[Storie] Nel silenzio

Guido la mia macchina lungo le strade di paese… nel silenzio della notte. Il freddo tiene la gente in casa. Sono pochi quelli che si aggirano, che ne hanno il coraggio, o la necessità.

Beh, poco importa: non ho fame.
La gente mi guarda negli occhi, ed è l’ultima cosa che ricorda, prima di cadere al suolo, in fin di vita, o addirittura praticamente morta.
Sono una Serpente della Luce un po’ fuori dal comune, amo gli occhiali da sole… e non li tolgo volentieri, ma il mio cuore è ben saldo nel mio petto. Non ho ancora trovato un posto più sicuro.
Una ragazzina, mi credono, giovane e sprovveduta… che lo credano, non m’importa, anzi… così rischio meno.
Guardo fuori dal finestrino della macchina, alla mia sinistra, una donna cammina a passo svelto lungo il marciapiede, ma non ho fame. Per stasera niente vittime… meno male. Lavorare per la Camarilla, fingendosi Sabbatica va contro ogni mio principio… se di principi si può trattare.
Metto la freccia, rallento, scalo la marcia, volto in un vicolo, proseguo per la via illuminata da alcuni lampioni per un centinaio di metri, quindi freno con calma, spengo il motore e i fari, poi poggio la testa al sedile per alcuni istanti, osservando quello che era il nostro “rifugio”. Era. Mio e di Selene, la mia compare.
E’ una tipa tosta lei… di certo si fa meno problemi di me a fingersi Sabbatica.
E’ bella… ed è forte. Quello che io non sono. La rispetto, perchè siamo una bella accoppiata.
Mi ha salvato le chiappe un sacco di volte quella. E mi ha pure inguaiata un sacco di volte.
Siamo pari.
Osservo quello che rimane del rifugio: il garage. Il resto della casa è esplosa, è rimasto solo una parte delle pareti del garage. Per coprire con gli umani l’esplosione la scusa è stata: fuga di gas… e loro ci hanno creduto. Che stupidi che sono gli umani.
Bah…
Comunque ora sono qui, ad aspettare un tizio del quale mi fido ancora meno del mio “Capo” Sabbatico, Ivan.
Devo consegnare al tizio in questione alcuni manufatti, trovati in una specie di chiesa sotterranea. Non capisco a cosa gli possano servire, so solo che ora, per colpa di questo tizio ho un debito con Ivan… un debito che in parte ho saldato… ma chiaramente per lui non vale.
Selene stà coprendo la mia “fuga” con il branco di Sabbatici. Spero che abbia imparato a recitare bene, altrimenti stasera potrei essere nella m***a. E anche lei. Bello, esaltante…
Osservo la strada, nessuno. Scendo dalla macchina, controllando nello specchietto retrovisore e in quello laterale, odio essere presa di spalle. Nessuno. Scendo, chiudo la sportella, mentre gioco con le chiavi. Quindi apro lo sportello dietro e tiro giù il borsone dove sono custodite quelle reliquie. Lo appoggio per terra, non senza controllare ancora in giro. Poi chiudo la macchina. Il rumore della chiusura centralizzata risuona nell’aria fredda della notte, le luci della macchina lampeggiano per un istante.
Prendo il borsone da terra e mi volto ad osservare le macerie. E come c***o faccio a nascondere il borsone?
Una smorfia, quindi mi avvio, sperando che da vicino la situazione cambi.
Forse la Camarilla ha fatto qualche “lavoretto” tra quelle macerie. Ed è così.
Adoro la Camarilla. Sempre organizzata, sempre pronta. Ma mai abbastanza per surclassare il Sabbat. Per quello ci siamo silenziosamente affiancati a loro, credo.
Osservo una trave. La aggiro, come mi è stato detto. Uno strato di detriti copre il pavimento, ma quando vi poso il piede mi accorgo che è finto. Un sorriso soddisfatto.
Osservo ancora con cautela in giro, voglio essere sicura che nessuno mi veda. Un brivido, un dubbio.
Lascio scorrere lo sguardo in giro… mi tolgo gli occhiali da sole, devo vedere meglio.
