[Cronaca] Haiti’s Voodoo Nights – 16

Mi ripugna, mi disgusta, mi rivolta quel che resta del mio stomaco non morto, il dover sfruttare le capacità infernali di Ian, ma non abbiamo scelta. Il chupacabra è notoriamente un animale agile, silenzioso e molto veloce, tanto che nessuna macchina fotografica potrebbe scattargli una fotografia che non risulti per lo meno mossa mossa.
Temo che anche unendo le capacità di Ian alle mie e a quelle di Selene faremo fatica, ma d’altro canto non abbiamo scelta.
Oltrepassiamo il villaggio silenzioso, seguiti da Xavier. Mario non vuole vedere, non vuole sapere. E lo capisco.
Quando abbiamo raggiunto la protezione degli alberi Ian sembra soddisfatto. Una mano sulla mia spalle, una su quella di Selene.
«Vi prometto che non fa male.» il tono ironico, ci prende in giro.
Se avessi avuto un cuore vivo e pulsante, probabilmente sarei morta in quello stesso momento per la paura.
Mi viene da chiedermi se davvero l’incarico vale questo sacrificio, spero solo che l’uso di questo tipo di magia, di potere o capacità, o qualunque cosa sia, non mi lascerà addosso qualche segno. Prego di no.
«No, nessun segno, sarete come nuove quando ci divideremo.» La voce grottesca che sento come se fossi io stessa a parlare, è però quella di Ian.
Solo allora mi accorgo dell’incongruenza.
Avevo chiuso gli occhi mentre osservavo gli alti tronchi davanti a me ed ora invece sto guardando la massa scura delle chiome degli alberi. Chiudo gli occhi, li riapro, poi mi sento di nuovo costretta a chiudere gli occhi ed a riaprirli.
«Ehi, smettetela che non posso volare senza vedere.» ancora parlo con la voce scocciata di Ian, ma so che non sono stata io a voler parlare. E’ tutto così strano. Una mano sulla spalla, un attimo di distrazione e PUF! Eccomi li irrimediabilmente aggrovigliata in qualche mistico modo a Ian e Selene, talmente stretti che mi è difficile capire se ci sia davvero qualcosa di mio in quel corpo gigantesco.
«Allora, adesso vi dico cosa dobbiamo fare. Dobbiamo volare, quindi dovete immaginare di avere ali sulla schiena e di sbatterle, d’accordo? E prendiamo una rincorsa…» Ian da istruzioni, interrompendo il filo dei miei pensieri che non fanno nemmeno in tempo ad essere disgustati, tanto sono confusi. Non riesco a capire cosa stia succedendo, finché Xavier, con il suo accento francese non ci richiama.
«Monsieur e mesdames, siete uno spettacolo orrendo, ma Ivan apprezza…» il tono divertito. Osservo il cainita dall’alto, per me così minuscolo, rispetto al solito. Quasi quasi una zampa in testa…
Non so cosa accade, ma Xavier mi ha distratto e, se sento una parte del corpo spostarsi, un’altra parte rimane inchiodata a guardare Xavier. Una risata roca e gutturale rimbomba attorno a noi.
«Sammy, Sely…» richiama divertito Ian «se non vi muovete insieme a me rimaniamo qui tutta la notte… dai, uno, due e tre.» conteggia e alla fine del conteggio mi muovo, leggermente in ritardo, leggermente scoordinata. Sbatto le ali e cerco di camminare, poi di correre. Dei grugniti di disapprovazione mi rimbombano nella testa e dopo poco le ali si aprono. Per prendere la rincorsa alcuni vecchi alberi si spezzano sotto al peso della creatura in cui ci siamo mutati, ma l’attrito delle piante non sembra rallentare la corsa. Troviamo una specie di accordo e infine ecco, spicchiamo il primo salto, poi un secondo, mentre le ali si distendono nell’aria con un fruscio. Al terzo balzo la terra scompare e l’aria prende a fischiare accanto all’orecchio. Il primo volteggio ci porta verso il mare, un paio di battiti d’ali ed eccoci sopra la distesa marina. Scorgo la nostra ombra sull’acqua mossa. Una creatura quanto enorme non so dirlo, ma con una lunga coda serpentina. Due sagome più scure si aprono e chiudono ad un ritmo lento, le ali.
Un’occhiata rapida per saziare la mia curiosità. Le mani hanno una forma allungata, che termina in lunghi aculei ricoperti da una pelle squamosa, rossastra, squame di serpente dal colore insolito e grosse quanto un piatto da portata. Sento un gemito di orrore nella testa e non mi è difficile capire che è di Selene, forse non s’aspettava di ritrovarsi brutta, enorme e squamosa. Probabilmente le mie capacità mutagene hanno in qualche modo influito sul potere di Ian, dando quella strana caratterizzazione al suo corpo di demone. Una lunga coda di serpente che si allunga oltre gli arti inferiori e le squame al posto della pelle irsuta che di solito assume Ian sono caratteristiche mie.
