[Cronache] Le notti dai lunghi artigli – Session 7

Session Seven

La notte passa, insolitamente tranquilla, solo una volta sembra che una garguglia si sia avvicinata alla casa, come se volesse fare un sopralluogo, attirata forse dalle urla di Braden che viene sollevato di peso da Ian e lasciato cadere da una ventina di metri.
E’ strabiliante quello che possono fare Gangrel come Braden ed Ian… nel giro di pochi attimi la loro forma cambia e invece dell’urlante Braden ci si ritrova a guardare un grosso pipistrello con un apertura alare di due metri.
La notte successiva mi piazzo di nuovo nella sala, mentre Ivan parte, appena il sole cala oltre le cime delle montagne Svizzere, per cercare di risolvere il piccolo “qui pro quo” che si è verificato con il nostro ospite, Bronach infatti dovrebbe rientrare questa notte stessa, completamente scagionato, ed Ivan vuole approfittare della sua lontnanza per parlare con calma con i Vescovi in questione.
In questa notte vogliono anche andare a recuperare il Ductus, scomparso nella foresta qualche notte prima. Sembra che Selene e Mario abbiano elaborato una specie di piano per rintracciarlo. Sento bussare alla porta della sala, non mi giro nemmeno ad osservare «Avanti.» il tono calmo, per niente provata, affaticata o stanca di guardare la finestra chiusa dalle tende davanti a me e gli arazzi appesi nel mio campo visivo… in fondo ho tutta l’eternità per starmene qui, posso prendere le cose con calma.
Selene entra, il passo sicuro, posa una mano sul fianco, parlando con il suo solito tono svogliato: «Il Reverendo ci ha ordinato di andare a recuperare Fandango, vieni con noi?», scuoto il capo: «No, io non mi muovo più senza un preciso ordine di Ivan.» incrocio le braccia al petto, nessun’altro movimento. Mario sbuffa guardando dentro, appoggiato allo stipite della porta: «Samara, Ivan ci ha ordinato di andarlo a recuperare… andiamo dai.» il tono ragionevole, tutto sommato nel giusto, penso tra me e me che Mario sembra proprio un bambino annoiato: «No, Mario, finchè non vedo Ivan entrare da quella porta e dirmi di seguirvi non mi muovo… non vorrei ledere di nuovo all’immagine del braco.» il tono si fa leggermente sarcastico, sento Selene sbuffare e girarsi, avviarsi verso la porta «Testona.» unico commento che mi fa sorridere. Si sono davvero testarda se mi ci metto.
La porta si chiude con un tonfo secco, un leggero brusìo e dopo qualche momento di Silenzio sento alcuni passi e la porta aprirsi di nuovo, con veemenza questa volta.
«Samara!» la voce di Ivan, sobbalzo girandomi di scatto e fissando quello che mi sembra Ivan… però ha qualcosa di strano… eppure sembra proprio lui. Sollevo un sopracciglio perplessa: «Ivan non eri partito?» Senza mezzi termini mi indica la porta: «Mi hanno chiamato e sono tornato indietro, vai con gli altri a prendere Fandango, e che non succeda mai più una cosa del genere!!» Arrabbiato esce dalla sala.
Io rimango per qualche attimo perplessa ad osservare il rettangolo della porta “Era lui o non era lui??” una smorfia, sollevo una mano alla tempia, mentre Selene entra con aria gongolante: «Allora andiamo. Che hai?» sollevo lo sguardo su di lei e scuoto il capo: «Niente niente… andiamo.»
Ci avviamo verso l’esterno. La notte è pervasa da una brezza umida che ispira pioggia, il cielo sgombro di nubi su di noi, ma scuro là in fondo, dietro le cime dei picchi.
