[Cronaca] Velo Terzo

Il tavolo di lucido legno di mogano a cui ero seduta, rifletteva la mia immagine, mentre mi scrutavo intenta a rimuginare su ciò che avevo raccontato al Vescovo, cercando di ricordare se ci fosse qualcos’altro.
Morgana sedeva, dall’altro lato, a distanza di qualche metro, e teneva i gomiti appoggiati ai braccioli della comoda poltrona ottocentesca.
Mi osservava con aria cupa e lo stesso stava facendo Bronach, specchio della sorella, nella postura e nell’atteggiamento, solo che era seduto accanto a me.
Quella situazione mi metteva in tensione, ma potevo tranquillamente ignorare quella sensazione o quanto meno fingere che non mi disturbasse. Dopo altri brevi momenti di silenzio, Morgana si decise a riprendere a parlare.
«Va bene, credo non ci sia altro da aggiungere, procederemo con il piano, prepara il tuo Branco, io preparerò il mio. Cercherò il supporto di alcune conoscenze, senza spargere troppo la voce. Non voglio che qualche spia di quei doppiogiochisti ci rovini la festa.»
Il modo in cui pronunciò la parola “festa” mi fece rabbrividire.
Conoscete vero quel modo di dire: “fare la festa”? Beh, ecco, credo che intendesse dire quello.
Il nostro piano?
Semplice: sterminare gl’Infernalisti. Chiunque fosse anche solo lontanamente sospettato di essere collegato con quella setta sarebbe stato eliminato.
Organizzare un unico grande falò ci avrebbe resi sicuri che chi fosse colpevole sarebbe morto, e se tra loro ci fosse stato qualcuno che non apparteneva al “Club dei giovani piromani dell’Inferno”, beh, sarebbe morto con onore per la causa e la gloria del Sabbat. Semplice no?
Mi alzai e me ne andai senza dire altro, solo un inchino rispettoso e poi via, verso il rifugio. C’erano parecchie cose da sistemare, in occasione dell’evento che avevamo in mente Morgana ed io.
Mentre tornavo verso il rifugio ebbi tutto il tempo di riflettere su come si erano evolute le cose. Alla fine mi stavo rivelando più alleata del Sabbat che della Camarilla e questo non sarebbe stato gradito al Principe, ma con questa azione forse avrei potuto recuperare qualche punticino ai suoi occhi. Mi sarebbe bastato infilare nella lista dei presunti Infernalisti anche un paio di nomi scottanti ed il gioco sarebbe stato fatto. Oppure avrei dovuto semplicemente “dimenticarmi” di avvisarli quando sarebbe stato il momento. In entrambi i casi avrei ottenuto un buon risultato con il minimo sforzo.
Da quella notte, per un mese intero, non mi resi conto del tempo che passava. Eravamo occupati ad organizzare un grande evento. La scusa era di festeggiare la missione appena conclusa con successo, quindi non era strano che al nostro evento avessimo invitato ufficialmente tutte le cariche più importanti del Sabbat.
Tra quei Cainiti c’era feccia che doveva essere eliminata, ci voleva qualcosa di grosso per farli fuori e non potevamo certo eliminarli uno a uno, ci avrebbero scoperti, annusando nell’aria il pericolo e mettendo a rischio il successo della missione. Inoltre, noi non volevamo finire sulla lista nera di uno di loro e tanto meno vederli scappare come conigli per nascondersi negli Inferi a cui avevano votato la loro non-vita.

La sera della festa arrivò, nell’aria frizzante si sentiva odore di etere, di temporale in arrivo. I lampi lontani nella notte decoravano come naturali fuochi d’artificio il cielo sopra il capannone affittato da Xavier, o meglio dalla sua controparte Ivan, per l’occasione.
Il parcheggio era gremito di auto costose e lucide, un tappeto rosso era steso davanti all’ingresso, aspettando di essere calpestato e sgualcito senza riguardo. Ivan, Fandango ed io aspettavamo all’interno, controllando gli ultimi dettagli. La festa doveva sembrare vera, sfarzosa, colorata, coinvolgente, così da poter ingannare i nostri obbiettivi. Recitare tutta sera la parte dei bravi padroni di casa sarebbe stato difficile, ma dovevamo farcela.
Fuori dalla porta Selene e Schneider controllavano la folla che arrivava, smancerie su smancerie, finché non mandai Ivan all’ingresso a dare la notizia dell’apertura. Avevamo assoldato alcuni umani, che si erano “offerti” come cibo per i nobili canini che dovevamo dissetare. Ovviamente non sapevano verso cosa stavano andando, altrimenti non si sarebbero lasciati convincere così facilmente.
