[Cronaca] Velo Settimo

Spiegare perché eravamo arrivate così tardi non fu difficile, Braden era un ottimo capro espiatorio ed anche se Ivan, o il suo ospite Xavier, avessero avuto sospetti, per quell’alba non ci volevo pensare.
La notte successiva Ian ci svegliò tutti quanti cominciando ad urlare come un ossesso. Come scoprii poco dopo, senza nessun motivo.
Guardai la sveglia: le sette.
L’autunno era già inoltrato, questo era vero, ma sentivo ancora il peso del tramonto nella testa, sapevo che gli ultimi raggi del sole sarebbero calati a breve, ma non è mai piacevole venire svegliati prima del necessario. Mi alzai e mi diressi in cucina. Sapevo già di avere un’espressione poco cordiale inviso, perché ero talmente nervosa che la lingua serpentina mi sgusciò dalle labbra diverse volte senza che potessi evitarlo.
Sul tavolo era stipato l’equipaggiamento del Vice Ductus e lui si aggirava qua e la controllando che non mancasse niente.
«Non farlo mai più!» sibilai.
«Cosa?» chiese torvo, perché impegnato a contare dei proiettili.
«Svegliarmi prima del tramonto senza che sia necessario.» dissi, cercando di mantenere il tono fermo, ma forse non fui chiara, perché mi guardò perplesso. Poi mi accorsi di quell’accenno divertito delle sue labbra.
«Vaffanculo Ian.» gli dissi lapidaria questa volta.
Lui non lo gradì, ma io me ne fregai, volevo sapesse quanto detestassi i suoi scherzi.
Dopo circa un’ora eravamo tutti pronti, vestiti con abiti comodi e scuri e stavamo vagliando le possibilità.
«E’ sotto una chiesa, ci sarà roba sacra e forse qualche fantasma.» disse Ian, come se la cosa lo scocciasse.
Guardai Selene e poi incrociai le braccia al petto.
«E’ territorio mannaro, non dovremmo scartare così facilmente l’ipotesi d’incontrarne.» disse lei.
Ian emise un ringhio sorridendo beffardo.
«Andiamo sotto terra, Sely, credi che ce li troveremo li anche i tuoi amichetti cagnolini?» chiese sibillino, in una provocazione gratuita.
Feci un passo avanti allargando le braccia.
«Ok, ok, adesso basta. Ognuno si porti quel che vuole. Ma niente di troppo ingombrante, non vorrete doverlo abbandonare in caso di emergenza giusto?» guardai Selene e pregai che tenesse troppo a certi suoi fucili da non voler correre il rischio di doverli lasciare lungo la strada.»
Con un orgoglioso sollevare del mento, Selene uscì dalla cucina. Guardai con severità Ian.
«Dovresti tenere in maggior considerazione i consigli del tuo Branco sai?» fui forse fin troppo severa, ma quella punzecchiata sui mannari poteva risparmiarsela.
La notte si stava già rivelando difficile, non osai immaginare a come avremmo fatto ad arrivare all’alba.
Aspettammo un po’ prima di muoverci verso Fossacaprara e la sua chiesa.
Nonostante fosse un giorno infrasettimanale non volevamo correre il rischio che qualcuno ci vedesse per sbaglio mentre eravamo intenti a scassinare il portone di una chiesa.
Raggiungemmo il piccolo paese di campagna ai piedi dell’argine maestro, estrema difesa dalle alluvioni del fiume, e parcheggiammo distante, qualche centinaia di metri dall’obbiettivo che raggiungemmo poi a piedi seguendo le stradine silenziose del paese, fino a svoltare nel viale in cui si trovava la chiesetta. Due file di alberi costeggiavano la strada, coperta dalle foglie di quei tigli ormai quasi del tutto spogliati dal vento e dalle piogge autunnali ed illuminati dalle tenui luci arancioni di alcuni lampioncini che seguivano la strada curvare e salire sull’argine.
