[STORIE] La bambola del Serpente – Capitolo 4

Scritto da Shekinah

«Perché è così difficile sopravvivere?»
La prima volta che lo chiesi a Jack scorsi sul suo viso quel sorriso mesto di chi, dopo tanti anni passati a chiederselo, avesse trovato la risposta nella quiete.
Ed ora, mentre approfittavo dell’occasione di potergli parlare che mi ero guadagnata con l’ultimo lavoro, gli avevo riposto la domanda in un momento di sconforto.
«Vedi, Sam, devi smetterla di combattere la tua natura, devi accettarla. Più la combatti, più sprechi forze ed energie, e più diventa difficile andare avanti.»
Ascoltare la sua voce calma dopo molti giorni passati a cercare di ricordarla e temendo di averla scordata mi risollevò subito, ma era un contrasto troppo netto quello tra la sua voce e ciò che invece vedevo.
Era prigioniero dietro una grata d’acciaio elettrificata, affamato e debole per i soprusi subiti. Torture d’interi giorni per carpirgli dove avesse nascosto il suo cuore, ma lui era rimasto in silenzio. Non l’aveva detto a nessuno, nemmeno a me. Così avevo passato tutti i loro test e le loro prove senza difficoltà, senza necessità di arrivare alla tortura, perché non avevano trovato traccia di ricordo o di menzogna, in me.
Era più tranquillo di me e questo mi turbava.
«Ma petit sorciére,» mi sentii chiamare e temetti di aver lasciato trapelare il mio turbamento, perché non ero ancora brava a dissimulare, ma invece vidi la sua espressione tranquilla «non dovresti sprecare il tuo tempo con me.»
Il modo in cui lo disse mi fece alzare in piedi in uno scatto di residua, umana, rabbia. Appunto, non ero brava.
«Ma che stai dicendo Jack?» sbottai «vuoi che me ne vada?» dissi, leggermente stizzita «Dopo che ho accettato tutti i loro test, i loro patti e i loro ordini me ne devo andare senza preoccuparmi per te? Se accetto di eseguire i loro stupidi ingaggi è solo per poter trascorrere un po’ di tempo con te, con il mio Sire, perché mi devi ancora insegnare molte cose e da sola…» esitai «Da sola non ce la posso fare a sopravvivere Jack. Ho bisogno del tuo aiuto. E tu hai bisogno del mio.»
«Non dire sciocchezze.» fu freddo il suo tono e mi ferì «Sei intelligente, te la caverai bene anche da sola.»
Questo mi fece perdere le staffe.
«Cavarmela da sola? Sprecare il mio tempo? Dì, ma tu non ce l’hai mai avuto un cuore?» domandai, senza rendermi conto dell’ironia insita nella domanda e che probabilmente fu la causa del suo sogghignare.
«Se ce l’avessi ancora in petto, ora sarei morto non credi?» disse solo, prima di scuotere il capo.
Mi accorsi dell’errore e mi pentii dello scatto.
«Sai che non era quello che intendevo.» ribattei nervosamente.
«Lo so Sam.» ammise con la consueta tranquillità «ma quando il nostro legame di sangue comincerà a farsi più debole ti dimenticherai di me e allora…»
Iniziai a scuotere il capo, mi rifiutavo di voler sentire altro, allungai le mani sulla grata che ci separava perché avevo sentito tremare nelle vene la sua paura, la sua preoccupazione e questo mi spingeva a cercarne il contatto per poterlo rassicurare.
Volevo avvicinarmi, invece una scarica elettrica ad alto voltaggio mi sbalzò via. Caddi due o tre metri più indietro, travolgendo lo sgabello su cui ero seduta poco prima, producendo un rumore abbastanza forte da attirare la guardia che arrivò a controllare e mi trovò lì, seduta al suolo con le mani fumanti per le ustioni che mi avevano bruciato la carne dei palmi ma di cui ancora non avvertivo il dolore.
La guardia mi fissò per qualche momento con perplessità, prima di entrare e chinarsi su di me per aiutarmi e rimettermi in piedi ed in quel frangente scorsi la decisione negli occhi del mio Sire.
Forse fu a causa dello shock, forse fu per via della scossa, o semplicemente fu l’intensità dello sguardo di Jack, ma un ricordo riaffiorò prepotentemente nella mia mente scuotendola vigorosamente, come a voler svegliare il mio cervello dal torpore di un sonno troppo lungo.

