[Cronaca] Veritas Chapter 1.9

Chapter 1.9

L’idea del Doc ha qualcosa, in sé, di macabro, cruento, sbagliato e decisamente schifoso.
Di sicuro lascerà il segno, però è qualcosa di cui non riesco a immaginare l’orrore finale. Il Vescovo sembra quasi “rinato” all’idea di Greg e mentre inizia a correre e sbraitare per organizzare i lavori sento la vocina sconsolata di Leonore: «Il mio stile ne soffrirà…».
Ma come fai a fermare l’uragano del Doc una volta partito?
Lui si gira verso la ragazza con fare comprensivo e tono urgente: «Io penso al lavoro grezzo, tu ti occupi delle decorazioni.»
Faccio finta di niente, mi viene quasi da vomitare.
Nel giro di pochi minuti, troppo pochi, siamo davanti alla chiesa di San Francesco, con una delle squadre di De Santis pronta ad iniziare il “lavoro sporco”.
Gli ordini sono semplici: uccidere tutto quello che si muove (ma anche lasciare in fin di vita) ed ammucchiare.
Ilena ed io diamo le spalle alla facciata della chiesa ed iniziamo a sparare sulla folla. Gli uomini del Vescovo attendono che scarichiamo le armi. Al nostro segnale recuperano corpi e li ammassano alle nostre spalle, mentre noi ricarichiamo e riprendiamo a falciare.
L’inizio… è il caos.
Alle nostre spalle prende il via il lavoro del Doc; non ci voltiamo indietro. Continuiamo a restare in fila col resto dei nostri a respingere l’avanzata della Rosa Bianca che appronta rifugi improvvisati e risponde al fuoco riempiendoci di piombo e di buchi, appesantendo e lacerando i nostri giubbotti antiproiettile. Un estintore spegne il fuoco che una Molotov ha appiccato ad uno dei nostri e vedo Ilena girare lo sguardo.
«NON GUARDARE!» urlo in sua direzione.
Non voglio che veda, non voglio nemmeno sapere cosa stia succedendo dietro di noi.
Urla, schiocchi di ossa che si spezzano e il parlottare del Doc e di Leonore che discutono su come girare un’articolazione o come disporre determinati “pezzi” di decorazione, come se fossero due bambini che colorano un disegno con le mani.
Dopo un primo tentativo della Rosa Bianca di avanzare, ci stringiamo in un semicerchio a proteggere il lavoro alle nostre spalle. E’ soltanto questione di poche ore, poi, la facciata della chiesa inizia a fare il proprio effetto sulla massa. La folla inizia a diradarsi e le urla ed i gemiti di disperazione e sofferenza prendono il sopravvento persino sul fragore degli spari che inseguono gli ultimi fuggitivi. Rimango spalla a spalla con Ilena, facendo attenzione che non giri troppo la testa e che i suoi occhi non colgano più del dovuto. L’odore di sangue e di morte è denso, come se l’aria stessa fosse appesantita e disgustata.
Quando il piazzale è ormai vuoto, siamo tutti immobili ad osservare la desolazione che ne resta solo per non sapere cosa stiamo difendendo.
Il Vescovo applaude soddisfatto, sorridendo con orgoglio al pari-grado del posto, che annuisce a sua volta.
Cerco con gli occhi il resto del Branco; tutti in piedi e soddisfatti. Bene.
L’uomo alla mia sinistra si lascia cogliere dalla curiosità di quei gemiti e richiami angosciati. Lo vedo voltarsi ed impietrirsi.
L’istinto mi fa sollevare la mano destra; la porto dietro al collo di Ilena tenendole la testa girata in avanti. Qualche passo verso De Santis che guarda alle mie spalle: «Signore, se abbiamo finito mi ritirerei.»
Lui annuisce e basta, troppo preso dalla sua abbagliante vittoria da ignorare persino Ilena accanto a me; la ragazza porterà la Gehenna, la quattordicesima Generazione, il Sangue debole, i “figli” della nostra fine… e quella che comunque era a combattere con noi… che sta rischiando il culo per il Sabbat e non si sta ancora chiedendo il perché; però tengo per me i miei pensieri, per ora.