A circa metà di quel viale si trovava l’ingresso della chiesa. Non che fosse enorme, tutt’altro, ma sembrava che chi l’avesse costruita avesse preso i blocchi colorati con cui giocano i bambini e li avesse messi uno vicino all’altro così, semplicemente, creando una facciata squadrata, sormontata da una sagoma triangolare formata dagli spioventi del tetto. L’unica cosa che scalfiva la piattezza di quelle forme estremamente geometriche era il vecchio portone di legno ed accanto, sulla destra, a rendere il tutto ancora più pesante, vi era il tozzo campanile che spuntava di poco rispetto l’altezza del tetto della chiesa. Mi sorprese vedere che in quel paesino dimenticato da… ma sì, diciamolo, dimenticato da Dio, la campana fosse ancora al suo posto, vecchia, ma intatta.
Attraversammo il sagrato malmesso della chiesa e ci avvicinammo al portone principale spezzando gli aloni ambrati dei lampioncini con le nostre ombre che sembravano così ancora più spettrali ed ambigue.
«Portone vecchio, serratura nuova.» fu l’esito di Ian dopo aver esaminato l’accesso.
Un foglio li appesa riportava gli orari dei giorni e delle messe che il prete doveva incastrare, a quanto pareva, con quelle di altre chiese. Ecco perché una serratura nuova, non c’era un custode, il prete apriva la chiesa solo in occasioni di funerali, matrimoni o sparute messe domenicali.
«Però non c’è il cartello: “cercasi personale”…» feci notare con ironia a Selene indicandole il foglio.
«Per fortuna che dovrebbero santificare le feste tutte le domeniche…» commentò a sua volta Sely.
Comunque secondo quello avremmo avuto tempo almeno per una decina di giorni, prima che qualcuno venisse ad aprire la chiesa. Per lo meno non avremmo dovuto far tutto di fretta.
Xavier, che invece di fermarsi aveva seguito il profilo della facciata ci fece un cenno. Lo seguimmo oltre l’angolo, verso la zona buia ai piedi del campanile, dove un incavo più buio nel muro ci rivelò la presenza della porta della sagrestia. Era vecchia e il legno presentava scheggiature e fessure dovute al tempo. La serratura era arrugginita qua e la dalle intemperie.
Non perdemmo tempo a chiederci perché non fosse stata cambiata anche quella serratura, Ian si chinò ad osservarla meglio e gli ci volle poco per aprirla.
Il cigolio sottile e lo scrocchiare del legno sembrarono riecheggiare nella sagrestia spoglia e per un momento tentennammo tutti sulla soglia, preoccupati del dover mettere piede in una chiesa.
Poi Ian si decise ad avanzare e con un’alzata di spalle lo seguimmo tutti, richiudendoci la porticina alle spalle.
Una finestrella minuscola, posta sopra la porta, lasciava entrare un filo di luce ma fu sufficiente a muoverci senza esitazione verso la porta che dava sulla chiesa vera e propria. Scoprimmo che quella serratura era nuova, ecco perché non si erano preoccupati di cambiare quella della sagrestia. Comunque eravamo all’interno, Ian si prese tutto il tempo necessario a scassinare la seconda serratura, mentre tutti attendevamo tesi. Ivan si sedette su una panca, scricchiolante, ma pulita. Selene ed io ci trovammo ad osservare il vecchio armadio dei paramenti sacri, aprendolo quasi sperai di trovarci qualcosa, ma era vuoto. Storsi le labbra e tornai a guardarmi attorno per qualche minuto, prima che Ian grugnisse soddisfatto facendo scattare la serratura.
Selene fece cenno a me e Xavier di sopravanzarla.
Cautamente misi piede su quel suolo sacro e mi resi conto subito che, per quanto abbandonato, quella chiesa conservava ancora un po’ del suo pericoloso potere della Fede.
«Non toccate niente a meno che non sia indispensabile.» avvertii a bassa voce «Non voglio dover raccogliere nessuno di voi col cucchiaino.»