Avevamo in programma di drogare alcuni di loro, una volta che la festa fosse cominciata, così da rendere più semplice il nostro inganno. Andai verso il fondo del capannone, oltrepassai la porta del magazzino ed osservai dalla distanza di circa una cinquantina di metri l’Apache che avevamo avuto in dotazione dalla Camarilla, come premio per il nostro buon lavoro. Che ironia della sorte, usare il pagamento ricevuto dalla Camarilla per salvare culi Sabbatici…
Il pannelli del tetto erano stati sganciati e tolti, lasciando spazio a sufficienza perché l’elicottero potesse decollare; il vento e le prime grosse gocce di pioggia iniziavano a bagnare il pavimento di cemento. Il container era pronto per essere agganciato, il portellone aperto, pronto per far salire i nostri ospiti, quelli che volevamo salvare, ma sollevarlo e farlo passare esattamente tra le travi del soffitto non sarebbe stato facile e quel compito era stato affidato a Selene.
Dio mio, in realtà la tentazione di sganciare il container e far sfracellare anche il resto del Sabbat sarebbe stata davvero grande, ma Selene ed io dovevamo prestare attenzione. Uccidere così tanti Sabbatici avrebbe compromesso troppo la nostra copertura. Ed io avevo un buon motivo perché non saltasse. Un motivo che risiedeva in un lontano passato e che portava il nome di Jack Stone. Un giorno il mio Sire sarà di nuovo libero, oppure avrò sufficiente potere da poter stringere le mie mani attorno al delicato collo del Principe, stringendolo fino a quando non gli avrò staccato la testa e l’avrò visto coi miei occhi di serpente incontrare la Morte Ultima.
Mi ritrovai a contemplare la mia mano chiusa così strettamente a pugno d’aver conficcato le unghie nel palmo. Una sottile linea cremisi scivolava sul palmo, fino al polso, lasciando cadere gocce dense sul pavimento di cemento, ma quando aprii la mano le piccole ferite auto-inflitte s’erano già rimarginate.
Raddrizzai le spalle contratte dalla rabbia. No, non avrei sciupato in modo così sciocco la possibilità d’innalzarmi ancora nella scala gerarchica del Sabbat, di avere ancora più potere sul nemico e dunque di poterlo conoscere ancora meglio, per un po’ di fretta. Avrei atteso il momento giusto e forse, perché no, sarei diventata amica del mio nemico quanto basta per scagliarlo contro il Principe.
Aggirai l’elicottero da guerra, controllai il container e tornai verso la porta, prima che la pioggia mi potesse bagnare gli abiti, ma quando tornai alla porta trovai Morgana ferma sulla soglia, sorridente di soddisfazione.
«Un bel salto di qualità per te questo vero?» mi domandò con tono criptico. La osservai, senza comprendere subito a cosa si riferisse mentre m’infilavo al riparo.
«Intendo dire, da sospetta Camarilla, a Reverendo di un Branco del Sabbat, che lotta con noi e per noi senza esitazione… Sei un esempio da seguire, oserei dire.»
Allora compresi cosa volesse dire. Annuii.
«Le cose cambiano. Anche se un albero sembra morto, non vuol dire che lo sia davvero.» Accennai ad un sorriso e uscii dal magazzino rientrando nella sala della festa, passandole accanto. Notai la leggera sorpresa quando la oltrepassai.
Si, nel mese in cui avevamo preparato il piano, anche in me qualcosa era cambiato.
C’era stato un patto. Un patto, ma non con me stessa o con gl’Inferi, piuttosto con qualcosa di più solenne e onorevole, qualcosa che mi rendeva più viva di tutti coloro che si sarebbero trovati li dentro questa notte. Umani compresi.
Il mio cuore pulsava, il mio sangue scorreva forte e vigoroso, rovente di un fuoco che non era dell’Inferno, ma che era pura magia.
Stavo diventando potente e non mi sarei fermata ora, né avrei permesso ad altri di fermarmi.

