Alcina

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La vera storia di Alcina

392 d.C. Tempio di Apollo, Delfi

«Amphrysia! Amphrysia!» la voce squillante della sorella la destò dal sonno, strappandola dalla visione della Dea. La dolce figura di Ecate, Dea unica e trina, scompariva all’occhio della sua mente, che tornava vigile alla realtà eppure lei vi si aggrappava, cercando di cogliere fino agli ultimi sussurri della Divinità, per non sprecare quell’oracolo venuto d’improvviso, eppure la veglia si portava via ogni suono, ogni ricordo e a lei non rimase nulla più che una catastrofica sensazione.

Abbandonata con le due sorelle, la più piccola Amaltea e la più matura Demofila, dai genitori alle porte del tempio quando la sorella Amaltea era da poco nata, qui erano state accolte tutte e tre come vergini vestali, sfamate, vestite e rieducate. Per lei e Demofila la vita era stata dura da principio, niente corse per i corridoi, niente urla nel tempio, niente giochi di bambine disegnati con le pietre rosse sul marmo bianco dell’aia del tempio.
Tuttavia, mentre Amaltea non aveva conosciuto altra realtà e Demofila pian piano s’era adattata crescendo a quella vita, ad Amphrysia era ancora difficile potervisi abbandonare con la serenità delle sorelle. Nulla di nulla era concesso loro, se non la preghiera e la guardia al sacro fuoco del Dio Apollo a cui si erano votate in castità.
Eppure Amphrysia, che pregava ardentemente la Dea Ecate più che il luminoso Apollo, possedeva un dono che le sorelle non avevano. Lei “vedeva” era una giovane Pizia, o Veggente, del Tempio di Delfi.
La sua “vista” era divenuta famosa in tutta Grecia e uomini potenti venivano da tutti luoghi per poterle parlare, per avere da lei una visione del futuro o un consiglio arguto della sua giovane, ma già saggia mente, per questo in molti la chiamavano semplicemente la Veggente. Fin da giovane pronunciava oracoli in nome degli Dei, ma da qualche tempo l’imperatore diffidava, o forse temeva, di quel suo potere eccezionale ed il tempio rischiava ogni giorno di venir chiuso al culto.

Amaltea quella mattina era entrata come un turbine impetuoso di vento nella sua fredda cella di vestale e l’aveva squassata energicamente, riportandola al giorno che era appena sorto.
«Che cosa succede Amaltea?» chiese la Veggente con voce impastata dal sonno.
«Oh per gli Dei tutti Amphrysia, sei ancora a dormire e noi già ci stiamo recando ai canti per Apollo! Muoviti o arriverai tardi!» la riprese.
Gli occhi splendenti di Amphrysia allora si spalancarono, accendendosi di vita, quasi la sorella avesse toccato il nervo giusto e saltò in piedi, rassettando la veste candida e la chioma bionda per nasconderla sotto al velo. Le altre vestali, quelle che da più tempo vivevano e pregavano in quel tempio di Apollo, si erano raccomandate perché nascondesse il viso, orribile dicevano, sempre sotto al velo, così come dovevano fare le sue due sorelle.