La chiesa era costituita da un’unica navata, le poche panche erano poste al centro del pavimento, davanti all’altare e alcuni vecchi, ma di certo non preziosi, quadri raffiguranti le scene della via crucis erano gli unici orpelli decorativi appesi alle pareti, per cui mi ritrovai a seguirla fino al portone della chiesa, trovandomi nei pressi dell’acquasantiera.
Un cartello avvisava che acqua santa e ceri sarebbero stati messi a disposizione della gente della parrocchia solo in occasione della messa.
Mentre mi perdevo in congetture sulla Fede e la religione degli uomini, Selene e Xavier giravano attorno all’altare. Come ci aveva informato la Daimon, in queste vecchie chiese a Nord del fiume ai tempi della seconda guerra mondiale erano stati ricavati rifugi dove i partigiani si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni dei tedeschi. Poi, una volta finita la guerra, quei nascondigli furono chiusi e sigillati, o usati come ossari.
Quindi potevamo presumere che ci fosse un nascondiglio simile anche in questa chiesa. Il passaggio doveva essere nella zona dell’altare, non c’era altro luogo plausibile, per cui le ricerche di Xavier si concentravano li e Ian e Selene cercavano solo di essere pronti in caso di necessità.
Necessità che si presentò quando ad un tratto, Xavier s’inchinò ad osservare i fregi più attentamente, accendendo una torcia e lasciando che la luce illuminasse una porzione ben precisa dell’altare. Dopo un momento d’indecisione lo vidi sollevare una mano, ma ero troppo distante per capire cosa stesse facendo, così mi avvicinai. Feci solo pochi passi, poi sentii uno scatto che mi prese quasi di sprovvista.
Mi precipitai accanto all’altare, mentre la voce di Ivan, anziché quella di Xavier, chiedeva a Selene e Ian di spingere la pietra, cosa che loro fecero con impazienza, producendo un suono a dir poco assordante.
Dovettero impegnarsi parecchio per spostare il grosso blocco di marmo, ma appena pochi centimetri ci permisero di iniziare a vedere l’oscurità di un passaggio celato sotto di esso.
Alla fine l’imboccatura si rivelò larga un metro per un metro ed una scala arrugginita scendeva nel buio.
Usci un refolo d’aria che assaggiai con la punta della lingua da serpente e che trovai polveroso, ma meno ammuffito di quanto mi sarei aspettata, tuttavia non fu un gusto piacevole da assaggiare.
Quando fummo scesi nel sottosuolo, una decina di metri in tutto su quella scala traballante, la solitudine del luogo, il freddo della terra argillosa, il buio e la polvere sembrarono avvolgerci come una coperta, opprimenti in un certo senso.
Cosa strana, detta da creature che in teoria nelle leggende dovrebbero dormire nelle proprie bare vero?
Eppure anche noi abbiamo bisogno dei nostri spazi.
Tutti subimmo l’effetto di quel luogo e rabbrividimmo, come colpiti da un gelo innaturale, tanto che iniziammo ad accendere le torce e guardarci intorno, come se potessero spuntare fantasmi in ogni dove. Ma non c’era nessuno.
Dopo quel primo momento perso a contemplare quel luogo, lasciatemelo dire, dimenticato da Dio, c’incamminammo per il cunicolo sgocciolante.
Mentre Ian e Selene ci precedevano con la torcia in mano li seguivo continuando ad assaporare l’aria con la lingua, controllando che l’aria non avesse mutamenti rilevanti.
Camminammo in silenzio per un bel po’, accompagnati solo dallo scalpiccio dei nostri stivali e dal fruscio dei vestiti, fino a quando non ci accorgemmo che la strada si stava facendo più vecchia.
Le luci lampeggianti delle torce illuminavano a tratti porzioni di terreno e soffitto, impedendo una chiara visione dell’insieme.
Quando ci accorgemmo dei segni sulle pareti mi domandai da dove fossero iniziati e quanti ne avessimo persi fino a li.
