[Cronache] Le notti dai lunghi artigli – Session 10

Session Ten

Dopo essere tornati alla magione di Bronach, non l’abbiamo quasi più visto. Vagava per i corridoi della sua magione, di tanto in tanto, il capo chino ad osservar il pavimento, le mani allacciate dietro la schiena, silenzioso e lugubre, un’anima in pena che stia cercando di trovar fine al suo tormento.
Ma per la maggior parte del tempo è rimasto probabilmente rinchiuso nel suo studio…
Immagino che abbia perquisito i nostri equipaggiamenti, mentre eravamo fuori. Non trovando nulla, ovviamente.
Presumo che la sua preoccupazione attuale sia di organizzarsi come si deve per andare a recuperare quello che crede nelle zampe dei Mannari.
io ho fatto finta di nulla, lui ha visto il branco prepararsi alla partenza, io stessa sono andata con Ivan ad avvisarlo della nostra partenza.
«Signor Daimon, noi avremmo concluso,a questo punto. Se non ha altre esigenze noi domani faremmo i bagagli e torneremmo a Mantova.»
Un breve silenzio, che quasi induce a pensare che Bronach non lo abbia nemmeno ascoltato, poi sposta lo sguardo pensieroso, rivolto alla finestra sul Reverendo annuendo distrattamente e facendo un gesto della mano, come d invitarci a toglierci dai piedi alla svelta.
«Si, si. Prego, andate pure. Disporrò che le carrozze siano pronte per voi in qualunque momento vogliate partire. Ora se non vi spiace avrei altro a cui pesare.»
Io non me lo faccio ripetere due volte, indietreggio verso la porta, per uscire, ma senza fretta, non vorrei…
«Miss Amuhi.» mi blocco, forse sono stata un po’ affrettata…
«Miss Amuhi, si ritenga sciolta dal nostro accordo. Torni pure con il suo Branco.»
Se fossi viva tirerei un cosiddetto “sospiro di sollievo”, ma dato che ormai di vivo h ben poco, se non l’apparenza, annuisco con indifferenza: «Certo. La ringrazio.»
Sguscio fuori alle spalle di Ivan, richiudendo la porta, quindi ci avviamo entrambi a cominciare a preparare la nostra roba. Ovviamente siamo tutti stanchi di questo posto…
La notte seguente, mentre riordino la mia roba, controllando che ogni cosa sia al suo posto mi vien da pensare.
Forse Bronach pensa davvero che Richard abbia tutta la refurtiva, che si sia intascato tutto, non avendo trovato nulla tra la nostra roba l’idea è lecita. In fondo, vedendola dal suo punto di vista, mi sono voluta fidare di un Mannaro.
D da quando un Mannaro mantiene le promesse?
Ultraconservatore com’è Monsieur Daimon potrebbe tranquillamente pensare che sia impossibile un accordo tra me e Richard, dove si prevede un minimo di fiducia in un Garou.
Eppure ho corso il rischio; in fondo sia Richard che Selene ed io abbiamo delle buone credenziali sulla fiducia.
E quando Bronach cercherà di riavere la refurtiva, io sarò tra gli ultimi suoi pensieri.
“In bocca al lupo!” mi vieni ironicamente da pensare, mentre ci allontaniamo dalla Magione sulle nostre carrozze nere, un paio di notti più tardi.
Tutto sembra procedere tranquillo per una buon tratto di strada. Poi ad un tratto le carrozze vengono scosse, un movimento insolito, dato che non lasciano generalmente nemmeno sentire i normali scossoni della strada sconnessa, ed infine si fermano, nel bel mezzo del bosco. Mario arriva di corsa: «Ivan, c’è qualcosa che non va. Garth ed io stavamo giocando al “Gioco delle parole incatenate” e guardando fuori ho visto qualcosa muoversi. Ci sta seguendo già da un bel po’.»
Ivan guarda Mario storto «A cos’è che stavate giocando?»
Mario rimane stupito, e in effetti un po’ anche io. Gli risponde come se la cosa fosse ovvia e avesse appena scoperto che Monsieur Kubilny è un alieno «Al gioco delle parole incatenate!»
Posso capire un po’ Mario. A volte sembra quasi che Kubilny non sia mi stato bambino…
Il tono di ovvietà e l’espressione un po’ corrucciata di Kubilny mi convincono ad intervenire «Non è quello il punto…»
Ivan rimane ancora un attimo ad osservare Mario, torvo, quindi annuisce portando una mano alla tempia, massaggiandola, non che ne abbia bisogno, in verità, il suo è un puro riflesso: «Si, hai ragione Samara. Ian, Mario… precedeteci. Andiamo a vedere che cos’è.» un cenno allo “zanzarone” e questi scende. Traffica un po’ tra i bagagli, quindi prende l’M61 di Fandango. A passo lento ci addentriamo nel bosco. Ian e l’Assassino davanti, Ivan ed io a distanza.
