[Cronaca] Veritas Chapter 1.1

Chapter 1.1

Altare

L’esplosione di potere ci catapulta all’indietro come se fossimo foglie secche.
La strega che stava officiando il rituale nella radura sul territorio dei mannari di sicuro non è sopravvissuta ma l’idea di Hasad di impalettarla e finirla con un ramo di sorbo è stata una stronzata.
Tecnicamente un volo di tre o quattro metri contro il tronco di un albero non avrebbe dovuto crearmi tutti i problemi che mi sta creando.
Il petto brucia nel tentare di dilatarsi in un respiro che da decenni è imprigionato e morto dentro di me. C’è qualcosa che non va. Per la prima volta dopo troppo tempo le estremità stanno formicolando come se fossero rimaste addormentate troppo a lungo. Non va bene proprio per un cazzo.
Cerco di respirare anche se non dovrei e la cosa mi spaventa.
Attorno a me c’è solo il silenzio. Chiudo gli occhi per qualche istante, cerco di convincermi che sia stato solo un effetto della botta e del potere che ha lasciato una volta per tutte il corpo della strega.
Niente da fare. Continuo a non essere convinto. Sollevo la mano stanca e stranamente pesante appoggiandola al petto e ciò che percepisco mi terrorizza. Il mio cuore batte di nuovo.
Non posso crederci, d’istinto giro lo sguardo per vedere se qualcun altro sia lì accanto.
Ilena, Greg e Leonore sono al sicuro, ne sono certo, erano dalla parte opposta della radura. Toccava a noi, a me, Hasad e Nikky prendere la puttana alle spalle.
Dopo qualche istante riesco a vederli, Hasad si rialza a fatica ma Nikky non si muove.
Prima di chiamare ad alta voce il Doc mi parte qualche accidente in austriaco; quando mi rendo conto di aver ritrovato la voce a sufficienza alzo il tono.
«Doc!!»
E’ tutto troppo confuso. Qualcuno mi trascina in piedi e poi fino all’auto.
Con noi c’è un altro disgraziato che partecipava al rito. Non lo individuo quando il Doc lo butta nel bagagliaio, conosco abbastanza Greg da sapere che non sarà divertente per quel bastardo svegliarsi nelle sue grinfie.
C’è Ilena. Sento parlare della Sibilla. Hasad e Leonore porteranno Nikky da lei. Forse può aiutarla ma sono troppo confuso per chiedere altro. Non so cosa stia succedendo ma mi sento abbastanza bene da voler tornare al rifugio, di sicuro Greg riuscirà a capire cosa cazzo succede.
Sul sedile posteriore dell’auto mi sembra di scorgere a malapena le luci della strada che sfilano veloci prima di chiudere gli occhi.
Non so se sia stato il trauma o la stanchezza ma mi accorgo soltanto dell’auto che rallenta e si ferma davanti alla villetta a schiera che è da poco il nostro rifugio. Di sicuro va meglio ma ancora non capisco il motivo per cui il mio cuore debba essersi rimesso a battere. Non mi piace neanche un po’.
Rimango immobile come un coglione fissando Greg che si carica in spalla l’ennesimo sfigato e lo seguo in casa. lui sale le scale senza curarsi di niente e nessuno. Scorgo Ilena scendere nel seminterrato, probabilmente troppo stanca per continuare a tentare di rimanere sveglia, l’alba è vicina. Il Doc mi lascia attendere fuori dalla porta di una delle stanze al piano superiori; se posso evito di assistere alle sue performance da allegro chirurgo.
Quando il sole sta per sorgere sento rientrare il resto del Branco. Sento la voce di Nikky, di Leonore ed Hasad. La Sibilla ha fatto del suo meglio e non me ne stupisco visto le cose assurde che accadono nella sua grotta.
Di sicuro i ragazzi sanno qualcosa in più su ciò che è accaduto ma li sento scendere e non attiro la loro attenzione; il peso del sole che sorge potrebbe risultare insostenibile.
In effetti anche il Doc si affaccia alla porta.
«Zik, fammi la guardia a questo qua.» è a metà tra una richiesta e un ordine; non discuto, non sta a me decidere cosa sia o no importante. Per la causa del Sabbat io eseguo ed entro nella stanza affacciandomi prima dalla porta con aria incerta.
«E’ guardabile?» domando soltanto.
Ancora non sono abituato ai metodi di Greg. Lui sorride bieco.
«Si… si.» ed apre la porta.
Un tizio inchiodato, legato, insomma fissato ad un tavolo con i metodi Tzimisce seguace dell’orrore e delle peggiori torture non può mai essere un bello spettacolo; però almeno a questo sembra sia stata risparmiata l’asportazione della colonna vertebrale. Si, posso resistere.
Annuisco al Doc che si allontana in fretta. Probabilmente si è lasciato prendere la mano dai suoi esperimenti e ha tardato. però scende la scala rapido per infilarsi sotto coperta. Sarà anche tardi ma non dubiterei mai del tempismo di Greg nell’organizzarsi.
Lo osservo scomparire giù dalle scale prima di rientrare nella stanza. Mi batte il cuore ma ad ogni buon conto abbasso le tapparelle. Non si sa mai.
Il tizio non è proprio presente, si lamenta sul tavolo. Non oso nemmeno immaginare cosa possa aver passato tra le mani del Doc, però mi torna in mente di averlo visto al circolo rituale e… con molta probabilità è “come me”.
Stando attento a non toccare il prezioso lavoro del Doc mi avvicino e gli poso la mano sul petto. Come sospettavo. Il cuore batte.
Agisco ancora prima di essermi posto il quesito, sposto il tavolo accanto alla finestra e sollevo di poco il lieve riparo che ci divide dal sole. Sto attento a rimanere con la schiena bene appoggiata alla parete prima di tirare la cinghia della tapparella. Il raggio di sole che entra mi mette i brividi, anzi terrore.
Rimango ad osservare la pelle del braccio di quel bastardo riempirsi di bolle prima di lasciar ricadere la stanza nel buio. Niente da fare, un battito del cuore non è abbastanza per evitare di friggere al sole.
Mi assicuro che la porta sia ben chiusa dall’interno e mi trascino dietro la sedia del tavolo su cui è crocifisso il malcapitato. Tavolo o scrivania? Fa lo stesso. Mi siedo con le spalle contro al muro opposto alla porta. Il fucile ben stretto in mano. L’alba richiama alla morte, spero solo di poter essere abbastanza sveglio se qualcuno facesse irruzione durante il giorno.
Probabilmente sarei fottuto anche solo se un ragazzino spaccasse la finestra con una sassata ma non può andare sempre di sfiga… Non farei nemmeno in tempo a scendere le scale, basterebbe una tenda scostata. Però, la morte non aspetta e non gliene frega un cazzo della mia esistenza; quindi, quando cala il sipario, non ho più niente di cui preoccuparmi.

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