[Cronaca] Haiti’s Voodoo Nights – 7

Il volo di Ian non sembra essere passato completamente inosservato.
Il bosco sembra essersi risvegliato: mille rumori e fruscii cominciano ad attorniarci mentre attendiamo l’arrivo del resto del Branco, che ci mette diversi minuti a raggiungerci, nonostante la tempestiva ritirata.
Ian riduce le sue dimensioni ad una forma più piccola, seppur non meno grottesca, con le sue quattro braccia e le ali membranose come quelle di un pipistrello aperte sulla schiena.
Il primo a raggiungere la radura è Ivan, seguito da tutti gli altri, i volti tesi, le orecchie drizzate a cercare i rumori in avvicinamento, mentre diventa sempre più chiaro che si tratta di lupini…
La voce di Ivan ci raggiunge prima della sua stessa presenza, forte, carica di rabbia. Riconosco in ciò che dice un brano del Libro di Nod, una sorta di Bibbia, per noi vampiri.
«Le Bestie della Luna, coloro che cambiano, loro sono i più vecchi di tutti. Prima di mio Padre loro vagavano sulla Terra. Non fermarti sulla loro strada, evitali, loro ci braccano come i lupi nell’ovile. Noi siamo di una razza… loro di un’altra.» si ferma proprio di fronte al Gangrel, senza temerne la reazione, imponendo la propria forza di volontà con il volto talmente teso per la rabbia da esser terribilmente più bello del solito. Sputa le parole una ad una, come fossero veleno in faccia ad un Ian che sembra diventare innaturalmente piccolo.
«Sei un coglione!» sbotta dopo quel sermone improvvisato, l’aria vibra per la sua imperiosità, conosco il trucchetto che stà usando Ivan e non me ne preoccupo, so che la sua ira è rivolta allo zanzarone, il quale ritira le ali nella schiena con una serie di schiocchi secchi e scricchiolii da mettere i brividi.
«Ecco, bravo, ritira quelle cazzo di ali e se le vedo ancora giuro che te le strappo dalla schiena, razza di zanzara abnorme. Ora tutti i lupini da qui a Port de Paix sanno dove siamo…»
Sempre silenzioso, Ian rimane ad osservare il Reverendo, come un bambino che l’ha combinata, per una volta, davvero troppo grossa. Non china il capo e non rende particolarmente visibile la propria sottomissione al Reverendo, ma per lo meno ha l’accortezza di non ribattere.
Mi fa quasi pena, vederlo così.
Ho detto quasi.
Il bosco si agita attorno a noi, uccelli notturni si alzano in volo poco lontano, il bosco è agitato.
Tutto questo ci ricorda che non è quello il luogo e il momento giusto per le ramanzine.
Con un ringhio di rabbia Ivan salta sulla Jeep.
Fandango ha osservato tutta la scena in silenzio, distaccato. Forse addirittura disinteressato.
Ma alla fine tutti saliamo in macchina e finalmente ci avviamo verso le rovine.
Le Jeep percorrono la via nel bosco, tornando fino alla strada sterrata che abbiamo percorso all’andata, inerpicandoci su per una salita con andatura lenta ma costante.
I mannari seguono il nostro odore, rimanendo nascosti nella boscaglia più in basso. Ci braccano, proprio come nelle parole pronunciate poco prima dal Reverendo.
Inutile continuare a scappare.
Fermiamo le auto e scendiamo a dare un’occhiata. Giù dalla parete scoscesa i movimenti ed i rumori cessano, ma sappiamo che loro sono li con la stessa certezza con cui loro sanno che ci siamo noi.
«Dobbiamo affrontarli finchè non sono molti, non possiamo rischiare di condurli al campo. Sarebbe un massacro.» la voce di Fandango è lieve e tesa, “Finalmente un po’ d’azione” sembra pensare.
Ivan ci osserva, annuisce appena, distrattamente, mentre sfila dalla tasca il cellulare che vibra e s’illumina per una chiamata in corso. Risponde sussurrando, ma non faccio in tempo a sentire ciò che dice perché vengo distratta, invece, da Brade che, impaziente come solito, si lancia giù dal dirupo, scivolando e alzando un polverone, fino a raggiungere i margini del bosco e poi sparendo in esso alla ricerca dei lupini.
Fandango impreca a denti stretti, mentre lui, Selene ed Ian si precipitano giù, inseguendolo nel bosco.