Selene, Braden e Garth scendono dalle rispettive carrozze, un rapido cenno di Ivan ad indicargli di prestare attenzione e i tre si dispongono a guardia della carrozza centrale, dove è custodito il corpo di Fandango, che fatica a riprendersi dalle ferite subite in combattimento. Il che è un po’ preoccupante.
Ad un tratto sentiamo, nella semioscurità del bosco davanti a noi un ringhio e una raffica di colpi che rompono il silenzio, facendo fuggire gli uccelli notturni appollaiati sui rami lì vicino. D’istinto mi chino, proteggendomi la testa. Lo sbattere di quelle ali piumate mi fa sobbalzare, risvegliando qualche cosa dentro di me… una sorta di timore, che da qualche tempo mi fa storcere il naso all’idea di aggirarmi per i boschi.
Ivan mi guarda per un attimo, prima di una un’altra raffica di cui vediamo un distante bagliore tra i tronchi degli alberi. Poi Mario compare dal nulla, ridacchiando e facendoci ampi cenni con la mano: «Venite, venite a vedere!!» Sembra un bambino che abbia appena assistito alla più esilarante rappresentazione di clown del circo… Cosa che trovo inquietante, dato che odio i clown ancora da quando ero in vita…
Lo osserviamo per un attimo, sbattendo le palpebre, non riuscendo a capacitarci del fatto che sia comparso dal nulla, ma d’altro canto lui è un Assassino, un Assamita, è il minimo che sappia sparire nel nulla e ricomparire alle spalle dei sui nemici.
Sebbene anche io sappia passare inosservata non sono abile quanto lui, ed ogni volta rimango un po’ perplessa nel vederlo ricomparire in luoghi completamente inaspettati.
Ivan scuote il capo, quindi entrambi ci decidiamo a seguirlo, sbucando in una radura, poco più illuminata del resto del bosco, e la scena più comica che abbia mai visto in tutta la mia esistenza mi si para d’innanzi.
E credetemi… in cinquant’anni ne ho viste di cose…
Un Gangrel, con quattro braccia, alto poco più di due metri, imbraccia un fucile, puntandolo verso un affarino bluastro di non più di una decina di centimetri da cui giunge un rumorino acuto, come il tintinnare di campanellini d’argento, stà ridendo.
Appena Ian ci vede punta il dito su quel cosino «Quel botolo mi stà prendendo per il c**o!»
Un’altra raffica di colpi e l’affarino si sposta velocemente di ramo in ramo, ridendo ora sguaiatamente, fino a quando il rumore del fucile non cessa. Sono finiti i colpi.
Mario è piegato dalle risate, ed anche io mi stò trattenendo a stento, tenendo la mano davanti alla bocca per nascondere un sorriso che credo a Ivan non farebbe molto piacere, vista l’occhiataccia che lancia a Mario.
La creaturina, che altro non è che un pixie, saltella su un ramo sbeffeggiando Ian con pernacchie e gestacci. Ma pare essersi stancata di prendere in giro l’ottuso gangrel, e quando lui gli lancia contro l’M61 decide che è ora di trovare qualcosa di meglio, scomparendo nel bosco.
L’arma s’infrange contro l’albero, andando in pezzi. Pezzi metallici che schizzano in giro, baluginando appena, colpiti dalla fioca luce lunare che filtra dagli alberi che circondano la radura. Un sonoro “CRASH” e l’arma è andata. Sbuffo «Che spreco…» quindi mi volto, tornando sui miei passi, ormai il divertimento è finito. Mario mi segue, decisamente allegro. Mentre sento la voce di Ivan, seria di Ivan alle nostre spalle «Bene, ora che ti sei fatto prendere per il culo… torniamo alle carrozze.»
Me lo immagino: le braccia incrociate al petto e con un’espressione di totale rassegnazione stampata in viso.
Poi sento i suoi passi seguirci, insieme ad un ringhio nervoso di Ian, che, tirando un calcio ad un pezzo di quello che resta dell’arma si muove rumorosamente.
Punto lo sguardo all’intorno, sui rami soprattutto, dove ho l’impressione che mille paia di occhietti luccicanti ci stiano fissando crudeli, ma l’improvviso morire delle risate di Mario mi inducono a prestare più attenzione a dove sto andando, facendomi fermare a pochi passi da una figura umanoide. Ne scorgo un’altra al suo fianco… ed un’altra ancora. Tutte ferme, come statue… anzi no… hanno un lieve tremito, come se non fossero solide.
