[RACCONTO] Vampire from outer space – Sessione 1

Sessione 1 del 20/01/2018

Corro per il prato, morbido come seta, cosparso di gocce di rugiada che rinfresca mani e piedi.
Corro sfogando la mia natura bestiale, felice. Sento che sto quasi per progredire nell’uso del mio sangue come fonte di potere, che sto per comprendere come fare a diventare la Bestia che vorrei davvero essere. Ci sono, ci sono quasi.
Toc toc.
Un suono, un bussare, mi strappa dal mio bel sogno. Non so da quanto stavo sognando quel bel prato sotto la luna tonda come un formaggio.
Però qualcosa mi trascina via.
«Ehi!» una voce mi chiama, distraendomi.
Poi comprendo che sto tornando alla realtà.
Spalancando gli occhi osservo davanti a me una sfocata realtà. Mi acciglio, perché vedo tutto appannato?
Poi comprendo. Non sono io a vedere appannato, è il vetro davanti alla mia faccia che lo è.
Un vetro? Dove sono? Perché sono costretta in una sorta di scatola di metallo e vetro?
Provo a pulire il vetro e sbirciandoci attraverso mi accorgo che il bussare viene da altrove.
Sento delle voci venire fuori da questa specie di sarcofago dove sono rinchiusa. Non sono tanto felice di essere li dentro. Reminiscenza delle umane sensazioni.
Provo ad aprire la capsula in silenzio, ma il suono della decompressione mi tradisce.
E non ci avevo mica pensato eh? Che cavolo, non è che le so tutte ‘ste cose.
Comunque faccio finta di dormire. Chiudo gli occhi e dopo un po’ sento un rumore e un cambio nell’aria. Il rumore è il coperchio che viene aperto. Il cambio di aria è che dentro quella scatola fa freddo, anche fuori fa freddo, ma un po’ meno, come se si fossero dimenticati di accendere il riscaldamento.
Quanto ho aspettato? Oh, mi sembra una vita. Allora apro un occhio, visto che non succede niente e mi trovo a fissare la faccia di un tizio.
Chiudo l’occhio, faccio finta di niente, magari non si è accorto…
«Ehi tu!» mi sento apostrofare «Ehi, tutto bene?»
La domanda è lecita naturalmente, ma io non ho mica tanta voglia di comunicare. Sono sveglia da meno di cinque minuti, devo riprendermi eh.
Uno sconquasso ad un braccio mi fa riaprire gli occhi e saltar fuori dalla capsula come un fulmine.
«Chi è?» domando, la voce mi esce grattante. Sì, sì, ho detto grattante, perché mi gratta la gola.
È fastidioso sapete? Non è che t’invoglia a parlare quando gratta così!
«Salve, numero 977… tu, per caso…» l’uomo che mi parla è un tizio strano, non riesco bene ad inquadrarlo, con quella tuta attillata da ginnasta spaziale. Che sta più bene alla signora chiaramente ariana che ha vicino, la signora numero 1834.
«Senti tu per caso ricordi qualcosa?» mi chiede il signor 1178.
«Eh?» lo guardo un po’ rintronata ancora dal sonno criogenico da cui mi sono svegliata. Ma io mica lo so che è un sonno criogenico, scuoto la testa scarmigliata.
«Hai visto Badù?» chiedo un po’ allarmata.
Badù è il mio amico pupazzo e non ce l’ho con me. Ho solo quella tuta tutta stretta che hanno anche gli altri due e Badù non c’è.
Non è che al tipo interessi molto di Badù e la cosa me lo rende subito antipatico, perché continua a chiedermi se mi ricordo come mi chiamo o dove sono. Ma io mica lo so, io vorrei solo trovare Badù.
Mi guardo attorno e trovo una specie di cubo, che potrebbe essere una scatola, ma quando cerco di aprirlo il coso mi salta via dalle mani e quando finisce per terra è una specie di camaleonte, ma è di metallo e ha punte di cacciavite al posto della cresta e… insomma è un coso inquietante che mi fissa.
«U N I T À D I R I P A R A Z I O N E D’ E M E R G E N Z A R E V V I T P R O N T O E O P E R A T I V O. B A T T E R I A C A R I C A A L 98 %.»