Ora, però, mentre si pettinava e s’incamminava dietro la più giovane sorella, Amphrysia aveva dimenticato di nascondere il suo volto, perché la sua mente cercava di riafferrare le fila del sogno di Ecate, con un senso di smarrimento e vuoto persistente, come se da li all’indomani sarebbe cambiato tutto; eppure la giornata era iniziata allo stesso, precipitoso, modo di sempre.
Con attenzione, in silenzio, entrarono nel tempio; le alte colonne maestose e gli immensi bracieri sempre accesi che spandevano l’odore di legno e fiori rapirono i suoi sensi e la sua attenzione.
Allora accadde. Mentre si affrettavano a mettersi in ginocchio insieme alle altre vestali, una figura evanescente che la fissava con insistenza da dietro le colonne attirò la sua attenzione e la mano con cui teneva quella della sorella perse la presa.
Mentre la Veggente si fermava per meglio vedere chi fosse, con occhi sgranati di spavento Amaltea corse a calarle con mani tremanti il velo davanti al volto, nascondendolo alla vista, purtuttavia non poteva sapere che ormai era tardi. Amphrysia invece ne divenne cosciente nel momento in cui realizzò chi fosse quella figura quando i suoi occhi, persa di vista quella, si posarono sulla statua del dio Apollo, di cui era vestale.
Trattenne il respiro e, certa di aver deluso la dvinità nel mostrargli seppur involontariamente il suo volto sfigurato, si precipitò a pregare. Lo fece con ardore e pentimento, con devozione e timore, supplicando il perdono per la propria mancanza ed innalzando le proprie preghiere con ancor più foga del solito.
Ci mise tanto fervore che non s’era accorta, d’un tratto, che era rimasta sola, nel tempio, che il sole del mattino inoltrato filtrava tra le colonne, illuminando ardentemente la statua. La fissò con occhi smarriti ed abbagliati; puro terrore la scosse in un forte brivido quando lo stesso Apollo apparve ai suoi occhi, davanti a lei.
«Fanciulla…» la chiamò, con la voce calda del sole sulle spighe dorate «alzati, vieni vicino a me.» la chiamò, protendendo la mano perfetta e mascolina.
Amphrysia tremò, tanto da temere di non riuscire ad alzarsi.
«Signore, mio Dio, io ti scongiuro, non farmi alzare, che ho peccato e nella fretta non ho nascosto il mio viso deturpato ai tuoi occhi così perfetti… e le mie gambe… signore, mio Dio, mi tremano così tanto per la paura della tua collera che non riesco a muoverle. Non chiedermi di alzarmi, non riesco a farlo…» la voce soave di Amphrysia riempì il tempio ed Apollo socchiuse gli occhi, degustandone il riverbero quasi fosse una coppa di buon vino che scivola in una gola cotta dall’arsura.
«Dolce Amphrysia… Riconosco la tua voce, la più forte e sonora tra tutte quelle delle altre Vestali. Tu da me non devi temere, vieni vicino e non aver paura di mostrarmi il tuo viso.» rinnovò la richiesta con pacatezza il Dio, attendendo che una tremante e spaurita Amphrysia si alzasse avvicinandosi con lentezza. Il capo chino e gli occhi al suolo, con le mani che tremavano mentre sollevavano il candido velo, la Veggente ubbidì, mostrando la propria turpe bellezza al Dio; eppure, osservandolo di sottecchi, la colpì l’espressione luminosa della divinità, facendola tentennare nelle sua paure.
«Hai mai pensato, dolce Amphrysia, che fosse per la tua bellezza e non per la tua bruttezza, che le altre vestali volevano rimanessi nascosta?» domandò con voce dolce e certa, di chi sa che è così.
Amphrysia scosse il capo e in quel mentre il volto di Ecate le balenò davanti agli occhi. Allora i bordi del suo vedere divennero sfocati, rosicchiati. Il dubbio s’insinuò nella sua mentre, facendole aggrottare le belle sopracciglia.
«Signore, mio Dio, questo è forse un sogno?» domandò allora, osando sollevare un poco gli occhi per guardarsi meglio attorno.
«Si e no, dolce Amphrysia. Da tempo anelavo a vedere il viso della mia più fedele ancella ed oggi, che ti ho intravista senza velo, ho deciso che è il giorno in cui ti avrò con me.» dichiarò, con una nota di fredda arroganza che fece paura ad Amphrysia, facendola tremare.
Sollevando lo sguardo in quello di Apollo, la Veggente rimase impietrita da ciò che vi vide specchiato.
Se stessa, bella e raggiante, coi lunghi capelli biondi e gli occhi verdi e scintillanti, i fini tratti del viso, sottili ma eleganti, non taglienti ma femminili.
AlcinaSi vide per la prima volta da che era adulta, giacché specchiarsi era una delle proibizioni di tutte le vestali di Apollo.
Si vide e rimase sbalordita.
«Che c’è, dolce e bella Amphrysia, sei forse stupita? Sei bella e il tuo spirito indomito varca le soglie del tempo per vedere oltre l’oggi, verso il domani. Sei bella e potente, Amphrysia, ed io desidero tu divenga mia.» le parole suonarono alla giovane vestale come un terribile vincolo, come un obbligo detestabile… o forse era la voce materna di Ecate nella sua mente a renderle tali, a privarle dell’aura divina che avrebbero dovuto possedere.
Scosse il capo cercando di abbandonare quella sensazione, ma rimaneva li, insita in lei, come un monito.
«Non posso, Signore, mio Dio, non posso, ho fatto voto di castità e di umiltà. Ho scelto la mia strada e non la abbandonerò.» disse, cercando di non far tremare la voce di paura.
«Avanti, stai rifiutando forse la mia richiesta?» chiese Apollo, lasciando trapelare la sua arroganza e il suo forte orgoglio di divinità.
«Si, Signore, mio Dio. Io rifiuto la tua richiesta che suona alle mie umili orecchie come un ordine e risuona come di pesanti catene ai polsi e ai piedi. Io sono vestale del tempio, la mia purezza è ciò che rende forte la mia veggenza e non desidero rinunciarvi. Esso è il mio destino.»
La fronte di Apollo si corrucciò, i suoi occhi sfolgorarono per l’orgoglio ferito, il suo indiscutibile potere messo in discussione da una giovane e mortale ancella.
«Verrai con me, Amphrysia, ma comprendo che tu debba riflettervi meglio. Sette giorni e tornerò a prenderti.» dichiarò, poggiando due dita sulla fronte della giovane «Nel mentre assaggia la tua mortalità.»
Un lampo accecante le attraversò la mente, il respirò si fermò, così anche il cuore, e quando la Veggente cadde a terra, tutto scomparve.
Le grida e i richiami delle altre donne la svegliarono. Avevano occhi spaventati, sguardi addolorati, voci tremanti di preoccupazione.
Le sue sorelle erano li, Demofila la sorreggeva e Amaltea le versava acqua sulle labbra aride.

