[Cronaca] Veritas Chapter 1.2

Chapter 1.2

Quando riapro gli occhi la stanza è silenziosa. il sole dev’essere calato per forza ma… in casa non si sentono rumori. Mi muovo con attenzione, aprendo la porta lentamente e sbirciando nel corridoio prima di avventurarmi per le scale. La luce che filtra dalle tende della sala è rossastra. Il tramonto. Mi sono svegliato prima e… mi sento stranamente assonnato. Appoggio il Remington sul piano della cucina ed inizio a guardare nei mobiletti.
Cerco… la mano mi si ferma a mezz’aria quando mi rendo conto di cosa sto facendo. Cerco del caffè.
Sono troppo sconvolto da me stesso persino per rendermi conto che ho in mano la caffettiera, ma soprattutto non ho sentito Nikky.
Appoggiata alla porta mi fissa come se vedesse un fantasma e anche lei mi sembra stanca; ma solo per un attimo.
«Che cosa stai facendo?»
Già, in effetti la domanda mi sembra ovvia, me lo chiedo anche io rigirando la caffettiera tra le mani. Gliela mostro cercando di dissimulare.
«Tu sai ancora come si usa?»
Non dice niente, annuisce e si solleva dallo stipite a cui si era appoggiata con la spalla. Cammina come sempre, con la solita grazia felina che la caratterizza. Riappoggio la caffettiera e gliela indico sedendomi al tavolo.
«Allora fammi un caffè.»
La osservo, cerco solo di capire se anche lei sia cambiata.
Si avvicina alla credenza e ne prende delle buste con un pentolino. La caffettiera non la guarda nemmeno. Ah, questa gioventù.
Non so che dirle, però la rispetto e mi sembra giusto che sappia. Soprattutto, anche io voglio sapere, visto che solo la sera prima era ferita gravemente.
«Mi batte il cuore.»
Lei appoggia il pentolino pieno d’acqua sul fornello e si gira a fissarmi.
«Anche a me.»
Rimaniamo ad osservarci come se non ci fossimo mai visti finché l’acqua inizia a bollire e lei riprende a trafficare con le sue buste e le sue tazze.
No, non mi sembra diversa.
Appoggia le tazze sul tavolo e prendo la mia. E’ caffè. Lo studio per qualche istante portando la tazza davanti al naso. Era un sacco di tempo che un profumo non sembrava così invitante. Sollevo gli occhi e mi accorgo che anche lei sta facendo la stessa cosa.
Nella cucina al tramonto, nel silenzio della casa, il caffè mi sembra davvero ristoratore, sa di vecchi tempi e, quasi, di famiglia.
Nikky mi racconta che la Sibilla li ha rimessi in sesto, che sta molto meglio e che anche Hasad si è trovato cl cuoricino “acceso”. Mi viene da ridere; la “morte silenziosa” col cuore che batte e quindi ad esilarante rischio infarto.
Piano piano la casa si sveglia; dal seminterrato iniziano a salire tutti quanti. Leonore al telefono col produttore ben decisa a dire la sua sul film che ha deciso di produrre utilizzando una delle sfuriate di Nikky come sceneggiatura; Greg che senza far rumore sale di nuovo dalla sua cavia e Hasad che si butta sul divano col portatile a tirarsi le sue seghe mentali su qualche sito che capiscono solo i giargianesi assassini.
Non so proprio come sentirmi, seguo i movimenti di ognuno di loro con attenzione, però, a quanto pare, la differenza non sembra notarsi più di tanto.
Ovviamente non può essere sempre domenica.