Ivan e Ian fa capolino, dalle mie spalle «Che succede?»
Dapprima non parlo, mentre valuto la situazione, quindi mi sposto per farlo passare «Guarda tu…»
Lui mi si affianca. Le nostre carrozze sono circondate da queste cose.
La mia lingua scivola, serpentina, ad assaggiare l’aria. Nessun sapore, nessuna consistenza… nulla. Sono ombre.
Sono immobili, e non si può dire che siano rivolte verso la strada o verso di noi. Selene e Garth si guardano attorno, imbracciando le loro armi, minacciosi, come può esserlo un topo messo alle strette. Braden, da bravo gatto se ne stà sul tetto della carrozza, in cui è stato fatto accomodare il corpo del Ductus, accucciato, pronto a scattare, gli artigli sfoderati e l’aria aggressiva.
Ivan, immobile al mio fianco, scruta la situazione, quindi pare decidersi ad avanzare, il passo lento, le mani allacciate dietro la schiena «Non sembrano aggressive.» passa tra due ombre, cercando di non urtarle, non si sa mai che possano sporcare di nuovo la giacca bianca, cosa assurda ed inutile, su cui persistono gli aloni del sangue della Garguglia, Dairine, se non ricordo male.
Garguglia che, ovviamente, non è in vista.
L e parole di Ivan riecheggiano nel silenzio, volutamente alte e ben scandite, piatte.
«Chiedo cortesemente al Maestro d’Ombre in questione di farsi vedere e di spiegarmi…» il tono si fa lievemente scocciato «… di grazia, perchè siamo stati circondati?»
Dopo qualche istante, una signora distinta appare dall’altro lato della strada, assieme ad un bambino passa tra le ombre come se non esistessero.
La donna ha un viso assolutamente anonimo, indossa un tailleur scuro, che contrasta con la pelle pallida. Il bambino che la segue sembra uno di quelli che vengono chiamati i “Lunatici”, insomma è un appartenente al Clan Malkavian.
Il bimbo indossa un pigiamino intero, azzurro, ed un cappellino, di quelli con le orecchie da coniglietto di peluche. Se ne sta a capo chino, leccando un gigantesco lecca lecca. Ha i polsi legati da una catena che si allunga ad unirsi ai ceppi che porta alle caviglie. Cammina a piccoli passettini, trascinandosi alle spalle una palla di ferro come se fosse senza peso. Ma è evidente che, invece, è abbastanza pesante, tanto almeno da lasciare un leggero solco nel terreno. Naturalmente il piccolo è a piedi nudi.
La donna ci sorride, chinando appena il capo: «Buona notte. Chiedo scusa per il disturbo.» un leggero lampo di follia balugina nel suo sguardo…
“Non tutto è come sembra…” è il pensiero che affiora nelle mia mente, automatico, naturale. Ora anche gli altri si avvicinano, passando tra gli zombie, Mario è il più curioso e si avvicina più degli altri al bambino. La donna sembra non averci nemmeno notati, ha occhi solo per il nostro Reverendo.
«Potrei chiedermi gentilmente se accompagnereste me ed il mio bambino a casa?»
pone le mani sulle spalle del piccolo che solleva lo sguardo su di noi sorridendo beato.
«Signore ci porta a casa?» un ampio sorrido e un tono di voce squillante, poi una risatina, mentre gli occhietti brillano inquietanti e si spostano rapidamente da Ivan al suo lecca lecca.
Non sembra particolarmente sveglio. Mario, infatti, con velocità sorprendente sfila di mano il lecca lecca dalle mani del bambino, mettendogli in mano invece la palla che ha legata al piede.
Il bambino sembra non accorgersi di nulla. Continua a leccare la palla di ferro come se niente fosse, sorridendo ora a Mario, che lo osserva palesemente perplesso.
«Ciao, io sono Guil e ho s-sei anni!!» solleva una manina mostrando le dita come se fosse indeciso su quante mostrarne.
Quella che, a questo punto, sembra la madre gli sorride, senza dire nulla a Mario, tornando invece a rivolgere uno sguardo interrogativo ad Ivan, il quale alza le spalle, ci guarda per un attimo, poi sembra prendere una decisione.
«Prego, signora.»un ampio gesto della mano ad indicare le carrozze «Salga pure e ci indichi la strada.»