Attraversiamo il ponte di pietra che collega la magione al bosco e procediamo verso il punto in cui abbiamo visto scomparire Fandango per cercare qualche traccia. Braden compare di corsa, seguendoci: «Aspettatemiiii! Vengo con voiiii!» urla con un matto. Ci fermiamo e ci guardiamo in faccia sconsolati, lo aspettiamo e dopo avergli dato uno scappellotto ed averlo sgridato di far meno casino riprendiamo ad avanzare nel bosco, le orecchie tese ad ogni rumore, camminando lentamente e con attenzione. Arriviamo nel punto in cui Fandango è precipitato. Non c’è bisogno di esser esperti per leggere le tracce. Rami spezzati, il terreno scalfito come da artigli, gli alberi segnati dal passaggio di una raffica di colpi da arma da fuoco, Selene si avvicina e controlla i fori passandovi la mano sopra: «Si, questa è la sua Desert Eagle…» Mario sembra notare alcune tracce di sangue che s’inoltrano tra gli alberi: «C***o, vanno verso il villaggio dei mannari…» si volta verso di me nervoso «Spero solo che la tua tregua conti davvero qualcosa, altrimenti siamo senza Ductus…» sollevo le spalle senza nemmeno guardarlo, incamminandomi. Braden scatta in avanti, on un’aria seriosa che sul suo giovane musetto risutla comica: «Le seguo io le tracce…» in realtà non c’è bisogno che nessuno s’impegni per seguirle, ma lo lasciamo precederci senza dire niente. Ad un tratto si ferma, puntando gli occhi davanti a se, annusando appena l’aria. Fa una smorfia, ma sembra tranquillo. Un paio di ombre, figure indefinite compaiono dalle ombre del bosco, divenendo pian piano più definite e nette. Due figure umane. «Chi va là?» Un sibilo di Selene, che già impugna la sua pistola, puntando le due figure con il mirino… un pallino rosso che ne percorre lentamente una a mano a mano che si avvicina. Una delle due figure, una donna dall’aspetto normalissimo, solleva le mani, il tono tranquillo «Ci ha mandato Richard, dobbiamo accompagnarvi al villaggio, uno dei vostri è stato recuperato un paio di notti fa.»
Un sorriso soddisfatto mi si palesa sulle labbra, mentre mi accingo a seguirli Mario mi ferma trattenendomi per un polso: «E se ci vogliono fregare?». Mi vien da ridere, se ci fregassero adesso il nostro patto si romperebbe e tutto tornerebbe come prima, nessun vantaggio per nessuno… soprattutto per i mannari, scuoto il capo: «Non credo… non conviene a loro.» Mario annuisce, pare soddisfatto: «Va bene, facciamo così, io entro a prendere Fandango insieme a Selene e tu rimani fuori, se qualcosa non va, urla… Braden…» si volge verso di lui puntandogli il dito come a minacciarlo «Tu rimani con Samara.» io annuisco, tanto non credo ce ne sarà bisogno, la posta in gioco è la sopravvivenza del branco, Richard non sarebbe così stupido da giocarsela… almeno non per così poco. Braden sorride di un sorriso stupido «Si signore!» si porta una mano a fare il saluto militare e si mette al mio fianco, guardandosi attorno con fare impegnato.
Guidati dai due mannari raggiungiamo il paesino. La vita sembra scorrere normale. Un tranquillo paese di montagna dove però in certe notti, gli ululati rompono il silenzio e la caccia ha inizio…
Mi guardo un po’ in giro mentre la ragazza conduce Mario e Selene verso una casa, attraverso l’uscio scostato li vedo scendere in uno scantinato, dal quale si sentono provenire alcuni ringhi di dolore e qualche imprecazione: è senza dubbio la voce di Fan.
Rimango solo per pochi istanti con la silenziosa compagnia dell’altro mannaro e di Braden, che, come una brava sentinella, si guarda attorno, controllando ogni cosa, almeno apparentemente… poi vedo salire dalle scale Mario che sorregge Fandango, una spalla e l’addome fasciato, il viso un po’ provato dal dolore; dietro di loro Selene. Come previsto non era necessario fare la guardia, ma sempre meglio non farsi trovare del tutto impreparati con certe bestie. All’odore del sangue che macchia alcune bende di Fandango il ragazzo accanto a me odora l’aria con fare poco umano, inquietante.
