[Cronaca] Velo Quarto

Il telefono suonò come un ossesso, mentre io ancora mi dovevo riprendere dal sonno della giornata.
Quando mi raddrizzai a sedere sul letto, i capelli erano ancora abbastanza in ordine da non dovermene preoccupare. Gli abiti non presentavano particolari spiegazzature, dopo una giornata di sonno, non fosse stato per una fastidiosa piega della camicia formatasi dietro la schiena. Il peso di un corpo morto è sufficiente per fissare una piega, soprattutto dopo una giornata d’immobilità.
Così mi alzai e aprii l’anta del piccolo armadio, cercando una camicia che potesse abbinarsi col completo grigio antracite giacca e pantaloni che volevo indossare quella sera. Mentre ero intenta nella scelta, la voce di Crepuscolo mi raggiunse da oltre la porta di legno chiusa.
«Sammy, tesoro ti sei svegliata? Ti desiderano al telefono.» Scelsi una camicetta satinata color cenere e mi diressi alla porta.
«Arrivo.» aprendo mi ritrovai la fata, con i suoi splendidi capelli color del grano e gli occhi così vivacemente verdi da sembrare un prato accarezzato dal vento.
Ringraziai e presi il cordless, dalle sue mani, accennando un movimento del capo ed un sorriso. Lei ci tiene all’educazione e alla pulizia. Ricambiai il suo sguardo curioso con il mio più spento, non ancora sveglio. Faceva uno strano effetto guardare negli occhi di un fatato. Se li si fissa sembrano, come dire, vivi; quelli di Crepuscolo davano l’impressione sbalorditiva di vedere fili d’erba ondeggiare. Richiudendo la porta, risposi atona.
«Pronto, sono Samara Amuhi, con chi parlo?»
Sentii i passi leggeri della fata allontanarsi.
«Oh, Grande Madre, oggi è una brutta serata…» commentò preoccupata. Poi dall’altro capo finalmente ebbi risposta.
«Reverendo Amuhi, la chiamo da parte del Vescovo Daimon. Potreste gentilmente recarvi questa notte stessa all’ufficio di Mantova? Vi aspettiamo tra due ore esatte. Buona notte.» la voce femminile parlò senza un solo momento di pausa che potesse darmi modo di rispondere, soprattutto perché la comunicazione venne chiusa immantinente. Non c’era modo di dire di no all’ordine di un Vescovo Ultraconservatore come la Daimon.
Non c’era fisicamente modo, di farlo.
Rimasi a contemplare il telefono. Morgana voleva vederci. Già, proprio lei, Morgana Daimon, sorella di Bronach Daimon, chiamata la “Morrigan” poiché dicono ricordi in temperamento e in aspetto la Dea celtica della Guerra.
Premetti il tasto per chiudere la comunicazione zittendo almeno uno dei due suoni che mi stavano ronzando nel cervello. Uno era il ripetitivo “tutututu” del telefono, l’altro era come un canto lontano, che sapevo provenire, invece, dalle profondità della mia testa. Avviandomi a risistemare il cordless sul suo piedistallo, alzai la voce.
«Ragazzi! Tutti pronti tra un’ora e mezza per andare dalla Daimon.» gridai. Alla faccia dell’educazione! Il metodo funzionava però. Sely s’affacciò facendomi segno che, ok, per lei nessun problema. Ian grugnisce qualcosa dal divano della sala. L’unico di cui non sentii risposta fu Xavier, ma lui non mi avrebbe mai risposto in modo maleducato.
Tornai in camera e mi cambiai. Nel tempo che mi restò da ammazzare mi sedetti alla piccola scrivania, accesi il portatile e cominciai a digitare qualche parola in fretta sul motore di ricerca, Cassette di sicurezza a lungo termine, e m’immersi nella lettura, lanciando qualche stampa di tanto in tanto.

Quando Selene mi venne a chiamare ero ancora assorta nella lettura. Stavo cercando di capire un paio di cosette.
La prima era come poter effettuare un rituale per togliermi il cuore senza morire.
Sì, lo so che molti pensano che un vampiro abbia solo due punti vitali: cervello e cuore e che quindi cercare di togliersi uno dei due potrebbe risultare controproducente perché questi due organi non si auto-rigenerano come il resto del nostro corpo.
Tuttavia la mia stirpe ha avuto in dono dal nostro progenitore, Seth, tutta una serie di rituali molto interessanti, uno dei quali insegna, appunto, come togliersi il cuore senza rischiare la Morte Ultima. È una commistione di medicina e magia che mi lasciava, in effetti, un unico dubbio…
Difatti la seconda cosa che stavo considerando era: “Dove cazzo me lo custodisco il cuore?