Gli esplosivi erano stati camuffati nei pilastri del capannone, nelle travi di sostegno, in alcuni punti del pavimento, in modo da distribuire l’esplosione e renderla il più dannosa possibile. Vetri e lampadari erano disseminati ovunque, pronti a frantumarsi e ad aggravare i danni inflitti dal fuoco e dall’esplosione. Controllai che tutto fosse in ordine mentre gli invitati iniziarono a fluire nel capannone con eleganza ed ordine. Come tante bambole di ceramica, uomini e donne scivolarono nella sala disperdendovisi e radunandosi in piccoli gruppetti. Le educate chiacchiere presero a diffondersi nell’aria, mentre i primi umani vennero avanti porgendo coppe di sangue o i loro stessi succulenti colli ai nostri canini. La Fame crebbe esponenzialmente in ognuno di noi man mano che l’odore di sangue riempiva l’aria, ma eravamo preparati anche a questo. Ci eravamo saziati apposta per non rischiare di perdere il controllo ed addentare per sbaglio uno degli umani drogati, rischiando di mettere a repentaglio il nostro intricato piano a causa dell’offuscamento della mente che ne sarebbe derivato. Gli invitati s’amalgamarono, in una profusione di abiti antichi e tailleur moderni. Giacche e doppiopetti, frac e giubbotti di pelle. La disomogeneità di costumi era sbalorditiva e mentre la musica classica prese a diffondersi per la sala, le porte vennero chiuse e gli ospiti intrappolati a loro insaputa. Non che importasse loro poi tanto quando le droghe presero a fare effetto su alcuni, mentre altri, satolli di sangue ne piangevano persino lacrime, satolli, stando scompostamente accasciati su divani e poltrone, con le loro vittime dissanguate o parzialmente dissanguate ai loro piedi. Guardandomi attorno incrociai lo sguardo di Selene. Un lieve accenno d’assenso e, posando il calice da cui non avevo bevuto una sola goccia di sangue sul vassoio di un giovane cameriere, salutai con un cenno del capo il cainita che stavo fingendo d’ascoltare e ne chiesi congedo con educazione.
Presi a muovermi tra la gente, avvicinandomi al primo degli obbiettivi da salvare «Vossignoria è invitato a raggiungere il Vescovo Daimon.» suggerii con cortesia accanto al suo orecchio, accennando verso la porta del retro. Cercai di essere rapida e persuasiva, chi non fosse stato convinto sarebbe dovuto rimanere nella trappola. Non salvi un topo se non vuole farsi salvare.
Le occhiate torve e preoccupate che ricevetti mentre mi aggiravo per la sala, mentre avvisavo educatamente gli ospiti scelti, furono ricambiate con sorrisi di circostanza, gli occhi protetti dalle lenti scure degli occhiali non avrebbero rivelato nulla a nessuno di loro.
Vidi Ivan aggirarsi tra la folla e scorsi Najiv, la segretaria, nonché braccio destro, di Morgana Daimon, avvolgere alcuni ospiti nelle ombre per condurli con abilità oltre la porta del magazzino senza destare sospetti. Alcuni sparivano dietro la porta del bagno e non ne uscivano più, condotti al magazzino da un’altra porta di servizio. Altri ancora fingevano d’uscire ad osservare la notte stellata accompagnati da Ivan o da uno di membri del Branco di Morgana. Ben presto nella sala non rimanemmo che io, il Vescovo Daimon, Schneider e Ian. Stavo sorridendo ad uno degli ospiti, quando la mano guantata del Vescovo Nazel mi si posò sul braccio. Per un momento mi congelai nel trovarmi ad osservarlo.
«Reverenda Amuhi. Una splendida festa, la vostra.» la sua voce profonda riverberò sotto il suono di violini e flauti traversi ed il tocco della sua mano mi trasmise di nuovo per un istante il raggelante suono di pianti infantili.
Sorrisi, chinai il capo «Vi ringrazio, Vescovo.» dissi, cercando un compromesso tra umiltà e soddisfazione, ma temetti per un breve momento di essermi tradita.
La mano del Vescovo si ritrasse dal mio braccio in fretta. Osservai il suo sopracciglio arcuarsi palesando perplessità.
«Però non ho potuto fare a meno di notare che molti dei vostri ospiti sono già andati via…» osservò con simulato dispiacere.
«Forse non tutti apprezzano quanto si dovrebbe la musica classica, mio Vescovo.» affermai con una punta d’ironia, accennando un sorriso, cercando di gettare un po’ d’acqua sul fuoco.
Parve funzionare.
«Mia cara, probabilmente avete ragione. Ma d’altra parte, noi vecchi gusci vuoti non apprezziamo il frastuono della musica moderna…» affermò con un accenno di calcolata ironia ed un mezzo sorriso che m’inquietò.
«Per questo ho scelto musica più classica. I giovani sono il futuro del Sabbat, ma gli Anziani ne sono la guida ed i pilastri.» affermai, trattenendo un’osservazione inopportuna sulla robustezza dei pilastri giusto in tempo per non tradirmi.
Con una rapida occhiata vidi Ian aspettarmi nei pressi dell’accesso al magazzino, un lieve cenno per confermare che era tutto pronto.
Ma io ero intrappolata a fare conversazione.
Maledizione.
La mia mente s’arrovellava nel tentativo di trovare un appiglio, quando ecco arrivare Ivan, tutto sorridente ed affettato fino alla nausea con un alice di sangue intonso tra le dita. Un inchino al Vescovo, poi mi rivolge un’occhiata eloquente.
«Samara, dobbiamo prepararci per il discorso, gli attori per lo spettacolo sono già pronti.» lo sguardo si rivolge a Nazel «Vescovo se mi permette le porto via la Reverenda Amuhi.» chiede affettatamente, porgendogli il calice «Ma in compenso la lascio in compagnia di questa prelibatezza.» impossibile dirgli di no.
