[Cronaca] Veritas Chapter 1.8

Chapter 1.8

Al tramonto riapro gli occhi.
L’appartamento è silenzioso, gli unici suoni che sento sono quelli della vita “normale” di chi termina la giornata. La testa va molto meglio, però la ferita è ancora profonda. Cerco di rimarginarla finché la tranquillità e la mia capacità di rigenerazione lo consentono. Dopo una quarantina di minuti inizio a sentire i primi segnali del Branco che inizia a vivere.
Il Doc arriva nella stanza e di nuovo si mette a trafficare con la mia testa. Stavolta faccio meno fatica a non urlare, però la sensazione che mi stia fracassando e rincollando le ossa rimane finché non rimette le bende.
Aspetto che abbia finito per alzarmi ed iniziare a raccogliere le poche cose che ho con me nello zaino.
Prima di scendere nel garage passo in rassegna il resto delle stanze, poi butto lo zaino in spalla e mi dirigo verso il soggiorno. Hasad non si è mosso.
«Cosa stai facendo?»
Lui mi osserva tranquillo e risponde altrettanto tranquillo «Niente. Nessuno mi ha dato ordini.»
Mi avvicino, ma non troppo… non si sa mai…
«Chi ti paga?»
Lui mi fissa. Si, un po’ mi girano e il tono non è dei più amichevoli. Per fortuna mi risponde senza incazzarsi a sua volta «Il Vescovo.»
Annuisco e torno a fissarlo. Sono serio, tremendamente serio «Il Vescovo è nei guai e stiamo andando a dargli una mano. Se vuoi la paga ti conviene muovere il culo e venire con noi.»
Mi fissa per qualche istante, poi infila la porta. Incredibile… sono stato convincente.
Esco per ultimo e lascio le chiavi dove ci era stato indicato dall’uomo con la moglie vampira, quindi scendo anch’io nel garage e salto nel retro del furgone con Ilena e il tipo senza gambe che mi fissa. E’ sveglio. Forse rimanere li sotto da solo non gli ha fatto poi così male.
Procediamo tranquilli. Dall’interno del cassone non si vede fuori e l’unico modo per guardare in faccia Ilena è accendere la luce interna, cosa che faccio prontamente.
Lei rimane seduta sul pianale con le schiena appoggiata al pannello di metallo che ci divide dai posti anteriori.
Visto che non stiamo andando a far festa è vestita secondo le mie regole; l’unica cosa che non ha è la scritta S.W.A.T. sul giubbotto.
Mi lascio cadere di fianco a lei che continua a guardarsi gli anfibi per un po’ prima di parlare «Zik…» la osservo, lei parla continuando a guardarsi gli stivali «perché… io non ho versato il mio sangue?»
Lo sapevo che me l’avrebbe chiesto «perché non sei parte del Branco.»
Lei solleva gli occhi e mi osserva accigliata «Ma ho bevuto, sono legata a voi e sono la tua… neonata.»
E’ vero. Non sono proprio sicuro di cosa risponderle. Batto la mano contro il metallo e dall’altra parte arriva la voce di Greg alla guida «Non è un diritto di nascita. Bisogna meritarsi di far parte di un Branco. E poi devi avere anche il benestare di Nikky che è il nostro Ductus.»
La osservo con attenzione. Il suo sguardo si fa duro ed accenna ad alzarsi.
Allungo la mano e la prendo per la spalla. Sollevo l’indice davanti alla bocca “silenzio”, lei mi fissa ed io sollevo il palmo aperto “ferma”, lei continua a guardarmi come se fosse sul punto di scattare. Indico “io” e poi porto la mano a coppa dietro l’orecchio “ascolto” quindi indico lei “te”. Lei si lascia trascinare di nuovo vicino a me risedendosi ed alza un pugno “ho capito”.
Le sorrido e le passo il braccio attorno alle spalle. Lei appoggia la testa sul mio giubbotto e rimane immobile. Giro gli occhi sul tizio che ci osserva.
Forse sono abbastanza incazzato, perché abbassa lo sguardo. Buon per lui.
Rimango ad osservare il portellone, ogni tanto sento Ilena spostarsi ed abbasso gli occhi sulla sua testolina castana. Forse non sono proprio quello che avrebbe potuto far vincere o perdere una guerra, ma sono sempre stato un soldato e non ho mai abbandonato un compagno. Forse Ilena riesce a sentire i miei pensieri, perché si solleva e mi guarda. Non so cosa veda, però sospira e si rimette seduta in silenzio.