La luce infastidisce le mie pupille, molto delicate. Gli occhi, con pupille di serpente, si muovono ad osservare ai lati del campo visivo e notano un’ombra.
«Vieni fuori.» Cerco di mantenere un tono calmo, mentre un sospetto mi fa accapponare la pelle. «Richard.»
Un leggero ringhio come risposta. Sorrido, soddisfatta. Spunta da dietro un angolo del muro del garage sbuffando.
«Sei migliorata eh? Mi ricordo ancora che fino a non molto tempo fa avevi bisogno che qualcuno facesse l’imitazione del cuculo per nascondere il tuo casino.» ride.
Richard. E’ un tipo interessante ed è uno dei peggiori nemici di noi vampiri. Un mannaro, un garou.
Ma lui è strano. Ci ha offerto un nascondiglio, una notte. Ancora mi domando se abbia pensato, durante il giorno, di farci fuori, a me e Selene. Bah, l’importante è che non l’abbia fatto. Scuoto il capo: «Upupa… non cuculo…» la voce bassa, un appunto ironico, tra me e me.
«Che ci fai da queste parti?» lo osservo mentre si avvicina. Sono preoccupata. Il wakizashi è sulla macchina, e l’unica difesa in argento che ho è un orecchino, minuscolo, inutile. Dentro me impreco per la mia sbadataggine, ma dissimulo con un sorriso ironico. «Immagino non sia per caso…»
Una risata, che pare più un ringhio. I mannari annusano l’aria e sentono ogni odore… anche la mia preoccupazione. «Samara, su! Mi sembra di averti già dimostrato di essere degno di fiducia.»
Sembra sincero, mentre si avvicina porto la mano verso la fondina della pistola. Lo so, è inutile una pistola, ma lui non sa che non è caricata ad argento.
«Si, è vero. Allora dovrei pensare che sia solo una coincidenza.» alzo un sopracciglio a guardarlo, mentre con la mano libera mi rimetto a posto gli occhiali. Inutile tentare il trucchetto degli occhi con un mannaro, non ci cascano, inoltre gli occhi sono il mio punto debole. E con lui non voglio rischiare.
«Certo… che no.» Mi sorride tirando le labbra. «Ero passato per una visita di cortesia.» il suo tono si fa vago «Avevo sentito che vi era esploso il rifugio…» si guarda attorno, sono sicura che non ne ha solo “sentito parlare”. «Ma d’altra parte, ormai non era più un posto così sicuro. Lo conoscevano tutti, siete state distratte…»
Mi viene da ridere al pensare che proprio Richard mi faccia la predica, non me l’ha fatta nemmeno il mio Sire… alzo le spalle «Che vuoi farci. Errori se ne fanno… e, non dirmelo, prima o poi l’errore mi costerà caro. Si, grazie per l’informazione. Allora, se sei in visita a casa di due signore potevi almeno portare una bottiglia di vino… o dei fiori.»

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Sorrido. Stò giocando con un cagnolino un po’ troppo cresciuto. Anche lui sorride, più per cortesia che per altro. Si guarda un po’ attorno alzando un sopracciglio, poi abbassa lo sguardo sul borsone per un istante. Lo sapevo.
D’istinto porterei il borsone dietro di me, ma mi trattengo, faccio finta di non aver notato il suo sguardo e lascio il borsone lì di fianco.
Incredibile quanto le situazioni possano essere così semplicemente incasinate.
«Senti Samara. Lo sai che non sono capace di fare giochetti.» interrompe l’attimo con tono stanco «Mi hanno mandato a cercare una cosa, tra queste macerie.» annusa l’aria. La cosa m’inquieta. Lo osservo per un lungo istante, indecisa sul da farsi, mentre lascio scivolare gli occhiali sul naso, sperando di cogliere qualche movimento che prima mi fosse sfuggito. Ma niente.
«Guardati attorno Richard. Non è rimasto niente in questa casa. Giusto un paio di muri.» sollevo la mano sinistra, ad indicare vagamente le pareti del garage. «Avanti, spara, che cosa stai cercando? Ci risparmiamo tempo in due.»
Vediamo se a rendermi disponibile posso risolvere la questione, in fondo siamo comunque ragionevoli entrambi. O forse no? Mi guarda storto, aggrottando le sopracciglia.