Ilena

Ilena fa il suo ingresso in cucina con aria noncurante, nel suo top attillato e Jeans a vita bassa. Rimango ad osservare la prorompente vitalità dei suoi diciotto anni e mi domando se, lasciandola umana sarebbe potuta diventare più bella. Progenie… Neonata…
E’ così che si chiamano quelli come lei, creati da poco. Però Ilena ha qualcosa in più di un semplice Neo Vampiro. E’ la mia progenie, la mia neonata… e la scollatura di quello straccetto striminzito che le copre il busto è esagerata. La chiamano “sangue debole”; ogni generazione nuova s’indebolisce, così i vampiri come lei sono considerati un segno. Il segno della Gehenna, la fine del mondo… ed io l’ho creata.
E non è tutto. Forse l’ho creata troppo giovane, tanto giovane che ha indossato quei jeans che ne risaltano le curve rendendola molto più sexy dei pantaloni tattici che le avevo intimato di indossare.
Non mi preoccupo nemmeno di domandare chi le ha consigliato di combinarsi così; assomiglia troppo allo stile di Leonore che continua a ciarlare per telefono di crucchi e doppiatori.
Non mi preoccupo nemmeno di lamentarmi, visto che ormai ha deciso di farmi doppiare perché, a detta sua «Hai l’accento da crucco».
Prima o poi capirò anche cosa vuol dire.
Seguo la mia creatura con gli occhi finché non si china sul tavolo a parlare con Nikky, lasciando scendere la scollatura del top. Meno male che sono morto…
Poi, però, mi rendo conto del battito del cuore e «Scheiße» impreco cercando di dissimulare la reazione per la quale solo la notte prima avrei dovuto attingere al potere del sangue. Forse mi muovo troppo in fretta, perché Nikky si gira con aria decisamente allusiva commentando con la sua solita vocina tagliente.
«Attento che alzi il tavolo.»
E’ troppo.
«Ilena come cazzo ti sei vestita?» aspetto la sua risposta cercando di fare l’indifferente. E’ difficile sembrare incazzati quando il tuo corpo è completamente d’accordo con quello che vede. Come da preventivo si lagna.
«Ma me l’ha consigliato Leonore! Non ti piace?»
Eh… si certo che mi piace, forse anche troppo…
«No, non voglio che vai in giro vestita da sgualdrina!»
Dalla porta spunta la testolina graziosa di Leonore che chiude per un istante il ricevitore del telefono con la manina delicata. Ma stava ascoltando?
Sembra di si, perché prende al volo le difese di Ilena.
«Disse quello che va in giro sull’attenti!» aggiunge con il suo solito savoire faire prima di rimettersi a ciarlare senza più darmi ascolto.
«Vai a cambiarti! Ma subito! Shnell!» le indico la porta con l’indice teso, sperando di essere stati abbastanza autoritario. All’improvviso il silenzio. Ilena s’infila giù per le scale del seminterrato blaterando e piagnucolando sul fatto di non essere capita e Leonore, che ha riagganciato, entra in cucina e si siede. Sbuffo. So che devo andarle a parlare ma non penso minimamente di aver esagerato, in fin dei conti è la mia neonata.
Mi alzo dalla sedia facendo l’indifferente mentre Leonore e Nikky continuano a fissarmi mezze sghignazzanti. Mentre esco dalla cucina seguito dai loro sguardi ostentatamente maliziosi, Leonore allunga il grazioso piedino. Per poco non inciampo; per fortuna un minimo di riflessi mi sono rimasti e le punto per un secondo l’indice ma… è troppo strano e mi esce solo un «Scendo a vedere cosa si sta mettendo».
Ignoro la voce volutamente petulante di Leonore che sghignazza divertita verso Nikky parlando, sicuramente, di Ilena.
«La tiro dalla mia parte… e quando lui tornerà “normale” sarà troppo dall’altra parte per poter tornare indietro». La frase di perde nell’incazzatura che mi fa battere furiosamente il cuore dandomi l’impressione di sentirmi la testa esplodere. Scendo gli scalini alla svelta e busso con forza alla porta.
«Ilena, apri subito o ti do tanti schiaffoni che ti faccio diventare Austriaca!»
Lei socchiude la porta e si sporge fuori solo con la testa.
«Ti odio!» ha gli occhi lucidi. Cominciamo bene.
Tenta di richiudersi dentro però appoggio la mano alla porta e riesco ad aprirla ed a farla indietreggiare prima che possa rendersene conto. E’ vero, sicuramente è stata solo la sorpresa del gesto, in realtà so che Ilena possiede una forza ed una rapidità al di fuori dal comune. Sono caratteristiche che ha acquisito con l’Abbraccio, capacità che ho trasmesso col mio stesso sangue nel momento in cui l’ho “cambiata” in un vampiro.