Guardo il coso e allungo un dito a colpirlo con cautela. Non mi morde. Oh, va bene, sono felice che non mi morde, se mordeva…
«Ciao ehm… Revvit?» domanda la donna «Potresti aiutarci? Ci puoi fare uscire da qui?»
Ah già, cavolo la stanza è chiusa. Mi gratto la testa e guardo il coso meccanico.
«R E V V I T P R O V V E D E A L L A R I P A R A Z I O N E D E L P A N N E L L O D I A P E R T U R A D E L L A P O R T A.» risponde con voce meccanica e si fionda verso l’unica porta, dove il pannello frizza di piccoli lampi azzurri.
Sono carini quei lampi azzurri, ma qualche riminiscenza mi ricorda che quei lampetti fanno male. Mi guardo un po’ attorno, ma è un po’ noioso e alla fine ciondolo li sul posto in attesa.
Mentre ciondolo i due con me non so che combinano, ma alla fine uno di loro trova dei cosi.
Si, dei bracciali. Uno a testa.
Sono pieni di bottoni e appena lo mettiamo al polso comincia a fare un suono fastidioso e lampeggia una scritta.
“Utente 977 deceduto”
«Deceduto sarai tu!» batto con le dita sullo schermino nella speranza di farlo smettere di suonare, ma peggioro le cose, perché probabilmente apro e chiudo menu e file e opzioni e non so cos’altro.
Mi serve una mano da parte del tizio 1178 che alla fine lo fa smettere di strillare.
Salta fuori che quel bracciale controlla le condizioni vitali e contiene un po’ di informazioni.
Tipo che mi chiamo Heiti K. e sono l’addetta alla criogenesi degli animali sulla nave.
Ah.
1178 invece si chiama Krombopulus J. ed è un supporto psicologico. Mio no di certo. Mi puzza quello li.
La signorina 1834 invece si chiama Stuckmann F. ed è la cuoca… ma non ce l’ha mica la faccia da cuoca che cucina wurstel e crauti… sembra più… più…
Dopo diversi minuti di rumori metallici di vario genere e intensità, finalmente il cosetto si allontana dal pannello distogliendomi dalle rimuginazioni inutili.
«P A N N E L L O D I A P E R T U R A D E L L A P O R T A R I P A R A T O.» annuncia.
Il tipo si avvicina e cliccato un pulsante ci fa uscire.
Li fuori fa sempre frescolino. Insomma, non che m’interessi ma mi sembra strano. Ci sono due corridoi e una scala che scende, il tipo che ci precede prende il primo corridoio a sinistra e ignora la scala. Io invece guardo giù. Mi è sembrato di sentire un rumore, ma magari mi sbaglio.
Andiamo dietro a Revvit, a cui il tizio ha chiesto di andare in cabina di pilotaggio.
Quando si apre la porta un po’ sono stupita.
C’è una zona piena di tavoli e con un macchinario strano in un lato.
Badù non c’è nemmeno qui.
Sono triste senza Badù…
Comunque scoprono che la macchina fa cose, crea cibo. Krombopulus J. ne tira fuori un barattolo che dovrebbe essere nutrimento per noi, che siamo morti… o non-vivi… o non-morti…, insomma lo bevo e non è male, in effetti estingue quel languorino che avevo nella pancia. Poi ne prende un’altra lattina colorata con su scritto Squortzcola… ma mi sa che non è buona, perché appena aperta, solo a sentirne l’odore è come prendere un pugno nello stomaco.
No, ma letteralmente intendo. Dice Krombopulus J. alla signorina Stuckmann F. che è una “botta da zuccheri”. Io mica l’ho capita eh?
Comunque Revvit ci indica un’altra porta, dove si trova la sala comandi, così dice, e infatti aperta la porta ci troviamo in un posto con un tavolo pieno di bottoni e tante sedie e qualche morto qua e la.
Mentre il signor Krombopulus J. controlla se si può accendere, io guardo dal vetro anteriore, sfondato, da cui entra della terra. Tiro fuori i miei artigli e inizio a scavare, prima un buchetto, poi un piccolo tunnel e mentre sono li che scavo gli altri due trovano altre informazioni e aggiustano qualche comando, cioè lo aggiusta Revvit.