«Samara, e io vengo a raccontarti che cosa ci faccio qui? Andiamo… » alza le spalle, un po’ scocciato. Sono stufa di stare qui. Mi viene un’idea, faccio una smorfia.
«Va bene, facciamo così. Mi sposto là…» indico il marciapiedi davanti all’abitazione distrutta con la sinistra «Non mi interessa quello che cerchi, perquisisci le macerie, intascati tutto e quando hai fatto chiamami.» Faccio per avviarmi, lasciando a terra il borsone, distrattamente, come se non fosse importante. Spero di essere migliorata nel raccontare frottole. Faccio un paio di passi, poi mi volto «Te lo lascio lì, tanto quella roba non è mai entrata prima in questa casa…» il tono ditratto, come se parlassi dei miei vestiti nuovi. Può annusare tutto quello che vuole, ma questa non è propriamente una balla. Lo osservo, riportando gli occhiali sul naso, a corpire gli occhi. L’ho notato, mi ha annusato, bastardo. Non si fida. Mi scappa da ridere, evidentenmente questo non gli sfugge.
«Perchè ridi?» guarda il borsone con poco interesse, mentre annuisce «Va bene, facciamo così…» alza le spalle cominciando a guardarsi in giro. Mi ha creduta. Incredibile direi. Mai raccontata una balla che fosse credibile.
Decido di non sfidare la sorte e di allontanarmi.
«Niente. Stò dando corda a un mannaro. Non è un po’ comico?» mi avvio alzando a mia volta le spalle «Fa pure con comodo.» alzo la sinistra in un gesto vago, poi mi fermo sul marciapiedi, abbastanza lontano da non vedere cosa stia facendo Richard, abbastanza vicino per sentire se si avvicina troppo al borsone. Ma sono relativamente tranquilla.
La via è sempre semi buia, illuminata da un paio di lampioni che spandono una luce giallastra. C’è freddo. Se respirassi vedrei delle belle nuvolette di condensa. Ma non respiro.
Affondo le mani nelle tasche della giacca, annoiata e aspetto. Tanto sono una vampira, che mi costa aspettare?
Poi me lo trovo di fianco. Sussulto appena, e mi volto a guardarlo, alzando un sopracciglio. «Allora?»
Scuote le spalle, tornando a guardare lungo la strada «Niente, mi manca solo il borsone.» Eh, no eh? Quello no! Sbuffo, mentre torno a riportare la mano destra verso la fondina. Poi mi fermo, stupita, come lo sembra lui, attirata dal rumore cupo e vibrante di un motore.
Un moto svolta nel vicolo, ralentando.
Selene arriva sul suo custom, un fucile appeso alla schiena, giubbotto in pelle ben chiuso, a nascondere sicuramente qualche altro gingillo. Ferma la moto dietro la macchina, quindi scende con consumata abilità. Le gambe fasciate da pantaloni in pelle e in anfibi neri.
C***o, stare con i Sabbatici le fa male. Non può andarsene in giro su una moto con un fucile a tracolla, e la stessa cosa passa per la testa pure a Richard. Solo che a me torna utile. Me ne stò zitta, celando la sorpresa di vederla lì.
«Certo che si fa notare eh?» è il comento del mannaro. Annuisco, mentre afferro la pistola e la estraggo, lasciando comunque il braccio rilassato lungo il fianco, assolutamente non minacciosa.
«Abbondiamo in spirito di adattamento.» il tono annoiato «Allora si diceva?»
Mi faccio un po’ più baldanzosa ora che non sono più da sola. Certo, vorrei evitare lo scontro, sarebbe difficile spiegare a Ivan certe ferite, ma a questo punto tentare con la minaccia è l’unica via. E la cosa sembra funzionare per ora.
Richard fa una smorfia, sembra annusare, valutare Selene. Siamo molto cambiate entrambe in questo periodo. Mi basta fare un piccolo sforzo di volontà e sento la mia pelle diventare più sottile, ma allo stesso tempo più flessibile. Richard torna a guardarmi e riesco a leggergli in faccia lo sgomento che la mia pelle, squamosa e lucida come quella di un serpente, gli provoca.