Mario rimane con me sul ciglio della strada, a guardare i nostri compagni.
Nel mentre Ivan preme un tasto chiudendo la conversazione. Si rivolge a noi due, sembra aver fretta, non l’avevo mai visto così, chissà chi era al telefono.
«Samara li affido a te, torno al campo in volo, così mi sbrigo e vi mando rinforzi.» noto la sua impazienza e mi domando cosa possa spingere un individuo solitamente quieto come Ivan a mostrare il suo nervosismo. Potrebbe quasi essere allarmante. Ma non mi frega dei casini di Ivan, Annuisco appena, poi lo vedo fermo in mezzo alla strada. Scorgo, sulla sua schiena, il bozzo delle ali che fuoriescono dai tagli che ha fatto praticare da un sarto sul lungo ed elegante pastrano bianco.
La membrana si distende e ben preso si riempie di piume bianche.
Ho già visto, una volta, quelle ali. Le ammiro ancora, ma mi volgo di lato per proteggere gli occhi quando lo Tsimisce sbatte lentamente le ali e con un breve rincorsa spicca il volo.
«Aspettatemi!» mi raccomanda.
Un brutto presentimento mi allarma nel momento stesso in cui lo vedo stagliarsi contro il cielo.
«Ivan aspetta!» a nulla serve il mio richiamo, lui è già troppo in alto per sentirmi, nonostante la mia voce risuoni acuta.
Ed è allora che accade l’irreparabile.
Un’esplosione accecante illumina il cielo, il bosco, la strada. Il fulcro di quella luce è nel punto in cui si trovava pochi attimi prima Ivan.
Appena la luce si spegne il mondo sembra fermarsi per un lunghissimo attimo in cui tutto diviene immobile e silenzioso.
Forse è solo l’effetto causato dal contrasto tra la forte esplosione e ciò che ne resta solo pochi attimi dopo, forse è il silenzio innaturale che rimane nelle orecchie, assieme a quel sottile fischio dovuto al rumore dell’esplosione.
Forse è, ancora più semplicemente che non ci vedo e non ci sento più niente.
Crollo al suolo, raggomitolandomi per il dolore ai miei occhi così sensibili. Sono indifesa.
Ma non è il trovarmi indifesa in prossimità di un branco di lupini a sconvolgermi… no…
E’ la frattura.
E’ uno strappo che mi percorre le vene, come se ogni mia cellula si dividesse a metà nello stesso medesimo istante.
Quella sensazione mi lascia comprendere ogni cosa senza che io possa vedere né sentire nulla.
Morte Ultima per Ivan “Drako” Kubilny, Reverendo dei Black Wolves.
Ma se per me è solo una frattura, seppure sia dolorosa, per qualcun altro è un dolore straziante.
Così, mentre sulla strada cadono frammenti dell’ordigno che ha ucciso Ivan, polvere e piume bianche, lontano, nel bosco, un grido riesce a spezzare anche la barriera di silenzio dovuta al trauma dell’esplosione.
Riconosco, senza nessuna fatica e con assoluta certezza la voce.
Selene era profondamente legata al Reverendo, anche se io le avevo detto di stare attenta con questi assurdi rituali sabbatici. Lei, sempre troppo sicura di se, ha voluto strafare, ed ora il dolore e la rabbia per la scomparsa dello Tsimisce l’hanno condotta alla Fame Rossa.
La frenesia dovuta alla pazzia, al dolore, alla paura l’ha colta. Ora è solo una sanguinaria macchina da guerra che non si fermerà finchè il sentimento che l’ha spinta a quel punto non si sarà placato e nel suo corpo non saranno rimaste che poche gocce di sangue a mantenerla ad un passo dalla Morte Ultima.
Il Branco, privo della sua guida spirituale, ora è più vulnerabile che mai.
Una luminosità inattesa ferisce i miei occhi nonostante la schermatura delle palpebre chiuse, luce accompagnata dal rumore di un veicolo in allontanamento.
Mi sforzo per vedere di chi si tratti aprendo di poco gli occhi lacrimanti dense gocce cremisi e scorgo l’indistinta sagoma di un furgone nero.
Andariel Schineider, Camarilla, senza dubbio.
In silenzio, tra me e me, come Caino venne maledetto per tre volte da Michele, Raffaele e Uriele io ho maledetto Schneider.