Il rituale permetteva di togliersi il cuore, così il Cainita non sarebbe più stato soggetto ad impalettamento. Come puoi impalettare un vampiro se gli manca il cuore? A questo punto tutti correrebbero da noi a supplicare di togliergli il cuore, tuttavia la cosa ha i suoi contro.
Solo la gente della mia stirpe (e quando dico stirpe non intendo solo i Serpenti di Luce, ma anche i Seguaci di Seth) possono sopportare il dolore di questa operazione e pare che la magia tramandata dal nostro progenitore, Seth appunto, attecchisca solo su chi discende dal suo sangue. Così non è per tutti, questo rito. Non è nemmeno di dominio pubblico, a dire il vero.
Nemmeno Selene sapeva quello che mi stava passando per la testa da quando eravamo tornati da Haiti.
Il canto della Madre Oscura continuava a riverberarmi nel cervello. Il suo sussurro era forte e chiedeva un altro sacrificio, dopo la scarnificazione a cui mi ero sottoposta laggiù. Temporeggiavo ormai da qualche tempo e non avevo ancora fretta, ma sapevo che quando la Madre Oscura avrebbe preteso da me un’altra dimostrazione della mia fede non avrei avuto alcuna possibilità di negargliela né di trattare.
Così, visto che il sacrificio che richiedeva era legato strettamente alla mia sofferenza, stavo considerando l’idea di unire l’utile al dilettevole, per così dire, e prepararmi ad affrontare questo rituale. Ne accarezzavo le possibilità, le promesse, ma ancora non avevo trovato una buona risposta al mio dubbio: quando avrò estratto il cuore dal petto… dove lo nasconderò?
Perché sarà ancora vulnerabile, quel cuore, una volta fuori dal mio corpo. Dovevo trovare un posto sicuro dove riporlo e custodirlo, ma al momento nessuna delle opzioni che mi si presentavano mi convincevano davvero.
Accartocciai i fogli e le lettere delle varie società che stavo vagliando prima che Selene possa vedere cosa siano e mi concentrai su di lei, appoggiata allo stipite con la schiena, le braccia conserte e l’aria accigliata.
«Che c’è?» chiesi, accorgendomi quasi subito di essere stata brusca. Lei sembrò ancor più preoccupata.
«Ti ho chiamata tre volte e non te ne sei nemmeno accorta.» osservò senza nessuna inflessione particolare. Si limitava ad informarmi. Entrò e chiuse la porta dietro se, fermandosi ad un paio di passi da me, le braccia di nuovo conserte.
«Ricordi il tizio di quel localino di Mantova… quel fatato a cui avevamo lasciato il numero?» mi chiese, quasi un suggerimento per farmi ricordare l’episodio.
«Quello che profumava di fragole? Com’è che si chiama…» e mentre riflettevo mi rispose.
«Magnus.»
Annuii, si ora ricordavo. Il gestore dello Strawberry Bar.
«Che vuole?»
Selene mi sembrò un po’ perplessa; sì, ok, forse era colpa mia, non riuscivo a concentrarmi.
«Sam cosa c’è che non va? E’ da un po’ che sei strana…»
Il cambio di argomento mi confuse, ma poi accennai un sorriso. Selene mi conosceva troppo bene.
«Niente Sely, continuo ad avere quella cantilena ronzante nel cervello e più il tempo passa e consumo sangue, più fatico a concentrarmi.» le spiegai brevemente. Non era la verità, non era nemmeno una balla. Era solo una metà via.
«Posso fare qualcosa?»
La guardai. Era preoccupata, quindi mi convinsi che era ora di imparare a gestire meglio questa cosa. Mossi la mano nell’aria e con quel gesto scacciai via i pensieri. O almeno finsi di farlo.
«Dimmi cosa vuole Magnus.» le chiesi risoluta.
«A dire il vero non so.» mi disse con una semplice alzata di spalle «Mi ha solo chiesto di vederci, così ho pensato…»
Non mi serviva sapere altro, continuai per lei la frase.
«Visto che dobbiamo andare dal Vescovo Daimon che sostituisce il vecchio ed alquanto defunto Nazel a Mantova, magari possiamo fare una deviazione al locale. Giusto?»
Un sorriso luminoso e fin troppo umano mi rivelò non solo di aver azzeccato la risposta, ma anche che Selene era estasiata all’idea di rivedere Magnus, così feci l’unica cosa che potevo fare, annuire.
«Va bene, con gli altri che facciamo?» le chiesi.
Non tutti i nostri contatti erano di dominio pubblico. Selene si limitò a scuotere il capo.