Dopo il primo impatto riusciamo in qualche modo a coordinarci. Viriamo e torniamo verso la costa dell’isola. Restiamo alti, cercando di volare velocemente per fiondarci verso il bosco. Qualche minuto passa senza che me ne accorga, fino a quando la vista mi si sfoca e d’un tratto invece dei colori notturni vedo aloni colorati attorno ad ogni cosa. Individuo gli alberi, poi una scia di colori vorticanti spicca tra le auree degli animali. Una scia di colore che si muove tra gli alberi, serpeggiando ora su un ramo, ora su un altro, ora zigzagando tra gli alberi.
Non riesco a capire cosa sia accaduto, ma quel che vedo sono colori che contornano qualcosa di più reale.
Così mi concentro finché la cosa prende una forma scimmiesca, che corre veloce quanto il vento e che sembra fatta di muscoli e fasci di nervi così tesi che potrebbero suonare quanto le corde di un’arpa, se pizzicate. E’ disumano.
«Quella cosa non è per niente umana. I colori dell’aura indicano che è una creatura fatata e che sembra come… impazzita…» la voce gutturale di Ian riecheggia reale nell’aria e non sono ancora sicura di come funzioni. Lui parla mentre io e Selene possiamo solo pensare. Mi concentro, dunque è quello il potere di sondare le auree? Ma soprattutto: riusciremo mai ad afferrare quella cosa?
Sento le labbra tendersi in un sorriso malevolo.
«Si, Sammy è quel potere. E’ mio, ma tu e Selene ne state triplicando la forza. Stai a vedere ora…» risponde con una nota di sicurezza che stona, ma non mi oppongo ai movimenti che Ian impone a quel gigantesco corpo in cui ci siamo mutati.
Scivoliamo nell’aria, scendendo in picchiata verso gli alberi, recuperando terreno a non finire rispetto quella creatura. Poi, improvvisamente gli alberi sono troppo vicini per poterli evitare. Allungando le mani artigliate sradichiamo qualche albero. La foresta scricchiola e geme sotto la forza delle braccia e delle gambe che cercano di rallentare l’atterraggio. Poi la coordinazione mi sfugge, non sono abituata a gestire una forza così immensa, così le gambe perdono coordinazione. Sento un’imprecazione nella testa, prima di vedere il mondo cominciare a vorticare e sentire gli alberi spezzarsi contro la schiena come fossero fuscelli.
Quando riapriamo gli occhi ci ritroviamo al suolo, una mano sorregge metà corpo evitando per un soffio che quello che rimane di un albero spezzato ci s’infili nel costato, mentre l’altra mano pende inerte, ma appena il mio pensiero corre a controllare le dita, le vedo muoversi con sollievo.
«Cristo Sammy, vuoi farci ammazzare?» Ian parla con tono teso, nervoso nei mie confronti e poi lo ammorbidisce subito dopo «Sely, bel lavoro, almeno non ci siamo ammazzati. Ricordatemi che la prossima volta Sammy la lasciamo a casa.» mi prende per il culo Ian e trattengo a stento la voglia di tirargli un pugno perché ho l’impressione che sentirei male anche io.
Così ci rialziamo e ci guardiamo attorno.
Abbiamo creato una piccola radura e, sul limitare, accovacciato sopra ad un ramo, il chupacabra se ne sta immobile, scrutandoci con i suoi occhietti neri e crudeli, mostrando due zanne degne del miglior lupino in circolazione. Ora che lo osserviamo da così vicino e soprattutto ora che non è confuso dai colori dell’aura m’accorgo che ha un’aria stanca, provata, come di una bestia braccata. Propenderei per il dialogo, ma già una mano artigliata si protende verso la creatura per cercare di agguantarla, ma il chupacabra salta, balza sopra l’arto e spalanca la bocca, cercando di affondare le zanne nella pelle squamosa. Ma evidentemente non è così facile.
Sento i denti pizzicare la pelle e reagisco d’istinto con l’altra mano, calandola sopra la creatura come fosse una mosca fastidiosa.
Per un momento ho la sensazione di averla schiacciata, sento qualcosa di umidiccio nel palmo della mano, poi il dolore si ripercuote dalla mano al braccio e mi rendo conto che quella cosa ha bucato la pelle con quelle sue zanne poco prima di saltare via. Un sibilo, uno schiocco di ossa. Ci giriamo di scatto, Selene, Ian ed io, uniti in quell’unico corpo ma ancora un po’ in difficoltà a coordinarci.
Il chupacabra ci guarda, acquattato al suolo, con le zanne snudate e piene di sangue.
«Aspettate, lasciatemi provare una cosa…» la voce di Ian mi distrae dall’intenzione di provare di nuovo a schiacciarlo. Mi ritiro, lasciandogli l’iniziativa. Una forte pressione alla testa m’induce a pensare ad uno sforzo, mi sento sospinta verso l’esterno e mi ritrovo a guardare la bestia fatata fisso negli occhi.
