[Storie] Fottuta

Fottuta!

La pioggia batteva senza sosta sui vetri della mia auto, quando mi fermai davanti all’antico edificio. Le luci della città erano ormai quasi tutte spente. Solo i lampioni resistevano, sotto quella bufera di vento e pioggia di fine inverno. Guardai oltre il finestrino dal lato passeggero, cercando di scorgere il palazzo che cercavo, ma quello che riuscii a scorgere fu un paesaggio simile allo sfocato dipinto impressionista di qualche pittore morto il secolo scorso. La pioggia era troppo fitta, mi sarei bagnata fino alle ossa solo per arrivare all’ingresso. Trattenni un’imprecazione a denti stretti e battei per la frustrazione la mano sul volante. Perché avevo detto al mio servitore di starsene pure tranquillo a casa? Maledetta umanità. Nonostante i decenni continuava a tornare preponderante nella mia esistenza. Avrei voluto restare a Parigi o nella Langue d’Oc per qualche decennio ancora, ma a quanto pare i miei servizi erano stati richiesti qua. Mia madre aveva voluto farmi sapere, con una lettera, che ci avevano assoldati per un lavoro. Cristo, eravamo nel duemila e lei ancora scriveva lettere.
Irrigidii la mascella per un impeto di stizza e feci ripartire lentamente l’auto, in coda dietro altre due, per potermi fermare a mia volta davanti all’ingresso. Un uomo con un ombrello si accostò allo sportello e me l’aprì, porgendomi quel futile riparo che ignorai bellamente. Col vento che c’era sarebbe stato comunque inutile. Scesi dall’auto perché l’umano s’occupasse del posteggio agguantando la borsa e m’avviai di corsa verso l’ingresso, salendo i gradini di marmo uno dopo l’altro quanto più velocemente i tacchi mi avrebbero permesso. E vi assicuro che per non rovinare i miei ricci neri ero disposta ad usare tutta la destrezza di cui ero capace. Che comunque non bastò.
Quando entrai, il segretario alla scrivania guardò con disprezzo i miei abiti fradici di pioggia ed i capelli afflosciati sulle spalle. Misero damerino, servitore di una creatura volubile e meschina. Se il suo tentativo era intenzionato a farmi a sentire a disagio. Beh, non ci riusciva. Per me il corpo che possedevo era solo un mezzo, solo un contenitore di quello che da generazioni la mia famiglia avrebbe voluto ridonare ai figli di Caino: l’anima.
Con malcelata superiorità osservai l’uomo porgermi una penna. La presi, scarabocchiai il mio nome gocciolando pioggia sulla superficie del tavolo e chiesi: «Toilette?»
Evidentemente non ero la prima a chiederlo, perché mi diede poche, rapide informazioni che seguii alla lettera. In bagno mi asciugai un po’ il viso ed i capelli dalla pioggia e poi tornai dal segretario. Nell’atrio c’era un’altra donna. Una cainita senza dubbio. Occhi castani, lisci capelli color cioccolato, un bel vestito in velluto nero che ricadeva morbido attorno alla sua figura.
Insieme a questa donna, che mi venne presentata come Alyssa McKendrik, venni condotta al piano di sopra. La grande porta di una salone si aprì ed il segretario annunciò il nostro arrivo ad una sala gremita di presenze.
«Alyssa McKendrik e Anita Giovanni.» ci presentò semplicemente.
Il fatto che avesse scelto di annunciare prima l’altra donna la diceva lunga sul suo status. Sebbene potesse avere più o meno la mia età, il suo Clan doveva essere più importante del mio, per il Sabbat. Ed anche il fatto che avesse menzionato il cognome di mia madre, che io aborrivo, invece di quello di mio padre mi rese nervosa. In che razza di casino m’aveva infilata, quella vecchia megera?
L’astio per la mia famiglia, per i suoi millenari segreti, si riaccese in quel breve attimo e per un momento fui tentata di girare le spalle ed andarmene via.
Invece restai.
Ci fu chiesto di avanzare al cospetto del Vescovo e d’inginocchiarci accanto ad altri cainiti che sembravano proprio attenderci, immobili come statue. Poi venne chiesto alla donna arrivata con me di presentarsi. Allora capii.
«Sono Alyssa McKendrik, del Clan Lasombra, figlia di…» la sua voce si perse mentre rimuginavo, intuii solo una lunga serie di “Inquisitore della Mano Nera” o “Spada della Mano Nera” e altre cariche inerenti. Insomma, una famiglia di ultraconservatori fanatici del cazzo.
