[Cronache] Le notti dai lunghi artigli – Session 2

Session Two

Dopo una settimana le macchine del Vescovo ci vengono a prendere, per portarci al confine con la Svizzera.
Dopo lunghe ore di viaggio in cui Mario e Garth ci hanno propinato una fila infinita di canzoncine da “gita familiare” da far venire la carie anche alla famiglia del Mulino Bianco, e da far innervosire Fandango e Selene al punto di pensare di tramortirli tutti e due per avere un attimo di requiem, giungiamo al confine.
Ma io dico, questo Vescovo poteva mandarci con un aereo privato, un elicottero, o comunque un mezzo un po’ più rapido, ma presumo che la rapidità con cui è stato organizzato tutto quanto gli abbia impedito di pensare anche a quello… oppure i fondi del Sabbat non sono poi così “infiniti” come sembrano.
Scendiamo dalle macchine, mentre veniamo esortati a sbrigarci a scaricare tutto il nostro equipaggiamento, il viaggio che ci porterà nel cuore delle montagne, alla Magione di Bronach Daimon occuperà quasi tutto il tempo che ci divide dall’alba… insomma, faremo appena in tempo, sempre ammesso che non ci siano inconvenienti.
Ma sembra che tutto sia stato organizzato a dovere, delle carrozze, nere come la pece, ci aspettano in un luogo isolato.
Carrozze con un pennacchio viola, svolazzante sopra e condotta da cavalli completamente neri, che sembrano tremolare appena alla luce della luna, come se le ombre stessero giocando a confondere la vista, strisciando su di loro.
Un brivido lungo la schiena mentre ci dividiamo l’equipaggiamento e saliamo sulle carrozze.
Selene ed io ci siamo già accordate, staremo divise, per non dare l’impressione di essere troppo “c**o e camicia”, per svolgere al meglio la missione che ci è stata richiesta.
Altre due ore di viaggio, più o meno… a me sembrano molto di più a dire il vero.
Le carrozze viaggiano senza scossoni, il che mi lascia sempre più perplessa, poiché osservando fuori si può vedere solo bosco, alte rupi e una piccola strada, palesemente sconnessa. Non dico nulla, perchè sembra che per gli altri occupanti della carrozza, Ivan e Ian, la cosa sia normale. Per fortuna Mario e Garth hanno deciso di salire su un’altra carrozza, altrimenti scommetto che avrebbero trovato altre canzoncine da propinarci senza mai ripetere la stessa due volte.
Il posto sembra davvero isolato, un piccolo villaggio, sgangherato e un po’ abbandonato è l’ultimo baluardo della civiltà, l’ultimo posto in cui vedo una tacca sul cellulare, con mia somma insoddisfazione. Evidentemente la mia espressione deve aver lasciato trapelare qualche cosa.
Ivan mi guarda sollevando un sopracciglio, compostamente seduto ed immobile: «Che succede Samara?»
Sbuffo intascando il cellulare: «Saremo completamente isolati. Il cellulare ha dato il suo ultimo segnale di vita…»
Ivan annuisce «Bene, così almeno potremo apprezzare la compagnia di Radio Mario.»
Nessuna espressione in viso, ma non può sfuggire un leggero tocco di sarcasmo nel tono. Mi vien da ridere, ma dissimulo alla bell’e meglio, facendo una smorfia.
La strada si fa ripida, salendo oltre un bosco dalla vegetazione fitta su un ponte, di pietra, che conduce oltre un dirupo del quale non scorgo la profondità. E davanti a noi, sul picco, salendo per la strada che costeggia il dirupo dall’altra parte del ponte si staglia contro il cielo, che va pian piano accendendosi dei colori dell’alba, una magione imponente, sontuosa. Anche troppo per i miei gusti, “un mausoleo per anziani sabbatici” credo la definirebbe Selene…
La Magione risulta completamente all’oscuro, a parte l’atrio, nel quale una luce tremolante compare sulla soglia del portone d’ingresso. Due figure abbracciate sotto lo steso mantello nero escono, seguite da un’altra che regge una candela, fonte della luce tremolante che poco prima illuminava fiocamente l’interno.
Estraggo il cellulare dalla tasca e lo spengo. Il mio gesto merita un’occhiata perplessa di Ivan: «perchè lo spegni?»
Indico fuori dal finestrino, verso le tre figure, mentre le carrozze si fermano: «Non c’è segnale… e a quanto pare manca anche la luce. Meglio non sprecare la batteria…»
Ivan annuisce, quindi, appena la carrozza si ferma scende. Gli cedo volentieri il passo. Nonostante sia un sabbatico, ho un legame con lui e il resto di questo Branco, e il timore reverenziale che la sua figura impone mi suggerisce di portargli rispetto. Per questo è il Reverendo dei Balck Wolves.
Lascio scendere anche “zanzarone” Ian, seguendoli subito dopo.
La costruzione di fronte alla quale ci troviamo è enorme, noto che tutti siamo rimasti a fissarla per un lungo istante, prima di abbassare lo sguardo sulle tre figure.
La somiglianza di Bronach con sua sorella Morgana è strabiliante, per questo Ivan si rivolge a lui senza esitazione alcuna: «Ivan “Drako” Kubilny, clan Tsimisce, Reverendo dei Black Wolves.» quindi indica Fandango con un cenno, invitandolo a presentarsi, in fondo è lui il Capo Militare, il Ductus, come lo chiamano i sabbatici. Fandango avanza di qualche passo, sperava di rimanere fuori dai discorsi, ma le smancerie sabbatiche impongono che, come Capo del Branco si presenti anche lui. Il tono è svogliato, ma con una nota di orgoglio: «Fandango Mordecai, Brujah Antitribù, Ductus dei Black Wolves.»
Il nostro ospite sorride, mentre la sua espressione si rilassa, facendomi notare ancora di più la somiglianza con Morgana… gli stessi tratti femminili… Penso che la cosa sia sfuggita davvero a pochi: «Benvenuto Signori miei nella mia dimora. Mi presento» La voce profonda e musicale, la si direbbe indubbiamente maschile. «Sono Bronach Daimon, fratello del Vescovo della libera città Morgana Daimon Morrigan.» Un cenno del capo alla dama che ne stà al fianco. Una bella donna, indubbiamente, lunghi capelli biondi, viso sottile, tratti fini. «Costei è Augusta Elora Dellalba, mia Infante.» La donna china il capo in un saluto rispettoso ed elegante. «Bene, ora affrettiamoci ad entrare. L’alba è vicina.»
Osserva le numerose borse e gli zaini che stiamo tirando celermente giù dalle carrozze. «Sono felice di constatare che siate ben attrezzati.»
Ivan volge lo sguardo verso di noi, mentre anche Fandango si accinge a darci una mano: «Si, beh, come direbbe il nostro Ductus siamo addestrati e perfettamente… non mi ricordo cosa…» si acciglia un attimo quindi prosegue «Ah, si, inca**ati!»
Un sorriso soddisfatto verso Bronach che sorride di rimando all’affermazione: «Espressione colorita.. ma rende bene. Prego Signori, seguitemi, sarete stanchi per il viaggio.»
Un modo di dire, ovviamente, più per galateo che per verità. Si avvia, preceduto dall’umano con la candela e tenendo sempre accanto a se Augusta Elora, all’interno della villa. Raccattiamo il nostro equipaggiamento e lo seguiamo, mentre l’alba colora il cielo tra i picchi.
E la prima notte è andata.

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