Faccio un cenno ai tre «Sbrighiamoci, non voglio esser ancora in giro al sorger del sole…» In realtà intendo dire “Non voglio esser qui quando l’odore del sangue risveglierà queste bestiacce.” ma credo che gli altri siano sufficentemente intelligenti da capire la situazione senza troppi problemi. Usciti dalla casa, Selene si affianca a sorreggere a sua volta Fandango e ci avviamo verso la magione, con Braden davanti a guidarci, correndo tra gli alberi come un animale selvatico, annusando l’aria e di tanto in tanto chiandosi a guardare il terreno. Penso “E’ impazzito, l’aria di montagna gli fa male…” mi volto e osservo le facce degli altri… stanno pensando la mia stessa identica cosa.
Torniamo alla Magione e sistemiamo Fandango sulla sua branda, non potrà muoversi per qualche tempo e comunque la mattina si stà avvicinando a grandi passi, bussando alle finestre posteriori del nostro rifugio, quando, ad un tratto, il portone d’ingresso si spalanca e la figura di Bronach Daimon entra, l’aria accigliata. Corriamo tutti a vedere: «Dov’è Augusta?? Se le avete torto anche solo un capello giuro che me la pagherete cara!!» la sua voce risuona nell’androne del palazzo, alta e sottilmente femminile… forse mi sono solo fissata, ma prima o poi risolverò anche questo dilemma. Un po’ titubante mi faccio avanti: «Augusta Elora è chiusa in una camera, non le è stato fatto niente, signore.» Mi fulmina con lo sguardo, mi punta il dito contro: «Con te parlo dopo, accompagnami da lei, me ne devo accertare.» Lo accompagno alla camera dove Mario e Garth avevano rinchuso la donna. Lei, silenziosa, se ne stà seduta sul bordo del letto, solleva il capo nel sentir la porta spalancarsi e come scorge la figura di Bronach gli corre incontro, abbracciandolo. Non un fiato, non una parola è uscita dalle sue labbra da quando siamo arrivati, oltre le comuni frasi di circostanza, e neppure ora dice nulla.
Li osservo abbracciarsi, poi Bronach pare ricordarsi di qualcosa, meglio, di qualcuno… ed io mi sento gelare il sangue nelle vene, quando mi fissa alterato: «Bene, miss Amuhi. Mi vuole spiegare perchè il contenuto della mia cassaforte è finito nelle mani di un sudico mannaro?» tagliente la sue affermazione. Prendo il coraggio a quattro mani e rispondo con aria tranquilla come ho risposto al mio Reverendo imprecando tra me e me “Ivan, lo hai fatto apposta a partire vero? Bastardo…”, osservo il volto teso di Bronach «Come ho già spiegato al mio Reverendo non era mia intenzione sottrarre nulla dalla cassaforte. Almeno non fino a quando ho avuto l’occasione di eliminare, almeno temporaneamente, il problema dei lupini.» Lui mi osserva per un attimo: «Spero che mi verrà restituito TUTTO di quello che era custodito la dentro.» il modo in cui sottolinea quel “tutto” mi mette i brividi, come se sapesse di custodire qualcosa di ambito da altri, ma cerco di non farmi prendere in contropiede. «Certo Signore. Se non le restituiranno tutto andrò io stessa a riprendere tutto. Se mi vorrà accompagnare sarò lieta della sua compagnia.»
Lui annuisce, sembra un po’ più tranquillo, ma sicuramente la fiducia nel branco, in me in particolare, è precipitata «Bene, allora, ditemi, dove sono il vostro Reverendo e il vostro Ductus? Ma soprattutto… avete un piano per liberarmi dall’impiccio di grifoni e garguglie?» Ian si fa avanti «No, non ancora, abbiamo avuto un po’ da fare con il nostro Ductus, che ora è giù che riposa, è stato ferito molto gravemente. Ma domani notte contiamo di organizzarci. Ivan è tornato a Mantova, per scusarsi.»
Senza dire nulla, conducendo Augusta fuori dalla stanza si avvia lungo il corridoio, diretto alla sua camera per riposarsi. Noi ci guardiamo perplessi, poi Mario esclama «Bene, figlioli, per la gloria di Gonzo io andrei a fare un pisolino, l’alba è fastidiosamente vicina.»
In silenzio, ognuno perso nei propri pensieri ci dirigiamo alle brande per passare la notte in quella Magione che comincia a starmi stretta.

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