«Sammy, tienilo li. Fissalo come fanno i cobra, presente? Come quando abbiamo preso per il culo Saigon, ricordi?» Ian sembra concentrato, così mi metto a fissare la bestia come quando, prima di partire, sfidai per gioco Saigon a guardarmi negli occhi.
Il mio clan possiede occhi di serpente e con questi anche il loro potere d’ipnotismo. Così, mentre sono li a tener ferma la bestia, sento la voce di Ian parlare con tono gutturale.
«Ehi amico… non vogliamo ammazzarti ok?»
Il chupacabra si agita, cercando di liberarsi dal mio sguardo, ma senza riuscirci.
«Su, su bello, non vogliamo farti del male. Siamo più forti e più veloci e tu non vuoi morire vero?»
La bestia fatata si scuote, si agita fisicamente, ma non schioda gli occhi dai miei, anche se comincio a faticare a tenere le palpebre spalancate.
Sento il potere di Selene fluire nel sangue ed affiorare nella voce di Ian, annullando il mio sguardo e sostituendolo con quello di Selene, la cui capacità, invece, è quella di vincolare chi ne è soggetto ad una sorta di adorazione.
Così la creatura sembra prendere a dondolarsi indolente sulle gambe, fino a sedersi pacificamente.
Quando una delle nostre mani artigliate si allunga per raccoglierlo, il chupacabra vi si aggrappa, agevolandoci la cattura.
«Si!» esulta Ian, ricevendo un’occhiata terrorizzata della bestia. Di nuovo affiorano i colori a circondarla, ora l’arcobaleno è quieto e tende ad un quieto azzurro pallido sui bordi.
Ora dobbiamo tornare.
Senza pensarci, lascio condurre il corpo del colosso serpentino da Ian, limitandomi a muovere i piedi quando necessario e a tenere poi il ritmo del battito delle ali.
Reggendo il chupacabra tra le dita, voliamo sopra la foresta, sorvolando la striscia di alberi che abbiamo abbattuto nell’atterraggio, chissà se il prossimo sarà come questo.
«Naaa, basta picchiate, atterraggio tranquillo, questa volta.» promette Ian, ghignandosela della mia preoccupazione.
Tornare richiede più tempo, ma solo perché ce la siamo presi con calma.
Ritroviamo il punto da cui siamo partiti e con qualche saltello, sollevando tanta polvere quanta ne solleverebbero le pale di un elicottero, scendiamo, poggiandoci pesantemente al suolo. Xavier se ne sta appoggiato ad una gabbia dalle spesse sbarre d’acciaio.
«Comunque sono dell’idea che una bella foto vi ci vorrebbe…» il tono strascicato di Xavier si alza a salutare il nostro ritorno.

Lascio che siano gli altri a preoccuparsi di rimettere la bestia nella gabbia. Sento la gabbia chiudersi ed il lucchetto che scatta. Il suono è acquoso per un momento, poi tutto torna nitido e tremendamente normale. Mi ritrovo alla mia statura normale, con la mano di Ian che, gelida, lascia la presa dalla mia spalla. Un po’ scombussolata lancio un’occhiata a Selene. Nelle mie stesse condizioni, ma stoicamente più inespressiva.
Una volta rinchiuso il chupacabra, la bestia non smette di guardarci, seduta sul fondo della gabbia, più umana della donna a cui ci accingiamo a restituirla.
«Xavier… potreste pensarci tu e Ivan a sistemare le ultime cose? Ivan ti dirà chi chiamare e cosa dire… io ho bisogno di lavarmi.» sento la mia voce, sento il tono stanco. Mi accorgo dell’occhiata stranita di Selene. La ricambio, accennando un mezzo sorriso.
«Mi sono accorta, Ian, che c’era una sola cosa su cui non hai perso il controllo.» il tono aspramente divertito, a cercare di buttare sul ridere la situazione che invece mi fa davvero schifo.
«Cosa?» Ian mi guarda perplesso, con le braccia incrociate e l’aria soddisfatta.
«La tua linguaccia.» gli rispondo, scuotendo il capo mi avvio verso la macchina.
«Beh, però io non ho la lingua biforcuta… per lo meno…» mi risponde ironicamente, strappandomi un mezzo sorriso.
Non rispondo, solo continuo a camminare, ora l’importante è che possa lavarmi e togliermi la sensazione di avere l’anima sporca. Il che è davvero assurdo, se si considera che io l’anima non ce l’ho nemmeno…

Precedente [Cronaca] Haiti's Voodoo Nights - 15 Successivo [Cronaca] Haiti's Voodoo Nights - Epilogo

Benvenuto Figlio delle Tenebre, vuoi lasciarci un commento?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.