Insomma sento che dicono che la cosa dove ci troviamo è una nave spaziale e si chiama “USS 4 – Endeavour”.
A quanto pare il mio nome è Kairi, quello di Krombopulus è Jack e la signorina Stuckmann si chiama Friedegund.
Poi dicono che la nave faceva parte di un progetto che si chiama SEED e che sulla nave ci dovevano essere circa 420 persone, tra civili ed equipaggio e che di navi come questa ce n’erano 24.
Insomma, mentre sono li che scavo, trovo una radice e senza volere (certo, come no!) la taglio con un’unghia.
Ne cola un liquido bluastro che sa di mirtillo.
Io mica mi ricordo che sapore hanno i mirtilli, ma una leccata gliela do, il problema è che mi muore la lingua.
Così, mentre Jack e Friedegund – che adesso dice che vuole che la chiamiamo Gundula, ah, le donne! – leggono nel giornale di bordo che la nave si stava avvicinando a un pianeta, Trappist-3 – viene da pensare che ci si sia schiantata – e siamo qua, secondo i braccialetti da polso, ormai da 97 anni e mezzo. Dicono infatti che siamo nel 4205 d.C. e che sono le 36:42.
Esco strisciando dal tunnel con la lingua a penzoloni, blu come il liquido che ho leccato. Mica si riesce a parlare con la lingua morta, quindi mi tocca spiegare un po’ a gesti e il tizio strano mi da il barattolo di prima per metterci dentro un po’ del liquido blu… che prontamente fa assaggiare alla signorina Gundula, che ovviamente s’arrabbia e ci manca poco che si rincorrono come due bambini.
Comunque mentre torno dentro al buco che ho fatto si sentono dei botti che fanno tremare tutto e per un pelo non ci rimango sepolta nel buco.
Sporca di terra da far schifo anche ai vermi, mi accodo agli altri due che dicono che vogliono scendere di sotto.
Ma lo vedo bene Jack, che non vuole scendere dalle scale. Le guarda come se fossero le sue mortali nemiche, mormorando qualcosa che non riesco a capire.
Dopo un po’ che guarda giù senza dar cenno di voler scendere, gli do un calcio nel sedere.
Partono una fila di parolacce non ben identificate, ma il rotolamento lo porta fin di sotto.
«Kairi risolto problema!» esulto a mani alte, prima di scendere anche io dalle scale e sto alla larga da Jack che non sembra felice del mio intervento…
Una volta di sotto entriamo in un corridoio, il pavimento è bagnato e si sentono quelle esplosioni che prima hanno fatto crollare il mio tunnel. Con calma ci avviamo lungo il corridoio, sbirciando dentro le stanze laterali. Li ci sono solo capsule di criostasi rotte e gente morta. Di 400 e passa persone siamo rimasti in tre. Che culo.
No, sul serio, che culo!
Voglio dire, potevamo essere morti anche noi. No beh, siamo già morti, ma siamo vivi, o non-morti ma nemmeno vivi… oh, insomma…
Comunque camminando arriviamo in una stanzetta dove un altro camaleonte come Revvit, ma rosso e dalla pancia tonda sta scagliando qualcosa contro una parete causando delle micro esplosioni. Ecco chi è che faceva casino e ha fatto crollare il mio bellissimo tunnel.
Revvit si avvicina al simile rosso e sembra che si salutino. Poi l’affarino si avvicina.
«U N I T À P E R L E E S P L O S I O N I C O N T R O L L A T E B U M B U M P R O N T O E O P E R A T I V O. B A T T E R I A C A R I C A A L 54 %.»
Lo accogliamo come uno di famiglia, alla fine siamo in tre li dentro, quattro con Revvit e cinque con Bumbum non c’è mica da fare gli schizzinosi.
Constatiamo che non c’è altro in quel luogo, se non la morte lasciata dallo schianto dell’astronave.
Vicino alle scale c’è però un’altra porta, che apriamo, ma dove dovrebbe esserci il resto dell’astronave, ovvero la parte con le stanze dell’equipaggio e gli armadietti personali dei civili in criostasi, non c’è più. Una montagna di roccia e terra ha invaso il posto e la cosa mi rattrista.
