[Cronaca] Haiti’s Voodoo Nights – 8

Nelle notti seguenti il branco è troppo scosso ancora per potersi muovere. Non posso pretendere nulla dai miei fratelli. Non voglio nemmeno pretendere, mi fa comodo così.
E poi Selene deve riprendersi dalle ferite…
L’unico che non sono riuscita a fermare è Fandango.
Inarrestabile forse perché di Ivan non gli è mai fregato un ca**o, come me del resto..
E’ partito al tramonto e non abbiamo avuto sue notizie per due notti e due giorni.
Quando è tornato era spossato, stanco morto.
Stanco morto! Ah ah ah, come mi è venuta questa? Bella reminiscenza umana, direi alquanto paradossale…
Mentre il Ductus non c’era sul capo è calata un’immobilità quasi innaturale.
Mario e Selene non erano più loro.
Non avevo mai visto, né sentito cosa si provasse nello strappare un legame di sangue… e posso assicurare che cercherò di evitarlo in ogni modo possibile questo… dolore. Si, questo è il termine giusto. Dolore.
Maledetto legame. A questo servi? A toglierci la nostra freddezza, la nostra lucidità?
A renderci più umani di quanto debba essere un vampiro?
La rabbia mi ribolle dentro quando Fandango finalmente torna al campo.
Stanco, esangue, eppure stranamente eccitato.
Urla, nel cuore della notte, con la sua voce carismatica e pesante: «ADUNATA! MUOVERSI!»
Tuona, impone, pretende.
Ed è quello che serve al branco per smuoversi: un’azione degna di un Ductus, finalmente.
Spinti dal suo ordine ci ritroviamo radunati in mezzo al piazzale delle rovine in cui il nostro accampamento si trova, con il cielo stellato di Haiti che ci osserva quieto.
Fandango non aspetta nemmeno che siamo tutti al suo cospetto, comincia ad arringare chi sia già arrivato, a ruota libera.
Ha trovato, tra i rilievi a Sud Ovest, una zona libera, da qualsiasi tipo d’influenza.
Niente Sabbat, niente Camarilla, niente Lupini. Libera,
Questo “vuoto” lo ha insospettito ed ha continuato a vagare nella zona fino ad incappare, quasi per caso, in una vecchia ed enorme magione all’apparenza desolata, abbarbicata sulla cima di una collina, sotto la quale si stende un piccolo laghetto rifornito da una breve cascata.
Racconta di non essersi avvicinato a quell’abitazione per paura di una qualche trappola di Schneider e compagnia, anche se sappiamo bene che i camarillici hanno il loro campo in mezzo alla foresta.
Una telefonata al Vescovo Nazel conferma che quella zona in effetti è sgombra.
«Nessuno osa prenderne possesso, l’ultimo Branco mandato lì sembra scomparso nel nulla. Se non temete la Morte Ultima andate a controllare.»
La voce atona del Lasombra, svegliato dal suo sonno per poterci rispondere, tocca un punto dolente per il Branco ed io credo che sia il caso di mettere alla prova una volta di più il nostro coraggio.
Se non riuscissimo più ad affrontare anche solo l’idea della Morte Ultima diverremmo lo zimbello dei branchi del Sabbat.
Il Ductus pare concordare con me e sembra abbia scovato questa nuova missione apposta per distrarre il Branco, per smuoverlo.
Così mi vedo prendere le redini della situazione appena noto gli sguardi incerti di Mario e Selene.
Per poter tenere insieme il Branco è necessario officiare l’ennesimo Auctoritas Ritae.
Una Vaulderie è quello che ci vuole. Quello stesso legame di sangue che spaventa tutti è ciò che invece ci terrà saldamente legati assieme, e finchè uno di noi avrà la forza ed il coraggio di andare avanti nulla fermerà il Branco.
Mi faccio portare Coppa e Pugnale da una delle sentinelle del campo, nel frattempo mi fermo a riflettere sulle parole giuste.