Secondo Selene e Ian il tunnel curvava a destra, verso Sud, la direzione ci venne confermata dall’umidità che ora permeava anche le pareti, segno che stavamo passando sotto al fiume.
I simboli, erosi dal lento scorrere delle gocce di umidità, sembravano nomi, date, scritture in una lingua che non conoscevo.
«Latino.» disse Xavier, con la voce di Ivan.
Ivan, intrappolato nel corpo di Xavier, che era riuscito a sopraffare in un qualche modo, seguiva con le dita le incisioni, cercando di decifrarle, ma difficilmente riusciva a mettere insieme qualche frase di senso compiuto.
Tuttavia ad un tratto parve chiaro che quelle parole e quei numeri cercassero di raccontare una storia. Una storia risalente all’anno mille, se non prima, alle persecuzioni cristiane prima e alle Crociate poi.
Perdemmo la cognizione del tempo, ci concentrammo così tanto nel cercare un filo conduttore che quando arrivò l’alba ci rendemmo conto che eravamo in trappola.
Con una sorta di frenetica urgenza iniziammo a cercare un punto dove nasconderci e rinchiuderci, per meglio proteggerci durante le ore diurne.
Allora facemmo la scoperta più incredibile.
Selene, che ci stava precedendo di una decina di metri si fermò quasi di colpo e mi accorsi che la sua torcia non illuminava più le pareti del cunicolo, ma si disperdeva nell’aria.
L’odore polveroso di una decomposizione ormai terminata da tempo indugiò sulla mia lingua di serpente e quando la sentii esclamare «Perfetto!» mi sfuggì un mugolio. Mi sorpresi a non voler nemmeno avanzare, quindi Ivan mi passò accanto e seguì Selene e Ian nel vecchio ossario.
Fui l’ultima ad entrare.
«C’è qualcosa che non va in questo posto Selene…» stava dicendo Ivan, ma Selene non se ne curava e con Ian aveva iniziato a svuotare nicchie per fare posto a noi.
«Sono morti Ivan, non ci possono fare niente.» sbuffò Ian.
«Tecnicamente» appuntai «siamo morti anche noi, ma ci considero comunque abbastanza pericolosi.»
La mia ironia sembrò scuotere tutti. Forse non era il momento migliore per sfoderarla, ma rese l’idea.
Mi sorpresi a rabbrividire e la mano di Ivan mi agguantò, tirandomi indietro con uno strattone come se davanti a me ci fosse un precipizio.
Sibilai di rabbia per quel contatto inaspettato e fissai Ivan con gli occhi assottigliati, ma mi trovai a fissare un volto teso, quasi preoccupato.
Corrucciandomi, mi domandai se per caso non mi fossi persa qualcosa e Ivan annuì come risposta.
«Ci sono dei fantasmi.» disse piano.
Allora sì, che raggelai, come gli altri del resto.
Ian calò il visore termico.
«Cazzo! Questo posto è infestato…»
La mia lingua guizzò per l’ennesima volta a mostrare un nervosismo più che umano e tastò una corrente di aria gelida.
«Cosa facciamo?» domandai poi.
«Sembrano tranquilli, ci lasceranno riposare, purché qualcuno la smetta di buttare le loro ossa per terra. Nessuno sa che siamo qui, dovremmo essere al sicuro anche se dormiamo per terra.» rispose Ivan.
«Non lo so, non mi fido.» borbottò Ian contrariato.
«E’ per questo che sei il Vice del Ductus no?» lo canzonò Selene.
Con un gestaccio le mostrò il dito medio.
Mi sedetti a terra, appoggiando la schiena alla parete e dopo qualche momento di tensione anche Ian e Selene decisero che il consiglio di Ivan fosse da seguire, quindi ci trovammo tutti un angolino per riposare, l’ultimo gesto di stizza di Ian fu di scagliare qualcosa, forse un frammento di osso o un sasso, ma nessuno vide dove fosse finito, perché il sonno dell’alba ci trascinò con se.

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