E’ impressionante per chi non lo ha mai visto prima. La lingua scivola fuori dalle labbra, biforcuta. Il tocco di classe sarebbe togliere gli occhiali da sole, ma c’è sempre quel piccolo particolare della sensibilità, che non voglio certo dimenticare.
Sembra riprendersi quasi subito, ma quello mi basta. Quando parla il suo tono è tranquillo, ma con una nota di sorpresa che non mi sfugge.
«Ciao Selene. Stavamo discutendo, qui, per via del borsone della tua compare. Avrei bisogno di controllarlo, ma lei mi stava dicendo che la cosa la disturba un po’…»
Selene si avvicina, ancheggiando elegantemente, come solo lei sa fare, con un fucile in mano. Lo osserva svogliatamente, un po’ scocciata.
«Sinceramente non me ne frega un c***o di cosa vorresti fare. Non abbiamo tempo da perdere.» poi sorride, l’espressione da ragazzina innocente che ha sul viso contrasta con le sue parole e il suo tono, ma rende bene l’idea. Si sente anche lei più forte.
Mentre Richard è impegnato con lei, prendo il cellulare con la mano libera.
Premo qualche tasto. Richard si volta appena a guardarmi ma non mi dice niente, parla invece con Selene.
«Beh, allora c’è un problema da risolvere.» alza le spalle «Vedi, stò cercando una cosa, e non vorrei che fosse proprio lì.»
Io mi allontano di qualche passo, mentre il telefono dall’altra parte suona un paio di volte prima che una voce risponda cortese.
«Pronto, Alessandro Del Duca. Con chi parlo?» La voce sembra scocciata. Male, molto male. Speriamo non sia una giornata no.
«Buonasera, sono Samara. Avrei un “imprevisto” per il rifugio.» cerco di essere cortese, marcado la parola “imprevisto”, sottolineandola con il tono della voce. Dall’altra parte c’è un attimo di silenzio, intanto sento Selene rispondere a Richard. La voce sempre tranquilla, ma il modo in cui tiene il fucile mi fa capire che la sua pazienza è molto poca.
«Non vedo dove sia il problema Richard, tu ti togli di torno e noi finiamo il nostro lavoro e ci riprendiamo il rifugio. Ti assicuro che non c’è niente d’interessante in quella borsa.» Per Selene questo è assolutamente vero. Non ci sono armi, quindi per lei sono solo inutili oggetti. Mi volto per guardarli un attimo, mentre sento Del Duca rispondere dopo l’attimo di silenzio.
«Nessun problema, saremo lì entro pochi minuti. Buonasera.» Click.
Come “click”?? Mi ha riattacato in faccia! Che s*****o! Faccio finta di nulla e parlo al cellulare, cercando di dissimulare l’inca******a.
«Va bene, allora spettiamo qualche minuto. Buonasera.» Riattacco, facendo finta di essere io a dettare legge, non il Signor Del Duca.
Intanto Richard fa la mossa sbagliata. Allunga un braccio per prendere al collo Selene, che fortunatamente è sempre pronta a muover le mani. Si scansa velocemente, alzando il fucile e puntandolo verso Richard, che a sua volta ringhia.
«Ehi! Ehi!» mi porto tra i due, la pistola in una mano, mentre l’altra intasca il cellulare. «Calma ragazzi. Richard.» Alzo lo sguardo per osservarlo in viso «Stanno arrivando a ritirare il borsone. Ti consiglio di toglierti di torno, non avresti molte speranze.» poi mi volto appena verso Selene, mantenendo lo sguardo sul mannaro. «Giù il fucile. Stasera non possiamo permetterci troppi casini.» Attendo le loro reazioni.
So che Selene abbasserà il fucile. sarà restìa a farlo, ma non ne dubito.
Spero solo che anche Richard mi dia retta, altrimenti troveranno polpette di vampiro quando arriveranno “i nostri”. Non sono così presuntuosa da credere di poterlo far scappare con la coda tra le gambe.
Bell’espressione: “Con la coda tra le gambe”. Non ci ho mai fatto caso, ma… i mannari hanno la coda? Va beh, non è il momento di pensarci. Selene abbassa appena il fucile, non troppo per la verità.