Non per la morte del Reverendo… no, di quello non m’interessa…
No, l’ho maledetto perché uccidendo Ivan ha fatto soffrire Selene e Mario.
Mario.
Mi accorgo che è vicino a me, che piange come farebbe un bambino a cui abbiano strappato dalle braccia il padre per sempre, lamentandosi per cose infantili, ma che a ben vedere sono solo una scusa per piangere Ivan.
Sprazzi di dolore, rabbia, frustrazione e confusione ci accomunano, in quel momento: questo è il potere del legame di sangue che s’instaura e si ritualizza in un Branco del Sabbat.
Non so per quanto me ne resto lì a cullare Mario e ad accarezzarne il capo, ma ad un tratto sento dei rumori nel bosco, poi passi strascicati che risalgono il dirupo.
La lingua guizza dalle labbra, sopperendo alla mia vista, tastando il sapore del sangue nell’aria.
Poi i passi si avvicinano ed allora sento un flebile lamento:
Riconosco la voce di Selene.
Vorrei vedere. Vorrei vedere cosa le è successo, ma i miei occhi, seppure si siano un po’ ripresi, distinguono solo vaghe ombre.
Qualcuno mi solleva tirandomi per un braccio.
«Andiamocene, i lupini si sono spaventati per l’esplosione…» riconosco la voce di Braden, stranamente cupa e seria.
«Selene?» chiedo, so che non ha incontrato la Morte Ultima, ma in quei frangenti confusi non vederci rende tutto più complicato. Braden esita e la cosa mi preoccupa.
«E’ ferita, ma il lupino con cui stava combattendo non potrà certo andare in giro a dire di averla uccisa… a dire il vero non credo che andrà mai più in giro…» e le ultime note ironiche del giovane Gangrel mi rassicurano.
Risaluti tutti in macchina ci avviamo sulla strada, il rumore dei motori è cupo, alle mie orecchie e mi rintrona nella testa.
Sono ben felice, del silenzio che c’è al campo, quando lo raggiungiamo e, finalmente, le macchine vengono spente.
I militari fanno domande, ma nessuno di noi risponde. Non è ancora il momento.
Domani notte parleremo con loro, domani notte.
Ma stanotte c’è ancora un’ultima questione da risolvere.
Prima di scendere con gli altri nel rifugio sotterraneo prendo il cellulare. Strizzando gli occhi infastiditi dalla luce dello schermo, cerco il numero di Nazel e avvio la chiamata.
Pochi squilli, poi la voce allegra e squillante della segretaria mi trapassa la testa.
«Pronto, ufficio del Vescovo Nazel, in cosa posso aiutarla?»
«Desidero parlare con il Vescovo, sono Samara Amuhi, del Branco dei Black Wolves.» secca, senza fronzoli. Non ne ho voglia stasera, di quei giochetti.
Lei sembra un po’ incerta quando mi risponde.
«Guardi, il Vescovo è in riun…»
«Subito.» la interrompo. La mia voce deve suonare parecchio imperiosa e gelida, in quel frangente perché, senza nessun preavviso, mi trovo in attesa, un’attesa breve, a dire il vero, ma che a me sembra durare un’eternità.
Sento poi qualcuno prendere la comunicazione e la voce ferma ed austera di Nazel mi giunge all’orecchio.
«Buona sera signorina Amuhi, spero che abbia un valido motivo per disturbarmi durante una riunione e per spaventare così la mia segretaria.»
«Ivan “Drako” Kubilny, Reverendo dei Black Wolves ha raggiunto la Morte Ultima questa notte per perseguire la Gloria del Sabbat. Concorderà che il branco non può restare senza una guida spirituale, così, con il suo benestare, me ne occuperò io, momentaneamente.»
Credo che la freddezza con cui ho riportato la notizia abbia spiazzato il mio interlocutore, o forse stà solo pensando se sia il caso o meno di concedermi questa carica temporanea.
Dopo qualche attimo la voce di Nazel torna a risuonare, senza nessuna inflessione, senza tradire nessuna emozione.
«Ha il mio benestare. Il Sabbat renderà onore a Kubilny con un rito domani notte.»
Non faccio in tempo a rispondere poiché Nazel chiude la chiamata.
Rimango ad ascoltare il suono della linea interrotta per qualche momento, poi spengo il cellulare e, lentamente, mi accingo a raggiungere gli altri al rifugio.

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