre più profondo di delusione e amarezza. Iniziai ad aprire gli occhi e a scoprire che la strada che avevo scelto era più intricata, oscura e disseminata di ostacoli di quanto credessi.
Una notte, mentre sentivo le grida di un giovane punk di forse un anno o due più giovane di me che veniva malmenato dai miei colleghi, persi la testa e decisi di intervenire.
Finì male, peggio di quello che avevo pensato.
Era il 1986. Avevo 28 anni e più sogni e speranze infrante di quelle che un uomo può sopportare nella vita.
Ero solo, spaventato e avevo un’arma a disposizione.
Raggiunsi la stanza in cui stavano malmenando il poveretto e sparai. La disperazione, la delusione e l’amarezza avevano preso il sopravvento.
Uccisi uno dei miei colleghi e ferii gli altri due, mentre il giovane punk che si era fin’ora declamato “innocente” giaceva esanime a terra.
Quando mi avvicinai a lui per sentirne il battito scoprii che era morto: o almeno così credetti.
Perché quello aprì gli occhi di scatto e si mosse con una velocità fulminea, avventandosi su di me. Quasi mi staccò un braccio dalla foga con cui i suoi denti affondarono nella mia carne. Fu violento e doloroso, almeno all’inizio. Poi iniziò la sensazione estatica, una sensazione talmente meravigliosa che iniziò a non importarmi più se stavo morendo.
Quando caddi riverso al suolo, sentivo solo il ferroso sapore del sangue che dalla bocca mi scendeva in gola e prima di svenire sentii il punk lamentarsi.
«Fottuto stronzo, che Caino si prenda pure la tua di anima!»

Poi più nulla. O meglio dapprima una sfilza di immagini orrende, violente e confuse mi passarono dietro le palpebre chiuse, vedevo, sentivo, toccavo orrori con la mia mente, ma nessuno di essi era abbastanza vivido da rimanermi impresso, tutto mi sfuggiva, nulla sembrava reale. E poi, più nulla.

Quando mi svegliai mi sentii pesante, mi sentii perso, mi sentii vuoto ed alla fine affamato.
Ero steso su un tavolo, qualcosa nella mia testa mi diceva che avrei dovuto aver freddo, qualcos’altro mi diceva che il mio corpo era pesante, vuoto, privo di energie.
Quando mi alza lo feci con una tale fatica che per un momento credetti sarei crollato come un sacco di patate. Il lenzuolo che mi copriva cadde, lasciandomi seminudo e sconcertato.
Quando abbassai lo sguardo mi accorsi dei segni fatti a pennarello nero sul petto. Una grossa Y le cui estremità superiori partivano dalle scapole e quella inferiore scendeva quasi all’inguine.
Ero confuso.
Poi realizzai dove mi trovassi. In una sala per le autopsie. Gli strumenti erano inequivocabili e una cartella abbandonata su una scrivania portava il mio nome.
Con fatica scesi dal tavolo e mi misi in piedi, usando il lenzuolo sterile come unica copertura barcollai fino alla cartellina gialla col mio nome sopra, nel farlo inciampai in un carrello ed alcuni strumenti caddero a terra con un sinistro rumore metallico. Non mi accorsi delle gocce di sangue che disegnarono una scia quasi allegra dietro me. Presi la cartellina e la aprii.
Nome, cognome, data e luogo di nascita.
Data del decesso.
Motivi del decesso.
Una forzata contrazione muscolare mi fece aggrottare le sopracciglia, iniziai a leggere.
Sostenevano che ero morto.
Mi tastai il petto come a voler sentire il cuore battere e mi accorsi allora del sangue. Un taglio sulla mano spandeva sangue sulla mia pelle e colava al suolo, finché non mi accorsi che quel piccolo taglio stava lentamente, inesorabilmente guarendo senza lasciare alcuna traccia di esser mai esistito, non fosse stato per il sangue sparso in giro. Osservai tutta la lenta guarigione con stupore e paura. Finché due voci non mi sorpresero da oltre una porta. Sobbalzai e mi mossi. Il silenzio divenne quasi assordante tutto d’un tratto e indietreggiando in un angolo più buio sperai con tutte le mie forze che nessuno mi vedesse, che nessuno mi trovasse, raggomitolandomi al suolo.
I due medici che entrarono rimasero stupiti nel vedere il tavolo operatorio vuoto, gli strumenti al suolo e il sangue in giro. Ci fu un brevissimo momento di sgomento e poi li sentii iniziare a correre a destra e a sinistra, chiamando infermiere e altri dottori per avvertire che un pazzo era scappato.
Ero pericoloso, dicevano, avevo ammazzato un Carabiniere in un raptus di follia, dicevano, e probabilmente non ero morto, ma avevo subito uno shock tanto forte da farmi quasi morire, non era strano, ai tempi della guerra succedeva… Morte apparente.

Appena la sala fu vuota e fui sicuro di non sentire nessuno nelle vicinanze mi azzardai ad alzarmi, incredulo che non mi avessero visto, ma felice allo stesso tempo.
Di nuovo mi accorsi di avere fame e di riuscire a fiutare il mio stesso sangue da qualche metro di distanza.
Cercai di non pensarci, presi il mio fascicolo, cercai una divisa da infermiere, mi pulii dal sangue e uscii nel corridoio.
Non sapevo ancora quello che ero diventato, non sapevo quanto sarebbe cambiata la mia vita da allora, ma una cosa mi divenne chiara: avrei sfruttato questa nuova condizione per fare quello che in vita, come uomo di legge, mi era stato impedito di fare, solo che lo avrei fatto contro creature più infide e violente, che mai avrei creduto reali.

Ora mi chiamo Alex Ponti e fino a qualche mese fa vivevo a Pesaro e lavoravo per una società di vigilanza notturna. La mia non vita era diventata una routine. Turno di notte, ammazzare qualche orribile creatura soprannaturale, andare a cibarmi di plasma e poi dormire.
Dopo quasi trent’anni di questa vita ecco che tutto viene di nuovo scombussolato, rimescolato.

Che nervi!

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