Se non ho mai lasciato un compagno, di sicuro non abbandonerò la mia progenie. Mi sento pronto ad assumerne la responsabilità, perché so che non mi deluderà.
Quando il furgone si ferma definitivamente ci troviamo praticamente in un piccolo spiazzo sul retro di alcuni palazzi ed Hasad ha fermato la berlina li di fianco.
Nikky scende dall’auto guardandosi in giro.
«Qui dovremmo essere abbastanza al sicuro.»
lo spero, perché non possiamo portarci dietro tutto l’arsenale che c’è sul furgone.
Ci equipaggiamo con tutto quello che possiamo portarci addosso e poi ci dividiamo. Rimango con Ilena e Leonore; l’ordine è quello di cercare il Vescovo.
Hasad e Greg si avviano senza discutere, Nikky si allontana da sola.
Calo il passamontagna sulle bende e prendo una strada a caso verso il centro, tenendo il Remington a tracolla, il Barrett in una mano e un paio di Molotov nell’altra.
Leonore cammina tra me e Ilena, che chiude la fila con il suo MP44 mezzo imbracciato.
Sinceramente, ancora non riesco a capire chi cavolo stia dalla nostra e chi stia dalla parte della Rosa Bianca; d’altra parte non è che tutti i cacciatori di vampiri siano vestiti da prete.
Ci si fa largo attraverso gruppetti ed ammassi di folla a fucilate, raffiche di mitragliatore e lanci di bottiglie incendiarie. Mentre procediamo, Leonore si ferma, cercando di stabilire un contatto col Vescovo dando fondo ai suoi poteri di sangue. Quando sembra riscuotersi riprendiamo il cammino.
La notte risuona di grida, scoppi, colpi di armi da fuoco, insulti e vocii confusi. Nell’aria c’è puzza di carburante e carne bruciata; un’aria pesante e fumosa che fa sembrare claustrofobico il paesaggio già sinistramente illuminato dai roghi che sono stati appiccati per le strade. Gruppetti di piccoli stronzi sciacalli si nascondono nell’ombra alla ricerca del prossimo disastro da combinare; ci sfilano davanti come randagi rabbiosi che fuggono da una legnata troppo forte. La gente si è barricata in casa; le porte e le finestre sbarrate. Le strade sono un percorso di fuoco, vetro e cadaveri.
Lo spettacolo è talmente irreale e grottesco che non mi stupirei se Leonore ne restasse affascinata; però non può fermarsi con Ilena alle spalle a sospingerla. Di tanto in tanto mi giro a controllare che sia tutto a posto o per lo meno gestibile, incrociando lo sguardo con la mia neonata.
Lei procede tenendo le spalle contro ai muri, con il mitragliatore sollevato a metà ed una mano protesa a guidare Leonore o a cercarne la presenza. Credo che se potesse urlerebbe o scapperebbe via. la paura sul volto di una ragazzina non è difficile da leggere, ma lei procede stoica, a denti stretti.
Almeno ora so che non non è tipa da ammettere che non ce la fa e questo è abbastanza stupido e coraggioso da renderti, per lo meno, un buon soldato.
Quando finalmente incontriamo Martin, è barricato dietro una finestra nel tentativo di tenere a distanza quattro tizi che, a loro volta, hanno cercato copertura dietro ad un’auto. Mi lascio sparare addosso per raggiungerli; dalle mie spalle arrivano i colpi del Barret che ha imbracciato Ilena.
Sparo senza pensare a nient’altro che alla loro testa come bersaglio e loro cadono.
L’ultimo mi rimane infilato per lo stomaco alla canna del Remington e mi si accascia addosso. Trattengo l’arma e lo spingo via, aggiungendo sangue al sangue.
Martin, il segretario del Vescovo, esce allo scoperto.
Saluto rispettosamente ed Ilena fa altrettanto. Leonore gli lancia uno dei suoi sorrisi fascinosi.
Ci facciamo indicare velocemente la direzione in cui si trova il Vescovo, lasciando l’alleato a mantenere la posizione.
Continuiamo a muoverci con attenzione, più che altro tento di non far passare le ragazze proprio nella mischia che diventa quasi una calca via via che ci avviciniamo al centro.
