[Cronaca] Velo Quinto

Seguendo Braden abbassai lo sguardo sul terreno mentre camminavo. Mi fermai appena oltre il cancello della proprietà, ad una decina di metri dal vecchio fienile ristrutturato verso il quale il Gangrel si stava dirigendo di corsa.
Quella struttura faceva parte di una vecchia corte contadina, lasciataci in eredità da Ivan. La struttura principale era oltre il cortile, sulla sinistra rispetto al cancello d’ingresso, buia e disabitata. Sulla destra un muro di due metri proseguiva, invece, per quei dieci metri congiungendosi al vecchio fienile. Braden s’infilò sotto all’ampio porticato e corse ad aprire il lucchetto del grande portone.
I lavori di ristrutturazione erano finiti da diversi giorni, ma noi ancora esitavamo a trasferirci li. Questo era il rifugio che Ivan ed io avevamo studiato insieme. Misure di sicurezza, abitabilità per gli umani, garage per le auto ed anche il vecchio fienile, lasciato libero tutto a disposizione del drago.
No, non eravamo ancora pronti per quel trasloco, avrebbe reso tutto troppo reale.
Mi volsi ad osservare Selene, scesa dall’auto per aspettarci e poi mi avviai sulle tracce di Braden.
«Ciao musodirettile!» la apostrofa il ragazzo mentre fa scorrere il portellone. Un suono strascicato, un basso gorgogliare, come se un gatto grande quanto un’auto facesse le fusa, poi il muso squamato fece capolino e Braden vi si gettò contro, spiaccicandovisi sopra ridendo. Un verso basso, come una gutturale risata e gli occhi attenti della creatura si socchiudono, spostandosi su di me mentre Braden continua ad accarezzarla.
«Ciao Clelia.» salutai, con un certo timore nel vedere il labbro sollevarsi in una specie di sorriso e mostrandomi una fila di dentoni aguzzi. Potrebbe uccidermi con un morso.
D’improvviso sento riverberare qualcosa dentro me. Era un suono cupo e profondo che prense forma come il rompo di un tuono.
«Clelia non è il nome giusto per me.»
Evidentemente sgranai gli occhi, perché Braden si mise a ridere.
La voce che avevo sentito era mascolina e non aveva nulla di umano.
«Sei… sei un maschio!» constatai a voce alta al limite della scontatezza.
«Siiii! E’ un maschioooo! Te l’ha detto eh?» gioì Braden lasciando andare per un momento la testa del drago per guardarmi prima di prendersi una capocciata nel sedere. Non era difficile intuire che Braden lo sapesse già, a questo punto.
«Da quanto lo sai?» chiedo, trattenendo la stizza.
«Oh, da poco più di qualche settimana. Me l’ha detto la prima notte che sono venuto a trovarlo da quando siamo tornati da Haiti.» mi rivelò con apparente innocenza.
«Non arrabbiarti con lui, Sammy, gli ho chiesto io di mantenere il segreto.» mi scosse la voce dall’interno facendomi vibrare persino le ossa per quanto era potente.
«Cristo santo» mi lasciai scappare «E’ come… come… come stare troppo vicino all’esplosione di una bomba.» mi lamentai, portando una mano al petto e tastando un po’. Quindi mi avvicinai e domandai titubante studiando gli occhioni da rettile «Qual’è il tuo nome allora?»
Una risata mi rombò nel corpo ed il suono gutturale sembrava esondare dal drago disperdendosi nella campagna silenziosa attorno a noi.
«Il mio nome non è pronunciabile per gli uomini. Scegli tu come vuoi chiamarmi.» tranquilla, la creatura scrollò un po’ il muso facendo ridere Braden di nuovo appeso alle sue scaglie.
Rimasi impietrita davanti a quel giovane drago che sembrava giocare con Braden come con una bambola di pezza, ma in modo così innocuo che sembravano entrambi bambini. Mi ritrovai di nuovo a pensare a Mario. Lui gli avrebbe rifilato sicuramente qualche nome strano, qualcosa di strambo, ma efficace… non ero sicura, però, che avrebbe scelto qualcosa di rispettoso. Forse si. In fondo amava, anche se a modo suo, Clelia. Clelio. Insomma, il drago.
Ero sempre più convinta che il vuoto che sentivo quando pensavo a Mario fosse un’eredità di Anita e non una mia scelta. Rimasi a riflettere forse troppo a lungo.
«Sammy» mi chiamò «non c’è fretta. Io il mio nome lo conosco ora. Quando saprai con che nome mi vorrai conoscere tu, me lo dirai. E io lo accetterò.» mi concesse tempo e libertà e questo per il momento mi sollevava.
«Va bene» acconsentii, quindi salutai esitando entrambi, muovendo la mano nell’aria «allora io vado. Buona notte ragazzi» per modo di dire «fate i bravi!» anche questo per modo di dire. Girai sui tacchi e mi avviai alla macchina.
«Sammy!» mi richiamò all’improvviso il vocione vibrante, facendomi quasi inciampare «Mi sei mancata!»
Mi voltai sorridendo «Anche tu bestione.» risposi, ed era vero.