Lei non fiata. Mi lascia fare strada fino al rifugio che ci è stato messo a disposizione e lei non dice una parola, il viso di pietra e lo sguardo fermo davanti a sé mentre cammina.
La osservo salire sull’auto che ci accompagna al rifugio e mi accorgo dei suoi gesti, stanchi sì, ma non tesi, non impauriti. Continua, come me, a tenere gli occhi il più distante possibile dalla scultura alle nostre spalle e, talvolta, al nostro fianco, senza cercare gli altri, senza fare domande, soltanto per rimanere aggrappati a quel filo di umanità che ci rende ancora credibili agli occhi dei mortali.
Alle prime luci dell’alba, quando il cielo s’illumina di quel blu che fa rabbrividire, osserviamo dai vetri dell’auto un paese morto, distrutto da una scaramuccia immortale che noi sarà una giornata in un’eternità, ma che avrà segnato profondamente la vita di ogni ignaro cittadino rinchiuso in casa, terrorizzato e stanco.
Quando domattina la facciata della chiesa sarà inondata di sole e colore, tutta Gubbio inorridirà e persino la Rosa Bianca sprofonderà nella vergogna di non averci fermato. Povere, inutili, mortali bestie.
Sì, mi fa sorridere, ma d’altra parte non è un peccato essere felici delle vittorie.
Predatori e prede. Il gioco è questo e quando la tua cena si ribella, è dovere di chi se la mangia rimetterla al proprio posto.
Quando i portoni del garage si chiudono, finalmente mi guardo attorno senza il timore di perdere la sanità mentale e mi accorgo che dietro di noi sono arrivati anche i mezzi del nostro Branco.
Recupero l’equipaggiamento e seguo uno degli uomini del Vescovo di Gubbio che ci porta al sicuro, lontano dal sole.
Lascio che Ilena entri nella stanzetta prima di me, poi lascio cadere lo zaino e le armi ai piedi di una delle brande e richiudo la porta tagliafuoco del seminterrato.
Mentre rientravamo mi è sembrato di vedere la testa biondissima di quella ragazzina strana che ha trovato Nikky ma è tardi per pensarci. Lascio cadere i pezzi inutili, iniziando dal passamontagna che sfilo da sopra le bende.
Ilena si toglie il giubbotto e infila l’indice nel buco di un proiettile «Questo è da buttare, sembra lo scolapasta di mia nonna.» borbotta a mezza voce tenendolo su col dito prima di lasciarlo cadere.
Abbasso gli occhi sul mio «Anche questo è andato.»
La cosa fastidiosa del respirare è che si sentono gli odori. Sangue e schifezze varie che si raggrumano sui vestiti non aiutano a rendere piacevoli le atmosfere che già fanno cagare di loro.
Cercare di ripulire il sangue dalla pelle con una maglietta su cui è schizzato mezzo cervello non è proprio geniale e quando vedo la mia infante passarsi la stoffa scura sulla pelle sogghigno e le volto le spalle perché non mi veda ridacchiare. Lei impreca e lascia cadere lo straccetto sbrindellato, poi vola come un razzo fuori dalla stanzetta sbraitando alla ricerca di una doccia.
Dalla porta che si richiude vedo passare Leonore con in mano la sua preziosa boccia di vetro. Fa gocciolare nell’acqua un po’ del sangue di cui è grottescamente sporca. Hasad la supera, con lo sguardo fisso sul suo palmare. Sento la voce di Nikky e di Greg, poi la porta si richiude.
E’ abbastanza. Appoggio il palmo della mano sulle bende. La ferita è ormai soltanto un fastidio, però non voglio contrariare il Doc togliendo le bende. Non si sa mai che decida di decorare la macchina. Mi lascio cadere sulla branda.
Il peso dell’alba è una coltre d’acciaio che si posa sul petto, è un artiglio che ruba il tuo ultimo respiro strappandolo dalla profondità della tua stessa anima.
Ogni rumore tace, ogni immagine svanisce. Quando la morte arriva non puoi fare altro. Come sempre.

Fanculo.

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