Con un sorriso tra l’infastidito ed il falso cordiale, il Vescovo Nazel rispose con un cenno del capo, accettando il calice e rivolgendomi poi un leggero chinare del capo. Intuii dall’espressione poco controllata del suo viso una sorta di fastidio.
Non volli saperlo allora e non voglio sapere nemmeno ora il perché, ma da quel momento ebbi l’impressione, tutto d’un tratto, che Nazel mi avesse in un qualche modo “scelta”. Ebbi l’impressione che lasciarmi percepire il tocco disperato di quelle mani, la notte in cui mi aveva nominata Reverendo, non sia stato poi così casuale. Ma ero troppo disgustata per voler scoprirne il motivo. Con un sorriso mi avviai prendendo Ivan sotto braccio, ma quando riprese a parlarmi aveva di nuovo la voce di Xavier col suo accento francese.
«Sbrighiamoci, Samara.» si limita a dire. Forse la tensione ha scatenato il suo cambio di personalità. Non c’era tempo ora però per preoccuparsene.
Ian era sparito oltre la porta e dopo pochi istanti una mano leggera sfiorò la mia. Il velo dell’ombra calò su di noi, oscurando la nostra presenza agli occhi della folla, ma dovevamo sbrigarci ad oltrepassare la porta, perché tra gli ospiti c’era chi avrebbe potuto vederci lo stesso. Speravamo tutti, però, che le droghe avessero di già fatto il loro effetto ed avessero reso ottuse anche le menti più sveglie.
Così, mentre nella sala venne alzato il volume della musica, a sottolineare le note ridondanti e cupe del Requiem di Mozart, Selene avviò il motore dell’apache. Sopra di noi il cielo nuvoloso lasciava cadere un fitto velo di pioggia, lampi a rischiarar la notte, fastidiosi come spilli per i miei occhi, ma i tuoni erano benaccetti, avrebbero nascosto ancor di più il frastuono dell’elicottero. C’era rimasto poco tempo prima che la musica calasse di tono ed il rumore dell’elicottero potesse essere notato anche dalle menti offuscate dei Cainiti nel capannone, ma Selene appariva decisa e consapevole di quello che stava facendo e dopo pochi istanti sentii il pesante mezzo da guerra sollevarsi, cominciando a tendere i cavi di sostegno del container. Poi uno strattone fece scuote l’elicottero da guerra, sballottando me, Ivan, Najiv ed il Vescovo Daimon, costringendoci ad aggrapparci ai sedili, mentre l’elicottero rimaneva in stallo. Vidi Selene parlare al microfono delle cuffie, dando qualche ordine ad Ian seduto accanto a lei: un accenno del capo ed il Gangrel si tolse le cuffie e balzò giù. Sporsi la testa dal portellone dell’Apache per seguire Ian, scorgendolo atterrare su un trave di cemento a quattro zampe come se fosse saltato giù da un muretto di mezzo metro. La polvere sollevata dall’elicottero lasciava solo intuire le successive movenze di Ian. Il suono del metallo che veniva colpito ripetutamente sembrò surclassare per un attimo sia quello della musica che quello dell’elicottero, ma nessuno apparve alla porta del magazzino.
Passò qualche momento in cui cominciai a preoccuparmi, poi l’elicottero riprese a sollevarsi e guardando tra la polvere scorsi Ian appeso alle maniglie di chiusura del container cercare di arrampicarvisi sopra per raggiungere una posizione più sicura. Con una manovra veloce e brusca, Selene portò fuori l’elicottero, mentre Ian rimaneva aggrappato, sballottato come una bambola di pezza, ma abbastanza forte da non perdere la presa con tutte e quattro le sua mani.
Poi, quando ormai fummo abbastanza in quota, Morgana sorrise, ricomponendosi sul sedile. Lo sguardo mi cadde allora su ciò che stringeva tra le dita. Il cellulare s’illuminò d’improvviso alla pressione del suo dito e la deflagrazione che ne fece seguito a brevissima distanza mi prese di sprovvista.
L’elicottero venne sconquassato di nuovo mentre si allontanava dal capannone incendiato e mi ritrovai a nascondere la testa contro al sedile, gli occhi strettamente chiusi a proteggere le pupille sensibili dalla luce che scaturiva dalle fiamme sollevatesi dall’esplosione. Assordata dal botto e terrorizzata dal fuoco, rimasi raggomitolata contro al sedile, pregando a mezza voce che Dio mi concedesse di non finire mai in un Inferno come quello in cui avevamo appena ucciso alcuni tra i Cainiti più influenti del Sabbat.
L’epurazione era avvenuta.

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