Raggiunta Selene aprii lo sportello senza dire nulla.
«Sapevi che Clelia, in realtà è Clelio?» le chiesi.
Lei fece una faccia buffa, di sorpresa e incredulità. Allora annuii «Così pare.» confermai salendo in macchina.

Spingendo a tavoletta sull’acceleratore, Selene recuperò qualche minuto di ritardo, ma quando finalmente arrivammo davanti al portone, gli altri sembravano aspettarci con una certa impazienza.
Non che ci voglia molto a fare spazientire Ian, a dire il vero.
«Dov’eravate?» chiede Xavier. Se sia sospettoso non lo lasciò vedere.
«Oh, beh… ho appena scoperto che Clelia è un maschio… dammi tregua, ok?» gli chiesi, guardandolo storto.
Ricevetti un’occhiata perplessa da Xavier, prima di lasciarlo fuori dall’edificio per raggiungere l’ufficio del Vescovo.
La sala in cui il Vescovo Daimon ci accolse era sempre la medesima, sontuosa, sala usata dal suo predecessore. Solo che ora il tavolo era ingombro di carte e fascicoli sparsi sul legno lucido.
La Daimon smise di scrivere quando venimmo introdotti dalla segretaria. Ci guardò un momento.
«Si, bene, accomodatevi e abbiate pazienza un momento.» ci invitò con tono distaccato.
Solo io, alla fine, mi accomodai. Un po’ di disagio ci rendeva tutti e tre tesi, nell’attesa, finché la Daimon non smise di scrivere e richiuse la cartelletta che aveva appena firmato, posandovi sopra la penna ed accomodandosi meglio sullo scranno.
«Buona sera, Black Wolves.» ci saluta «Samara, Ian, Selene…» pronuncia i nostri nomi con lentezza inquietante, chinando appena il capo, lasciando ondeggiare un ricciolo ribelle sfuggito alla rigorosa crocchia ferma sulla nuca. «Scusate se ho insistito per vedervi questa notte, ma ho davvero urgenza nel richiedere i vostri servizi.» una pausa calcolata su misura per rendere chiaro l’importanza di quello che ci avrebbe chiesto «Cosa sapete sul Sacro Graal?»
La domanda fu così inaspettata che ci ritrovammo a guardarci l’un l’altro. Sorprendendoci tutti è Ian a prendere la parola.
«Beh, più o meno quello che sanno tutti. In Indiana Jones dicevano che era il calice che usò Cristo durante l’ultima cena.» si schiarì la voce senza che ne avesse bisogno, il che rendeva l’idea del nervosismo in cui lo metteva l’essere sotto l’attenzione del Vescovo «Ma ho sentito dire che ci sono altre storie, in proposito.» s’interruppe e tornò ad un composto silenzio.
Morgana annuisce, seppur leggermente divertita, riprendendo a parlare dopo una breve riflessione.
«C’è chi suppone sia solo un simbolo, il cosiddetto femminino sacro dei pagani. Ma noi sosteniamo fosse un calice vero e proprio, una sorta di reliquia sacra realmente esistita in cui fu versato il sangue di Gesù Cristo e per questo impregnata di potere. C’è anche chi racconta che Seth» e qui ricevetti uno sguardo consapevole «terzogenito di Adamo ed Eva, tornò al Paradiso Terrestre e chiese aiuto a Dio, il quale gli donò una medicina capace di curare tutti i mali.»
Ci osservò alzandosi in piedi, cominciando a camminare per la stanza.
«Si dice che dalle vostre parti vi sia una vecchia chiesa. Sotto il suo pavimento si snoda un tunnel. In quel dedalo di tunnel gira voce sia nascosto qualcosa che può condurre al Sacro Graal.»lasciò smorzare la sua voce grave ed i suoi passi si fermarono. Si sporse prendendo una cartelletta e facendola scivolare sulla superficie liscia verso di noi con decisione. Recuperai il fascicolo e lo aprii sul tavolo, a beneficio di tutti. Ci trovammo a guardare le fotografie diurne di una chiesetta della nostra zona. Tra due alti alberi dalla folta chioma verde, si stagliava la facciata tardo romanica di una chiesetta ristrutturata così tante volte nel corso dei secoli d’aver perso il fascino della storia.
Sulla sinistra sbucava dagli alberi il tozzo campanile.
Nella foto d’insieme sembrava una qualunque chiesetta di campagna, di quelle che al massimo contengono tre o quattro file di banchi. Cosa che venne confermata quando scostai la prima foto per guardare le altre. Affreschi scrostati, crepe, abbandono. Tutto appariva trasandato ad eccezione dell’altare, pulito ed ordinato e della statua della Madonna che tuttavia non spiccava per particolarità.
«Perché proprio sotto questa chiesa?» chiese Selene, rubandomi le parole di bocca.