«Ok… che ne dici di tirare fuori il tuo gioiellino dal garage?» le chiesi ammiccando e lei approvò. Se s’intestardisce di voler fare qualcosa tutti sanno che è meglio non insistere a riguardo, che più le si dice di no, più per lei è un sì. Quindi il piano era semplicemente di sfruttare la sua testardaggine a nostro vantaggio.
«Bella idea Sammy, vado a tirare fuori il mezzo!» mi rispose, mentre apriva la porta e s’avviava per il corridoio iniziando a cantare The world is a vampire degli Smashing Pumpkins. Cara vecchia Sely, basta così poco per farla contenta…
Meno di venti minuti dopo il rombo della Volvo s40 di Sely fece tremare i vetri delle finestre della cucina.
«Dobbiamo restare uniti, non potete andare da sole.» protestò Ian.
«Per favore» iniziai e già ero seccata; male, molto male «Selene vuole fare un giro con la Volvo. Vai e prova a tirarla giù.» accennai un gesto allargando una mano in direzione della porta in un invito, stavo bluffando, volevo vedere se mi sarebbe riuscito.
Ian sbuffò. Olè! Avevo vinto ancora.
«Tu sei ingombrante per quell’auto e Xavier non può salire con noi dalla Daimon. Ufficialmente non è del Branco ancora, quindi serve che qualcuno gli spieghi cosa succederà nell’ufficio della Daimon mentre rientriamo, ma per lui la Volvo è scomoda.» e guardai Xavier, che scrollò le spalle, non poteva ribattere perché era tutto semplicemente vero.
Allora Braden, il ragazzo gatto, mi s’appese alla manica della camicia «Io, io! Vado io in macchina con Sely!!» la sua voce era squillante, alta e puerile. Scossi il capo.
«Braden, tesoro, per il momento è meglio che non ti avvicini a Morgana. Non sappiamo ancora se si fidi o meno di te, è meglio se resti a casa.» la canzone nella mia testa riprese a ronzare d’improvviso «Mario lo porti tu…» interruppi la domanda prima di finirla, rendendomi conto d’essermi lasciata distrarre e dunque d’aver detto qualcosa che non dovevo. L’Assamita non era più con noi ed ora mi mancava. Così mossi una mano nell’aria, vaga e ripresi «Va bene Braden, verrai in macchina con noi, ma ti porteremo da Clelia. Non sta bene, sta crescendo troppo in fretta da quando le abbiamo insegnato a volare e da quando siamo partiti per Haiti soffre di una tremenda crisi di abbandono. Le manca Mario.» ma stavo parlando davvero della giovane dragonessa o di me? Fingere indifferenza era come strapparmi un pezzetto di cuore; il mio urlo interiore fu cibo per la Madre Oscura, che avventatasi su di esso ritirò la sua ronzante cantilena per un momento di silenzio, così ripresi «cosa ne dici se stai un po’ con lei? Ti veniamo a riprendere poi.» cercai di essere convincente.
Braden sembrava un ragazzino, esteriormente non sembrava avere più di diciotto, forse diciannove anni, ma in realtà era molto più antico e molto più sveglio di quanto potessero pensare gli altri. Annuì semplicemente, ma non smise di recitare la sua parte, mantenendo il muso da offeso.
Il clacson della Volvo suonò di nuovo. Raccolsi la giacca dalla sedia e la infilai mentre m’avviavo «Andiamo.» dissi solo. Com’è che si dice… se qualcuno ha qualcosa da ridire lo faccia ora, o taccia per sempre. Beh, a quanto pare: les jeux sont faits.
Mentre Ian e Xavier salivano su una berlina posteggiata sulla via, Braden ed io salimmo sulla Volvo ancora ferma nel vialetto d’accesso e Selene ci accolse con un ghigno beffardo.
«Prima o poi ci beccano Sely.» la avvertii «Credo che Ivan avesse già dei sospetti e Xavier, come suo attuale ospite non sia da meno.»
«A-ha!» esclamò Braden dopo essere saltato sui sedili dietro «Lo sapevo avete bisogno di copertura!»
Guardai Selene e lei spostò lo sguardo sullo specchietto retrovisore.
«Tieniti forte, ragazzino!» lo avvertì beffarda, schiacciando il piede sull’acceleratore. E dopo che le ruote ebbero emesso il loro stridente cigolio nello sfregare sul cemento del vialetto, Braden si ribaltò sul sedile al sobbalzo dell’auto scoppiando a ridere come un matto. Adesso l’avevamo distratto, ma ero sicura che non si sarebbe scordato della questione, prima o poi sarebbe tornato a chiedere spiegazioni e noi avremmo dovuto dargliele. Braden era la nostra piccola, innocua… arma segreta.

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