Lascio passare la coppia, mentre Ivan fa un cenno ad Ian di salire sulla carrozza con Fandango, per sicurezza. Mi avvicino al bambino sorridendogli.
«Ciao Guil.» Lui mi guarda e mi sorride. Bene, è un passo avanti. «Quella è la tua mamma vero?»
Il bimbo mi guarda sorridendo ed annuendo, continuando a leccare la palla di ferro con convinzione. «Si si. Quella è mamma Crisalia e io sono Guil!» con l’aria un po’ stupida si gongola, indicando prima la madre e poi se stesso. Gli sorrido, ma solo per educazione. «E il tuo papà dov’è?»
il bambino solleva le spalle e fa una smorfia. «Non c’è, è andato via.»
Continua a sorridermi in quel suo modo folle ed ottuso, così lo aiuto a salire sulla carrozza. Poi anche Ivan ed Io ci accomodiamo. Davanti a me la donna se ne stà immobile a fissare un punto fisso sulla spalla di Ivan, dando qualche direttiva sulla strada da prendere di tanto in tanto. Guardo il bambino che incantato da non so cosa guarda fuori. «Ed il tuo papà come si chiama Guil?»
La domanda mi costa un’occhiataccia della madre che mi risponde gelida. «Irai.»
Mi zittisco, lanciando un’occhiata di sfuggita a Ivan, che fa finta di nulla.
Il resto del viaggio è allora silenzioso, senza altri scossoni. E breve.
Più breve di quanto mi aspettassi, per la verità. Solo una piccola deviazione al nostro percorso, fortunatamente.
Un lungo viale, scuro, costeggiato da alti sempreverdi conduce ad una casa, ben nascosta nel folto del bosco. Una casa grande, elegante, a due piani, ma non particolarmente sontuosa. Ad accoglierci sulla soglia una signora bionda, vestita di bianco, le mani allacciate tra loro davanti a se, ci osserva con aria austera mentre scendiamo dalle carrozze e ci avviciniamo. Questo luogo è inquietante, questa gente è inquietante.
E l’unico che dimostra qualche cosa di diverso dall’inquietudine è Mario, la cui curiosità prevale sempre e comunque. Sbircia altre la soglia, alle spalle della signora bionda, tenendo ancora in mano il lecca lecca di Guil. Ivan gli lancia un’occhiataccia e l’Assasino rimane un attimo immobile. O almeno così pare a noi, prima di accorgerci che il dolcetto è tornato nelle mani del piccolo e che la palla di ferro è ora a terra. Ivan mantiene il controllo di se, rimanendo apparentemente imperturbabile mentre saluta con un lieve inchino del capo la donna «Buonasera.» quindi si rivolge a Crisalia, mantenendo un tono cortese «Bene, ora che siete a casa noi riprenderemmo il nostro viaggio, abbiamo il tempo contato. Con permesso…»
La donna bionda sorride, quindi fa un cenno con la mano, a volerci invitare ad entrare.
«Vi ringrazio di averli riaccompagnati. Sicuri di non voler entrare a bere qualche cosa? Dovremo pur sdebitarci per la vostra cortesia.» la voce non lascia trapelare niente di più che una fredda cortesia… eppure a suo modo è ammaliante…
Mario fa un passo avanti, verso la porta, ma lo blocco prendendogli un braccio. Assumo la stessa fredda cortesia.
«Ci scusi, ma abbiamo un viaggio lungo da affrontare e siamo già in ritardo. La notte non si ferma certo ad attendere noi…»
Ivan annuisce, quindi fa un passo indietro.
«Arrivederci. Se passeremo di nuovo da qui non mancheremo di farvi visita.»
Quindi gira sui tacchi e si avvia senza aspettarci.
Un rapido sorriso, quindi lo seguo trascinandomi dietro un Mario deluso e imbronciato, mentre mi chiedo cosa mi abbia spinto a fermarlo, potevo benissimo lasciarlo fare, ed invece qualche cosa mi ha spinto a proteggerlo… forse è l’effetto dei cosiddetti “legami di sangue” di cui i sabbatici fanno la loro forza.
Osservo Mario che borbotta. Sì, anche io sarei curiosa, ma rimanere vorrebbe dire chiedere ospitalità per il giorno, e non mi pare il caso, mi fido più di un lupino che di un Lunatico. Ivan addirittura non si fida nemmeno dei lupini, quindi…
Risaliamo in carrozza mentre le signore ci salutano, ferme sulla soglia della loro grande casa, che mi puzza sempre più di fregatura. Un’occhiata a Garth, prima di salire nella mia carrozza, mi ricorda che certa gente può farti vedere quello che vuole…

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