Li da qualche parte avrei potuto trovare Badù. Ma vallo a trovare in tutto quel casino!
che poi ancora si sentono rumori, oltre quel muro apparentemente molto solido di terra e roccia.
«Bumbum potresti crearci un varco in quella parete con i tuoi esplosivi?» chiede Friedegund al camaleonte rosso che con un secco «A F F E R M A T I V O!» inizia a scansionare la stanza con una specie di radar. Dopo un po’, forse doveva macinare i dati nella testa, chi lo sa, parte di corsa, aprendo lo scanso sulla sua schiena da cui espelle qualcosa che lascia qua e la prima di tornare da noi.
«E S P L O S I V I I N P O S I Z I O N E. E S P L O S I O N E P R E V I S T A T R A: 3 2 1.»
Mi copro la faccia appena in tempo, prima che tutta una serie di rocce e sassolini vengano sparati intorno, con un sollevamento di polvere che se ancora respirassi inizierei a tossire e probabilmente morirei soffocata.
Quando torniamo a guardare vediamo una luce intensa, che a me da molto tanto tantissimissimo fastidio.
A Jack e alla signorina Gundula no, loro sembrano quasi contenti, anche se lo sembrano un po’ meno quando scoprono che la luce è uno dei tanti fari artificiali che torreggiano sul tettuccio di un grosso mezzo meccanico dotato di pala.
«Ehi, laggiù! Tutto bene?» una voce femminile richiama la nostra attenzione.
«Jenny, che diavolo è successo? Stai bene?» un’altra voce si fa sentire, maschile.
«Tutto a posto Richard! È franata della terra.» dice lei, prima di scendere dal grosso mezzo di scavo giallo limone.
Lei è una donna, senza dubbio, ma ha la pelle scura, quasi nera, un caschetto sulla testa che fatica a contenere i ricci, nerissimissimi, e indossa una tuta da lavoro tutta sporca.
Scivola giù dal mucchio di terra e pietre rimasto e arriva al nostro livello.
«Di che compagnia siete? Perché questo territorio…» inizia a domandare.
Jack alza le mani, scuotendole un po’.
«No, no, no, non siamo di nessuna compagnia, cioè, noi ci siamo svegliati qua…» cerca di spiegare l’uomo.
«Come svegliati qua? È impossibile, questa nave è qua sotto da più di novant’anni! Non mandava più segnali da almeno due o tre anni, non… insomma, non dovrebbe essere sopravvissuto nessuno…» la donna sembra piuttosto confusa, poi si ferma a guardarmi.
Le faccio un sorrisone. Ha una faccia simpatica e vorrei premiare il suo coraggio con un gesto di incoraggiamento, ma mi sa che qualcosa va di traverso, perché lei grida.
«Uffa. Cosa ha fatto Kairi di sbagliato?» domando guardando Jack e Gundula, che sembrano scocciati, come se effettivamente avessi sbagliato qualcosa.
«Lascia stare Kairi… signorina, ci scusi, lo so che non ci crede ma… noi ci siamo svegliati solo qualche ora fa…» cerca di spiegare Gundula.
Io mi nascondo a cuccia dietro gli altri due, a quanto pare la signorina con la pelle scura sembra spaventata da me.
Un tizio, belloccio, spunta dalla montagna di detriti, un po’ affannato.
«Jenny tutto ok? Sei stata tu a urlare? Hai bisogno di una mano?» il tipo solleva una mano a schermarsi gli occhi «C’è qualcuno con te?»
Mentre Jenny si gira a guardare il collega, Jack ci tira vicine e quando la donna torna a girarsi per indicarci rimane interdetta.
«Aaah… n-nooo, tutto a posto, pensavo di aver visto… e invece, niente, niente.» sconclusionata, guardando qua e la come se non ci vedesse più, poi si avvia per tornare sul suo scavatore.
Ma appena il collega se ne va, Jack la richiama indietro.
Io non ho mica capito come ha fatto a non vederci, mi tasto un po’, mi guardo le dita dei piedi… e niente, mi vedo e anche molto bene.
«Jenny.»
La tizia sobbalza e torna a guardarci con gli occhi sgranati che ancora un po’ e avrei paura che le cadano per terra.
«Ma, voi… li, e poi… e adesso…» farfuglia.