La vista offuscata non mi permetteva di scorgere i dettagli. Forse ero stata drogata, o forse c’era qualcosa nel sangue che avevo bevuto e che ancora m’impastava la bocca. Il sangue di quell’uomo che ora mi guardava torvo.
Nella mia testa non ricordavo il suo nome ma sapevo chi era, lo conoscevo.
Era a petto nudo e dei ghirigori cremisi gli imbrattavano la pelle. La luce era tremolante e gialla, luce di un fuoco, che mi permetteva di vedere per lo più inquietanti ombre.
Aprii la bocca per dire qualcosa, ma avevo la lingua impastata, un sapore metallico, quasi rugginoso, mi scivolava in gola dandomi la sensazione di star quasi per soffocare.
Non emisi nessun rumore, ne ero certa, perché sentivo l’uomo salmodiare qualcosa, una sorta di preghiera che mi era vagamente familiare, ma che non riuscivo ad associare a nulla.
Poi lo vidi sollevare un pugnale. La lama spiccò brillando di luce dorata, o forse era solo colpa dei miei occhi dalla vista incerta, o del mio cervello confuso. Pesante ed intorpidita lo scorsi puntare il pugnale su se stesso. Premeva la punta della lama al centro del petto, aprendovi uno squarcio che, lo sentivo come se fosse mio, era puro dolore. Lo vidi chiudere gli occhi ed infilare la mano tra le costole, sentendole scricchiolare, spostarsi per lasciarlo passare fino ad arrivare al cuore. Lo afferrò e lo strattonò fuori, recidendo arterie e vene con il coltello. Barcollò, ma rimase in piedi, pallido, quasi esangue. Quel cuore era una massa nera, quel che restava di un cuore atrofico, immobile nel suo palmo ed ora lo teneva sospeso su di me.
Volevo urlare, scappare, ma non potevo. La mia vista si schiarì per un momento, mettendo a fuoco la figura di Jack che sollevava il pugnale per puntarlo contro al mio petto. Sentii premere la punta fino ad infilarsi nella carne ed allora la paura fu tale che iniziai ad urlare. Sentii il mio grido rimbombarmi nelle orecchie, ma la luce attorno a me si spense e persi i sensi…

Quando mi ripresi da quella visione, da quel ricordo, la guardia era china su di me.
Con una nuova consapevolezza osservai il mio sire.
Umettai le labbra in un gesto di umana titubanza e mi rialzai. Trovai la voce dopo un momento.
«Ti dimostrerò che sbagli Jack. Tu non cedere, non dire loro dove si trova il tuo cuore… ed io non ti abbandonerò, mai.» portai la mano al petto, dove il mio cuore solitamente immobile mandò un palpito forzato dalla mia volontà, ed allora mi accorsi che qualcosa non andava, che qualcosa non era come avrebbe dovuto essere. Il mio cuore ne custodiva un altro. Come una matriosca, Jack aveva scelto me per custodire se stesso. Ecco perché ci avevo messo così tanto a riprendermi dall’Abbraccio. Non stavo solo rinascendo come vampiro, stavo anche curando le ferite che avevano permesso al mio sire di nascondere il suo cuore. Jack sapeva che sarebbero venuti a prenderlo, così aveva nascosto il suo punto debole dove nessuno avrebbe mai pensato di andarlo a cercare.
Il suo cuore era nel mio. Letteralmente.
«Ogni promessa è debito, Sam.» rispose solo.
Non aggiunsi nulla per non tradirmi e far insospettire la guardia e uscii.
Camminavo a stento verso la mia stanza, con le mani dolenti per le bruciature, percorrendo un dedalo di corridoi tutti uguali, ma non me ne accorsi nemmeno.

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