D’altra parte erano Lasombra, i sovrani del Sabbat, insieme ad un altro Clan, gli Tzimisce. E sospettavo che un Cainita di quelli inginocchiati accanto a me fosse uno di quelli.
Piccoli spunzoni ossei decoravano il viso oltremodo candido dai tratti resi marcati ad assomigliare vagamente a quelli di uno dei rettili alla cui forza ognuno di loro aspirava: un drago. Completavano il tutto occhiali sul naso, sicuramente solo per vezzo, ed aria saccente. Quando Alyssa s’inginocchiò, fu lui ad alzarsi.
«Il mio nome è Ivan Kubilny, mio Clan Tzimisce, figlio di…» e di nuovo mi persi la fila di generazioni di sire dei sire che snocciolò con quell’accento dell’Est che spuntava solo di tanto in tanto, troppo lunga e per niente interessante. Lo osservai di sottecchi. Sebbene fosse robusto, non era il più robusto. Era alto, quasi due metri, spalle larghe, ma struttura snella. Invece il cainita accanto a me aveva un fisico asciutto e muscoloso, alto poco meno di Kubilny, come capii quando si alzò in piedi, ma assolutamente più imponente. Un combattente.
«Fandango Mordekai, Ancilla del Clan dei Veri Brujah. Figlio di Samantha Balk.» concluse brevemente la sua presentazione. E fece bene.
A molti era noto il nome della Balk. Sebbene avessero cercato d’insabbiare la vicenda, era stata sospettata d’Infernalismo, di fornicare con i Demoni  d’usarne i poteri. Poi qualcuno dall’alto aveva fatto tacere la cosa.
Bene l’infante di una sospetta Infernalista e l’infante di un Clan fanatico della Mano Nera. Ottimo, ci sarebbe stato da divertirsi. Ironicamente parlando.
L’ultimo tizio della fila alla mia destra era piuttosto normale, rispetto gli altri, non fosse per la sua carnagione olivastra. Strano, perché noi non dovremmo poter prendere il sole e dopo qualche anno che eri morto l’abbronzatura se ne andava del tutto. Invece costui…
«Mario Rossi, Assassino del Clan degli Assamiti, al vostro servizio.» quello che mi colpì nella sua rapida presentazione fu la cortesia che traspariva dalla voce, dai gesti. Educato, ma non affettato, avrei osato dire… galante. La figura snella ora trovava un suo perché, in quell’individuo che faceva della sua normalità il passaporto per una più rapida fuga tra gli umani. Mario Rossi. Che nome sciatto e comune… furbo, molto furbo. Sospettavo non fosse il suo vero nome, sospettavo già che il suo nome fosse un altro e chissà perché non ne saremmo mai venuti a conoscenza. Mi piaceva già.
Così all’invito del Vescovo mi alzai e poti finalmente guardarlo.
Nazhel, si faceva chiamare. Un uomo di mezza età, i tratti del viso segnati non tanto dal tempo quanto dalle disgrazie. Capelli brizzolati che scendevano verso le spalle e occhi scuri che nascondevano di sicuro mille segreti.
«Anita Blake in Giovanni.» chiarii, rimarcando che avevo meritato di appartenere a quel Clan molto più che certi altri stupidi Cainiti della mia generazione a cui era bastato far due moine e bere due gocce di sangue dal polso «figlia di Stefano Giovanni.» disprezzavo anche solo l’idea di pronunciare quel nome, per quanto, fortunatamente, non s’intendeva seriamente d’esser figli di chi avevamo pronunciato, quanto esserne stati generati. Stefano Giovanni era mio cugino ed era anche il mio, amatissimo, odiatissimo Sire. Il mio sovrano, il mio mentore, la mia disgrazia più grande.
Tornai ad inginocchiarmi, non ero comunque disposta a prodigarmi nella presentazione delle mie generazioni d’antenati.
L’ultimo a presentarsi fu  un giovane dall’aria vissuta, barba incolta, abiti comodi, alto una spanna più di me, folti capelli ricci ed una ciocca bianca che ne perseguiva le onde con naturalezza, un disguido genetico, probabilmente, che lo rendeva in un certo qual modo selvaggiamente attraente.
«Garth, dei Ravnos.» si limitò a dire.
Ora era tutto più chiaro. Uno degli Zingari, ecco perché la sua presentazione fu l’ultima e la più breve.
Così, rimanemmo in ginocchio, davanti al Vescovo, mentre lui ci spiegava perché eravamo li, perché eravamo insieme, perché lui avesse riposto in questi giovani cainiti le loro speranze.
La costituzione del Branco non fu formale, quella sarebbe venuta col tempo, era quasi inevitabile, ma fu chiaro che questo era il destino che i nostri Sire e il nostro Vescovo aveva scelto per noi.
Ed io compresi che mia madre mi aveva fottuta.

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