«Senta, lo so che è sconvolta, ma abbiamo bisogno di uscire di qui, senza fare troppo baccano, ci può aiutare?» domanda Gundula
«Non è così semplice. Dovrei denunciare il fatto di aver trovato tre persone ancora vive al mio capo, quindi…» prova a contestare la donna.
«Sì, lo immaginiamo, ma vede… ecco… noi vorremmo mantenere un basso profilo…» insiste Gundula
«Ah, ehm… va bene, sentite. Io ho ancora un’ora di lavoro, non posso stare ferma. Tra un’ora ripasso. Saltate nella pala e state giù, così vi porto fuori… Ma se vi vedono prima…» fa un gesto, come per dire che non può fare di più. Sembra una brava persona.
«Che dite, ci fidiamo?» chiede Jack.
«Kairi si fida.» dico, Gundula annuisce e allora Jack accetta a nome di tutti.
Mentre aspettiamo che passi quell’ora, cerchiamo di vedere se davvero siamo gli unici a muoversi ancora ed in effetti siamo soli.
Raccogliamo degli zaini nel deposito e ci mettiamo dentro tutti i barattoli che possiamo prelevare dalla macchinetta. Sono un bel po’ di barattoli e ci tocca portarne uno zaino pieno a testa.
Mi da un po’ fastidio quello zaino, è ingombrante e non riesco a camminare a quattro zampe come vorrei, mi tocca camminare solo sui piedi ed è noioso.
Finalmente Jenny ci viene a riprendere, saliamo nella pala.
«Potrebbero vedervi, non so se funzionerà…» osserva Jenny
«Tranquilla, ci penso io. Voi tenete giù la testa e le chiappe strette signore.» dice Jack con uno sguardo un po’ malevolo che mi da poca fiducia.
Io nascondo la testa sotto a Gundula, con le mani sulle orecchie e aspetto.
Una densa oscurità mi avvolge. Ci avvolge, fredda e quasi tangibile. Mi inquieta tanto, non fosse che sento il contatto col corpo di Gundula mi preoccuperei moltissimo di sentirmi avvolta da una cosa così infida e strisciante com’è quell’oscurità. Sembra palpabile, viva.
Non so quanto passa, non sento rumori, voci o scossoni, è tutto ovattato dentro quel… quella cosa…
Quando finalmente siamo fuori Jack deve tirarmi per un braccio, per farmene accorgere, ero intenta a cantare una canzoncina nel tentativo di distrarmi da quella brutta sensazione e probabilmente deve aver funzionato.
Lieta, salto giù dalla benna e vado con gli altri alla macchina che ci ha indicato Jenny, per aspettarla. Si deve cambiare e deve scrollarsi di dosso Richard, il collega che ci prova con lei, ma di cui lei non sembra accorgersi. Poveretto!
Saliti in macchina, il tragitto è abbastanza tranquillo. Me ne sto fuori dal finestrino di quel mezzo a ruote e a motore a combustione. C’è tanto combustibile fossile su questo pianeta, ci spiega Jenny, e ci sono gli slots. Sono degli animali che loro allevano come si faceva una volta con le mucche sulla terra.
Mi viene l’acquolina in bocca, inizio ad accusare un po’ di fame, di nuovo.
Quando ci fermiamo ci troviamo lungo una strada con qualche casa, Jenny entra da una porta mentre ci indica di andare verso un’altra casa.
Solo che a quella porta ci accoglie un’abbaiare, un po’ svogliato ma pur sempre un abbaiare.
Mi accuccio davanti alla porta e ascolto un po’. Annuso un po’.
Poi abbaio anche io. Insomma, cerco di comunicare con l’animale, mi ricordo che una volta sapevo farlo. O forse era in un sogno? Ho dei dubbi e questo mi distrae un po’, ma sembra che il cane abbia capito che volevo solo dirgli che siamo amici di Jenny. Quando Jenny torna da noi e apre la porta per farci entrare, un bassethound dall’aria stanca ci accoglie con un accenno di scondinzolare. Si fa fare un grattino dalla padrona, guarda male Jack e Gundula e poi va alla sua cuccia ad accasciarsi, stanchissimo.
Adesso ci vuole una bella lavata e qualche vestito più comodo…

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