Richard sembra valutare la situazione un po’ più a lungo. Annuisce, poi punta l’indce contro d noi «Per stavolta lascio perdere. Ma tornerò…».
Bene, mi sa che abbiamo scelto il posto sbagliato e la sera sbagliata per consegnare la refurtiva al signor Del Duca, ma sembra che tutto possa avere una fine tranquilla, per il momento.
Selene si accende una sigaretta, prendendo il pacchetto spiegazzato dalla tasca e sfilando quella che lei ed io chiamiamo una sigaretta “alla Gighen”, un po’ storta e maltrattata, ma ancora fumabile. La osservo sollevando un sopracciglio, mentre recupero il borsone per poi tornare da lei.
Selene accende la sigaretta. Assurdo. Che piacere può dare una sigaretta se non si respira e non si subiscono gli effetti delle droghe?
«Tu non dovresti essere a coprirmi il c**o?» Non sono arrabbiata, lo so che non è stupida, quindi un motivo per cui è lì ci sarà.
Una boccata di fumo. Che strano. Io non emetto nemmeno nuvolette di condensa, nonostante il freddo. «Chiamalo sesto senso, sorellina.»
Rimarca l’ultima parola, come fosse disgustosa. Decisamente, stare con un branco di sabbatici non le fa bene. Per niente. Scuoto il capo.
«Selene, se ci beccano siamo nella m***a lo sai vero? Spero tu ti sia inventata qualche cosa di buono.»
Lei getta la sigaretta ancora a metà con un gesto svogliato, sbuffa, poi mi guarda storto. «Tranquilla, abbiamo finito ora per stanotte, quindi ho fato una deviazione per venire a cercarti e avvisarti che dobbiamo andare al rifugio.»
Il rumore di un auto che si avvicina ci fa girare entrambe. Viene dalla direzione opposta da quella da cui siamo arrivate Selene ed io. Una berlina scura. Dovrò imparare a distinguere bene le macchine d’ora in poi, per me sono tutte uguali. Si avvicina, lenta, procede lungo la strada. I lampioni riflettono la luce fioca sulla carrozzeria lucida. Lascio perdere il discorso con Selene: «Sono loro. Anche per questa volta ci è andata bene.»
La macchina si ferma con un leggero cigolo dei freni, dovuto all’umidità. Il finestrino posteriore si abbassa e il bel viso dai tratti fini di Del Duca compare. «Buona sera. Allora, qual’è il problema?»
Vorrei sputargli in faccia, per lo sguardo disgustato che mi ha rivolto, ma lui è uno dei superiori. Mi trattengo, faccio un bel sorriso e gli rispondo cortese. «Il problema era un mannaro, si è allontanato, anche se non credo di molto. Non mi fidavo a lasciare questa roba in giro. E’ stata una fatica recuperarla senza far insospettire Ivan.»
Selene si pone alle mie spalle, come una brava guardia del corpo, Del Duca la guarda un po’ storto.
«Bene, allora finiamo questa storia.» fa un gesto all’autista che apre il baule. Allungo la borsa a Selene, perchè ve la riponga, mentre stò a sentire quello che ha ancora da dirmi. «Ivan… il vostro Reverendo vero? Tra i branchi di Mantova si comincia a sentire spesso il vostro nome… Black Wolves vero?» alza un sopracciglio aspettando un mio cenno d’assenso. Intanto Selene apre il baule e ripone con cura il borsone, richiudendo poi con poca gentilezza il baule. La guardo storto annuendo a Del Duca che continua.
«Avete fatto un buon lavoro, forse ci avete impiegato un po’, ma il risultato è ottimo. Telefonate alla mia segretaria, in questi giorni, datele una lista di quello che volete come equipaggiamento. Ve la fornirà in tempi brevissimi, insieme alla vostra nuova missione.» comincia a sollevare il finestrino «Alla prossima ragazze.»
Rimango ad osservare il finestrino per il tempo che ci mette l’auto a ripartire. Osservo il mio riflesso e quello di Selene nel vetro, poi rimango lì a fissare l’asfalto. «Andiamo, è tardi…» Mi avvio alla macchina, Selene alla sua moto, stanca, l’alba è vicina…

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