La porta si apre e lei si siede sul lettino della stanzetta. Non mi guarda, gira la testa dall’altra parte lasciandomi osservare la testolina castana dai capelli lunghi fino alla spalla e decisamente luminosi.
«Ilena, non puoi andare in giro così… sei mezza nuda.»
Lei scuote le spalle, sconsolata.
«Era la mia festa per i diciotto anni, era il mio compleanno!»
Mi appoggio con la schiena allo stipite della porta. Non entro, non si entra senza permesso nelle stanze private di una donna.
«Cerca di metterti in testa che sono il tuo Sire adesso, e farai quello che ti dico.» No, non posso usare la mia influenza su di lei, non mi sta guardando. Ha la voce rotta.
«Avevo una casa, una famiglia, degli amici. Guarda dove mi hai portata.»
Abbasso lo sguardo sui miei anfibi. Lo so, ma cosa posso risponderle? Che se la stava facendo con un altro vampiro? Che sarebbe stata la sua cena? Che quel vampiro non era che uno schifoso e meschino ladro di macchine e, cosa peggiore, che poteva essere Camarilla? Non che ormai sia un problema, visto che Nikky ha usato la sua testa per fracassare tutti i cessi del locale in cui li abbiamo trovati. Tra l’altro, una delle discoteche del Vescovo. Sbuffo.
«Lo so, però adesso sei qui. Fattene una ragione. Io ti ho creata, che ti piaccia o no sei mia… figlia.» La prima e l’ultima probabilmente. Ma non lo aggiungo. Lei si gira con l’espressione più incazzosa che abbia mai visto sul viso di una ragazzina.
«Ah si? Allora grazie papà, per avermi tolto la mia vita e una tranquilla esistenza da mortale in cui stavo bene; per avermi trascinata in questo incubo in cui non posso nemmeno vestirmi come una ragazza normale. Bastardo nazista!»
Sul nazista ha ragione, il “bastardo” mi fa un pelo incazzare. Il Vescovo non vuole nemmeno vederla, l’ordine è stato “Toglimela da davanti agli occhi e farò finta che non esista”. sto iniziando a realizzare che forse è vero che la loro generazione darà inizio alla fine del mondo. Non ha controllo, il suo sangue è debole, non ha tutte le capacità che hanno i giovani di generazioni precedenti. Dovrei eliminarla. Non riesco a sostenere i suoi occhi castani e non sollevo la testa. Forse potrei renderla più forte, insegnarle a rubare qualche anima per rafforzare il suo sangue. Però è ancora ingestibile per poterle permettere di essere più forte.
«No, non puoi. Farai quello che ti dico e basta. Il resto è perduto. Non puoi farci più niente.» Percepisco il suo movimento con la coda dell’occhio. Si è alzata e si avvicina. I pugni stretti, il movimento rigido di chi trattiene la rabbia a stento. La voce però sembra più controllata.
«Tu non mi capisci. Non puoi capirmi e non mi capirai mai.»
Annuisco, ha ragione. Sollevo lo sguardo sul suo top striminzito e subito dopo mi maledico per averlo fatto. Mi sta osservando e so per certo che non è così ingenua da pensare che io abbia una fondina infilata sul davanti dei pantaloni tattici.
«Hai ragione. però… come possiamo fare?» domanda con cautela; forse ha ragione sul serio e dovrei ascoltare di più e guardare di meno. Si avvicina. Solleva la mano con calma e lascia scivolare le dita sulla t-shirt nera che indosso. Adesso mi frega, adesso mi frega, adesso mi frega…
Parla con voce di poco più tranquilla, lasciando ricadere la mano lungo il fianco.
«Facciamo un accordo.» propone.
Si, adesso mi frega. Cerco di non distogliere lo sguardo dal suo volto anche se lei mi sta squadrando attentamente.
«Sentiamo.» ecco, sono fregato. Rimango inchiodato allo stipite della porta e incrocio le braccia in attesa. Si, è un atteggiamento di chiusura nei suoi confronti, però è fatta e rimango così.
Lei appoggia la mano sul mio avambraccio tentando di cercare il mio sguardo. Va bene. Ce l’ha, la sua influenza non è abbastanza per soverchiare la mia volontà, almeno per adesso.
«Facciamo così, mi fai uscire con le ragazze e mi vesto come voglio, poi, quando siamo in missione faccio come vuoi tu.»
Ci deve essere una fregatura. Non può essere così facile.
«Però prima di uscire passi da me che vedo se sie troppo… succinta.» adesso è lei che sbuffa anche se non le serve.
«E va bene.»
Mi sembra ragionevole… forse… staremo a vedere. Lei sembra sorridere.
«Grazie paparino!» mi sfiora la guancia con un bacetto falso e vittoriosa mi richiude la porta contro la spalla con una velocità impressionante. Sicuramente mi ha fregato, però non so ancora come. Maledetti top moderni!

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