Vorrei poter trarre ancora un profondo respiro, per poter esser sicura di aver preso una decisione, tuttavia è un gesto troppo umano ed inutile per me.
Sollevo lo sguardo serpentino ad osservare i componenti del Branco, uno ad uno, mentre si dispongono a cerchio.
«Credo tutti capiate la necessità di questo rito. Come penso abbiate anche compreso le intenzioni del Ductus nel volervi sottoporre a questa prova di coraggio. Il vuoto lasciato da Ivan, lo strappo lasciatoci, non può e non deve far crollare il Branco nel caos.»
Una pausa, necessaria a lasciar che le parole prendano il loro posto nei pensieri di ognuno.
Nell’accampamento è calato il silenzio, rispettoso silenzio dovuto ad un momento così Sacro.
«Sapete bene tutti quanto poco me ne fregasse di Ivan, tuttavia credo sia giusto onorarne la Morte Ultima, onorarne la memoria, rinsaldando i nostri legami ed affrontando ciò che ora c’incute timore. Versiamo dunque il nostro sangue per il Sabbat, in nome di Ivan “Drako” Kubilny.»
Prendo il pugnale che mi porge la sentinella. La mia mano ha un flebile tremito. Sono preoccupata di dover versare il mio sangue infetto.
Già, perché quello stronzo di Kubilny mi ha lasciato un bel regalino: l’AIDS.
Incido la pelle pallida, lasciando che il sangue scivoli nella coppa che la sentinella regge tra le mani, quindi gli porgo il pugnale, perché lui lo passi prima al Ductus e poi al resto del Branco. Ma Fandango non pare averne bisogno; lacera la carne con un morso, il suo viso si contorce in una smorfia, non per il dolore, ma per l’odore intenso del sangue che gli stuzzica i sensi. Nessuna parola.
Come gli altri del resto. A parte forse Mario che mormora qualcosa a proposito della sua fede in Gonzo.
E forse Selene. Con il capo chino, nasconde il viso dietro ai capelli neri. Mi sembra d’aver scorto le sue labbra muoversi, ma se ha parlato l’ha fatto sussurrando alla notte.
Infine la coppa torna tra le mie mani. La sollevo e mentre pronuncio le parole successive non riesco a guardare i componenti del Branco.
«Io che ho versato il mio sangue per il Sabbat, ora reclamo sangue dal Sabbat. Giuro sul sacro vincolo che rinforzeremo stanotte che ogni azione che questo stesso sangue mi permetterà di compiere sarà per devozione alla causa. Fino alla Morte Ultima.»
Sono una spia Camarille in un Branco Sabbat, non me ne frega niente di giurare lealtà al nemico, ma non specifico comunque a quale causa darò la mia devozione. Quando c’è di mezzo il sangue non si scherza. Mai.
Bevo e porgo la coppa, osservando da dietro ad una maschera di cera gli altri seguire il mio esempio.
Poi torna a crescere il subbuglio.
E’ ora di muoversi.
Il piano di Fandango è molto semplice: recarci alla villa e, dopo una perlustrazione un po’ più approfondita, prenderne possesso con la forza.
Per raggiungere il suo scopo dovremo spostare metà dei militari a nostra disposizione, che, dopo aver preso la posizione dovranno mantenerla.
Diventa problematico però spostare così tanti uomini in una sola volta. Non passeremmo certo inosservati, ne dai lupini, ne dal gruppetto di Schneider e metteremmo così a rischio il nostro piano prioritario.
Dovremo partire in orari diversi, scaglionandoci in gruppetti da 4 o 5 persone.
Fandango, Selene, Mario, Ian, Braden ed io partiremo per primi.
Un rapido controllo all’equipaggiamento e poi ci avviamo con le Jeep per il bosco, seguendo un sentiero alternativo che ha scovato il Ductus.
