[Cronaca] Walzer 2

Walzer 2

Quando il libanese svolta nel vialetto d’ingresso che porta alla casa di Vera Gandolfi, non c’è più molta confusione. Quelli che sono rimasti sanno di noi. Osservo per l’ultima volta la fotografia allegata al fascicolo, quasi un piccolo, perfetto ritratto di eleganza e stile. Mi dico che non avrebbe potuto essere altrimenti; Vera Gandolfi aveva cercato di entrare nella Mano Nera, l’organizzazione più conservatrice in assoluto tra le sette vampiriche. Entrarci significa donare la propria non-vita in favore della lealtà e della dedizione agli scopi dell’organizzazione. Nemmeno io, dopo trentatré anni di non-vita mi sento pronto a tanta scrupolosità.
Rimetto il dossier nella cartella mentre Greg e Hasad stanno già per entrare nel garage in cui sono stati rinvenuti i pochi resti della vampira. Li seguo da lontano; non sono proprio a mio agio di fronte alla morte-ultima causata dalle torture che mi sono state anticipate. Un conto è uccidere, un conto è torturare e lasciar morire.
Il garage è un lago di sangue che tento di aggirare per guardarmi attorno. Tra i quattro ganci a cui erano attaccate le catene che hanno trattenuto la donna in frenesia da sangue non c’è più nulla. Spuntano dal rosso come i denti di un vecchio, cosa che noi non diventeremo mai, e nemmeno Vera lo sarebbe mai diventata, avrebbe mantenuto in eterno la sua bellezza austera e composta. Forse, l’unico aspetto positivo dell’essere arrivati tanto tardi sulla scena del crimine è che i resti della vampira sono già stati portati ai laboratori del Vescovo.
Hasad sembra non aver più nulla da vedere già dopo qualche minuto.
Lo vedo uscire mentre sto ancora osservando la sagoma di sangue al centro del pavimento. Nel momento in cui inizio a seguire i discorsi tra Greg ed un funzionario del Vescovo, decido di prendere la stessa strada dell’assassino. Per lo meno mi evito i discorsi da macellaio navigato del Doc. su modus operandi e teorie sulle ore di agonia della vittima.
In silenzio seguo il lavoro di Hasad. Osserva la distesa incolta dietro al garage; ne percorre un tratto continuando a tenere gli occhi bassi e di tanto in tanto fa scattare il flash della macchina fotografica gentilmente “offerta” da Carlo. Segue le impronte che ha trovato fino al muro di cinta di una fabbrica. Con qualche difficoltà riusciamo a saltare l’ostacolo e poi perdiamo le tracce. Dal display, il libanese mi mostra la foto dell’impronta di una scarpa da ginnastica. Mi fa notare dov’è più profonda, segno che il fuggitivo deve aver spiccato un salto di almeno due metri in distanza e tre e mezzo in altezza. A meno che non sia un atleta mega-dopato, u salto simile non può che essere opera di un vampiro.

Nel ritorno seguo il ragionamento dell’assassino, la sua perplessità si palesa accanto al perimetro del garagea cui siamo tornati. Solleva la testa osservando il cielo e poi torna alle sue impronte, come se cercasse un punto di riferimento. Ad un tratto ne indica una, parlandomi senza guardarmi, ma continuando ad indicare le sue scoperte. «E’ rimasto vicino al muro… si è allontanato camminando qui…» Spiega con aria assorta cercando di prendere la stessa posizione del killer. Guarda di nuovo in alto e non riesco a trattenermi dal farlo a mia volta, tentando di capire cos’altro stia cercando. Poi la sua voce suona sicura «Cercava di restare in ombra. Ha agito poco prima dell’alba »
Il suo ragionamento non fa un grinza; però, in questo modo, si sarebbe dovuto nascondere… e non troppo distante. Inutile.
Vera Gandolfi è stata la prima vittima e ovunque si sia nascosto il suo carnefice per passare la giornata, ormai è soltanto un buco vuoto.

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