Siamo quasi arrivati alla piazza quando una figura salta sul tetto di un’auto chiamando a raccolta le forze del Sabbat.
Il Vescovo DeSantis, in abiti d’epoca nero, rosso e oro, sbraita richiedendo attenzione e riorganizzando alcuni gruppi, poi ci nota.
Termina il reindirizzamento delle forze e poi si dirige nella nostra direzione, saltando giù dal mezzo con la grazia di chi ha secoli di esperienza e non vita alle spalle.
Mentre lo osserviamo farsi strada tra la folla impazzita, riesco a scorgere la figura di Nikky avanzare guardando verso di noi. Porta qualcuno sulle spalle e sembra non riuscire a vederci. Sollevo il mio Barrett. Finalmente il suo sguardo incrocia il mio.
Ci ritiriamo in uno scorcio di via meno affollato, al cospetto di DeGregori e DeSantis. Attendiamo che Nikky ci raggiunga e depositi la ragazzina in un angolo.
La osserviamo curiosi, senza il coraggio di porre domande su quella bimbetta che sembra in preda alle convulsioni e che ad un tratto blatera qualcosa di avvenimenti accaduti proprio a noi.
La cosa non mi riguarda, so benissimo cos’ho fatto, torno a rivolgere l’attenzione al Vescovo DeSantis che, nel frattempo domanda a Leonore il motivo dell’urgenza nella sua convocazione mentale.
Le parole che si scambiano mi sfuggono per qualche istante, mentre cerco di tenere Ilena fuori dalla sua vista il più possibile, ad ogni modo. Se DeSantis l’ha vista sta facendo signorilmente finta di niente.
«Perché siete tornati?» domanda quieto.
La risposta della nostra capo-branco è assolutamente tranquilla.
«Se il Sabbat ha bisogno di noi, noi lottiamo per il Sabbat.»
Purtroppo, la classica merda cade quando lui mi rivolge la seconda domanda.
«Non avevate un altro compito?»
Rispondo sinceramente, per quello che so.
«La Sibilla ci ha fatto rintracciare la terza strega. Abbiamo ritenuto più opportuno venire qui perché, a suo dire, la strega è ferma a Tolosa da anni. Una settimana non ci precluderà il buon esito della missione.»
Lui mi osserva perplesso, molto perplesso… e gli altri invece mi fissano proprio, quasi in cagnesco.
Quando il Vescovo pone la domanda successiva «Chi?» alla quale rispondo limpido.
«La Sibilla…» ho capito di aver fatto la stronzata del secolo.
Tento di togliermi d’impiccio con la scusa del mettermi di guardia con gli altri uomini di DeSantis ma non scappo da un «Io e te dobbiamo fare due chiacchiere.» mentre il resto del mio Branco cerca di attaccare una pezza qualunque per distogliere l’attenzione sull’informazione che, capisco, non avrei dovuto dare.
Mi schiaccio contro una parete tenendomi Ilena vicino. Teniamo in la qualche gruppo di rompiscatole dalla piccola riunione che si sta tenendo poco distante, cogliendo soltanto qualche parola spezzata. non che mi freghi tanto di quello che decideranno, in fin dei conti il mio ruolo è solo quello di eseguire; quello a cui penso è cosa risponderò al Vescovo quando mi convocherà, e sono matematicamente certo che lo farà.
Osservo Ilena che ogni tanto allunga un calcio a qualche stronzetto invadente e poi si gira a fissarmi.
Alla fine decido che la cosa migliore da fare è prendere una parte e restarci, come ho sempre fatto, e la mia parte è quella del Sabbat, non quella di un vecchio ghoul umano che nasconde informazioni al suo “creatore” o “amico”, che ne nasconde così tante e per così tanto tempo, lasciandosi poi andare fin quasi a morire. Fa giurare ad un Branco di non condividere informazioni con la stessa persona che tenta, a suo dire, di proteggere.
S’immischia con creature magiche, streghe e stregoni e non mobilita l’intera Mano Nera per sterminarli.
No. Scuoto il capo e decido in silenzio.
Se la mia fede è nel Sabbat e nelle sue leggi, allora io seguirò le leggi del Sabbat e l’unico a cui risponderò sarà il Vescovo. Niente di più, niente di meno.
Ed una volta deciso questo, rimango in attesa di ciò che chi ha più potere di me intende fare.

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