La Daimon sorrise, compiaciuta, evidentemente era contenta di che bravi soldatini stavamo diventando. Se avesse saputo la verità…
«Durante la seconda guerra mondiale furono in molti a fuggire nelle campagne in cerca di rifugio. Le chiese erano i nascondigli migliori, da uomini e mostri. Così, cercando di scavare uno scantinato dove accogliere la gente, ecco che è stato trovato questo dedalo di tunnel.» ci spiegò, era evidente che stesse sintetizzando «Cercarono di modificarli e di ampliarli, ma molto presto i lavori vennero abbandonati e l’ingresso sigillato. Adesso vi chiedo di riaprire quel passaggio e scendere a dare un’occhiata. Voglio sapere perché furono abbandonati e cosa nascondono. » dal tono è chiaro che non accetterà un rifiuto e non si accontenterà di una mezza risposta. Ogni volta che la incontro capisco sempre meglio come abbia fatto a diventare Vescovo. Questa donna ha le palle, non sarà facile fare il doppio gioco ora che c’è lei al comando.
«Andremo a vedere.» dichiarai, senza chiedere al resto del Branco. Avevo forse scelta?
La Daimon sollevò una mano per fermarmi prima che mi alzassi dalla sedia.
«Fate attenzione, non siamo gli unici a muoverci in questo senso. In molti puntano a risolvere uno dei più grandi misteri della cristianità. Siate prudenti.»
Annuii e chiusi il fascicolo per prenderlo. Nessun’altra parola. Era questo il modo di congedarci della Daimon. Così uscimmo in silenzio e scendemmo, tornando in strada.
Senza alcun commento lasciai il fascicolo ad Ian, perché lo mostrasse a Xavier e mi avviai verso la macchina.
Solo quando ormai fummo al sicuro nell’abitacolo Selene mi parlò.
«Dobbiamo chiamare DelDuca.» il tono serio, infilò le chiavi e mise in moto.
«Si.» esalai con stanchezza.
Presi il cellulare, ma esitai a comporre il numero. Il viso serio e composto della Daimon era ancora davanti ai miei occhi.
«Jack ti stà aspettando Sammy. Se lui continua a combattere, puoi farlo anche tu.» mi disse.
Aveva compreso il motivo di quel mio esitare. Stavo cominciando a dubitare di potercela fare a sopravvivere in questo doppio gioco.
«Chiamalo, intanto andiamo allo Strawberry.»
Guardai Selene. Aveva cercato di incoraggiarmi per caso?
Dovevo avere proprio un aspetto di merda perché si sentisse in dovere d’incoraggiarmi.
Presi il cellulare e chiamai.
«DelDuca.» la voce spenta.
«Sono Samara.»
Un leggero agitarsi e poi la voce dall’altra parte divenne più vivace.
«Ciao tesoro, come state?» decisamente più amichevole.
Da quando l’avevamo salvato, ad Haiti, aveva cambiato decisamente atteggiamento.
«Bene grazie.» risposi brevemente.
«Non si direbbe, Comunque dimmi, novità?»
Rimasi un momento perplessa, ricambiai un rapido sguardo di Selene.
«Sì, la Daimon ci ha appena affibbiato un incarico. Qualcosa di grosso che ha a che fare con il Sacro Graal.»
Sentii un sibilo dall’altra parte.
«A che punto sono?» sembrava testo, talmente tanto che non gli riusciva di avere il solito tono amorfo e professionale.
«Ci hanno spediti a fare un sopralluogo ai sotterranei di una chiesetta. Fossacaprara, è un paese dalle nostre parti.» gli spiegai riassumendo. Sentii il fruscio di alcuni fogli.
«Non troverete niente.» ci avvertì «Stavamo sorvegliando il posto da qualche settimana. Avevamo progettato d’intrufolarci, ma qualcuno ci ha preceduti. Pensavamo si trattasse di qualcuno delle vostre parti, ma quando all’alba non abbiamo più visto nessuno risalire abbiamo lasciato perdere. La notte dopo però l’auto del tipo non c’era più e il passaggio era stato richiuso.» raccontò tutto con estrema naturalezza «E’ evidente che scendere li sotto probabilmente è più rischioso di quanto sembri.»
«Il tizio che è sceso… era uno di noi?» chiesi curiosa.
«Non saprei. Nessuno di noi ha potuto controllarne l’aura.»
La risposta mi lasciò perplessa, così non commentai.
«Va bene, noi dovremo scendere comunque, dato che ci è stato ordinato. La Daimon è troppo scrupolosa, non potremo evitare di eseguire i suoi ordini. Come si suol dire: quando il Sabbat chiama i Black Wolves rispondono!» accennai un’ironia che non sentivo «Appena abbiamo novità ci facciamo sentire.» gli assicurai. Del Duca rimase in silenzio qualche istante.
«Farò appostare qualcuno.» e poi chiuse la chiamata.
Nonostante avessi la netta sensazione che avesse voluto dire qualcos’altro, non potei trattenermi dal guardare male il cellulare.
«Stronzo.» brontolai cupa.
Con la coda dell’occhio scorsi un sorriso svanire rapido dalle labbra di Selene «E tu non ridere.» borbottai. Cristo, avevo borbottato sul serio? No, così non poteva andare, ero ancora troppo umana.
Fortunatamente Sely non ribatté, concentrandosi nella manovra per il parcheggio.

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