Le Jeep sobbalzano, ma procedono speditamente nel sottobosco, almeno fino a che Braden non decide di scendere al volo.
Balza fuori dall’auto senza emettere alcun suono, atterrando sul terreno a quattro zampe ed annusando l’aria. Parte di corsa, infilandosi tra la bassa vegetazione, incurante del mio richiamo. Torno ad osservare Fan.
«Fermati!»
Nonostante il mio voglia essere un ordine il Ductus decide d’ignorarmi.
Selene, sulla Jeep dietro la nostra non può non aver visto il balzo di Braden, così decide d’imitarlo.
Ian, alla guida, frena subito, le ruote scivolano di lato, ma lo zanzarone se la cava piuttosto bene al volante. Fandango è costretto a fermarsi, sebbene sia palese la sua riluttanza.
Scendiamo tutti, avviandoci di corsa alle calcagna dei nostri compagni per trovarli poco più avanti. Selene in piedi, le mani suoi fianchi e l’espressione indifferente osserva Braden, che si rotola al suolo, mentre cerca di togliersi qualcosa dalla schiena.
Mi avvicino lentamente mentre Selene lo sgrida con tono fin troppo tranquillo.
«Insomma Braden vuoi dirmi che ti è preso? Lo sai che a Fandango non gliene frega niente se ti perdiamo da qualche parte…»
il ragazzino smette alla fine di dimenarsi nell’erba, rimanendovi seduto. L’aria sul suo musetto è mesta. Osserva prima Selene, poi me.
«Ma uffiii… io ho sentito un odore…» pare titubante nel voler rivelare il resto, così mi chino piegando le ginocchia, mentre comincio a togliergli dal pelo l’erba che vi si è attorcigliata, solo per tranquillizzarlo.
«Che odore Braden?»
Cerco di sembrare tranquilla, mentre alle nostre spalle la voce di Fandango si fa sentire.
«Dai Selene, Samara, lasciate perdere quel gatto spelacchiato, andiamo.»
Come lui ha ignorato il mio ordine io ignoro il suo.
Braden lancia un’occhiata intimorita al Ductus, quindi abbassa la voce, come a volersi far sentire solo da me e da Selene, mentre si afferra la coda e comincia a spiluccarla.
«L’odore di Ivan…»
Rimango impietrita e non ho bisogno di volgermi per sapere che anche Selene è rimasta piuttosto colpita. Afferro la spalla di Braden con forza, parlandogli come si farebbe ad un bambino cocciuto.
«Braden, sai bene che è impossibile. Ci è rimasta solo polvere e qualche piuma di lui.»
Il Gangrel sembra quasi offeso.
«Ma vi dico che l’ho sentito! Viene da la!»
Solleva la mano ad indicare una direzione apparentemente casuale, mentre dietro di noi Fandango sbuffa ed afferra Mario, che gli è più vicino, per un braccio, inducendolo a seguirlo.
«Bah, e voi lo state ad ascoltare? Torno alla Jeep, quando avete finito di giocare a rimpiattino…»
Lascia in sospeso la frase mentre si allontana con un riluttante Mario.
Scuoto il capo.
«Ok, Braden, andiamo a dare un’occhiata, ma se mi hai raccontato una balla avrai la tua punizione.»
Lui si alza prontamente in piedi, prendendo Selene per un braccio e sospingendola.
«No, no, non è una bugia, andiamo andiamo!»
Ian sembra combattuto, infine decide di seguirci, se non altro per stare alle costole di Selene.
Di li a poco ci ritroviamo ad osservare un cancello di ferro battuto.
Al di là un lungo viale illuminato da fiamme blu conduce ad una imponente villa in stile coloniale.
Tutti rivolgiamo uno sguardo perplesso in direzione di Braden, che con un’alzata di spalle si avvicina al cancello.
«Io ve l’avevo detto che avevo sentito un odore…»
Per tutta risposta il cancello comincia ad aprirsi. Un invito ad entrare?

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