«Sorella, che ti è accaduto?» domandavano con voci sofferenti, quasi sul punto delle lacrime.
«Non… non lo so, non ne sono certa… perché? Che accade?» lo domandò, ma qualcosa la indusse a specchiarsi negli occhi delle sorelle e ciò che vide la fece urlare, prima di scoppiare in un pianto dirotto, che continuò fino a quando non venne condotta fuori dal tempio, alla sua cella, sul suo duro letto di paglia e pietra.
Apollo aveva gettato su di lei tutti gli anni della sua vita in un solo momento, l’aveva ridotta ad una vecchia tremante, i capelli fini e grigi, spezzati dal tempo, le ossa scricchiolanti, i seni cadenti. Ogni parte di lei era grinzosa e vecchia. Le mani annichilite dai dolori e la schiena ingobbita dal tempo e sebbene Amphrysia fosse cosciente che così sarebbe accaduto col trascorrere del tempo, non era tuttavia pronta a vederlo accadere tutto in una volta.
Pianse per giorni, rifiutando di mangiare, rifiutando di vedere chiunque chiedesse della Veggente, rifiutando finanche i sogni stessi.
Una notte, infine, in cui il suo corpo era debole, tanto quanto si era assottigliata la sua anima, Amphrysia crollò nel sonno più profondo e oscuro che avesse mai fatto. In quel sonno Ecate la venne a trovare.
«Amphrysia, non piangere.» le disse, chinandosi sulla sua figura accoccolata al suolo a tremare. La mano si posò dolce sulla sua spalla e la vestale trasalì. Spaventata fissò con i grandi occhi acquosi la Dea e vi rimase imprigionata.
«Amphrysia, non temere l’ira di Apollo, io ti farò un dono, il dono della magia e dell’immortalità. Tu vivrai, Amphrysia, vivrai e sarai potente e nemmeno Apollo potrà mai più ferirti, ma dovrai fuggire lontano, fuggi Amphrysia, la rabbia di Apollo cadrà sul tempio e sulle sue Vestali. Adesso smettila di piangere, raddrizza le tue spalle e respira a fondo. Non ti scoraggiare, Amphrysia, il tuo Fato ti vuole altrove.» la voce dolce di Ecate, allo stesso tempo, giovane, tremula e materna si dissolse, come il sogno, lasciando Amphrysia in balia della luce dell’alba.
Apollo avrebbe portato il sole al suo apice e poi sarebbe tornato da lei. Sette giorni erano trascorsi e lei ora aveva poco tempo per convincere le vestali del tempio che non sarebbe servito a nulla pregare, Apollo non le avrebbe risparmiate ed era tutta colpa sua.

Quando raggiunse il tempio, con tutta la velocità delle sue gambe malferme, le vestali erano già intente a pregare. Si fermò sull’ingresso, un passo prima di entrare e giunse le mani al petto pregando.
«Ecate dammi la forza, non abbandonarmi nel momento del bisogno.» lo sguardo allora si sollevò davanti a se, le spalle scrocchiando si raddrizzarono, la schiena si allungò, sciogliendo la vecchia gobba. Lunghi capelli argentati si sciolsero dal velo, nell’aria frizzante del mattino e la Veggente di Ecate ritrovò la sua energia vitale, vibrando della forza concessale dalla Dea.
In tutta la sua maestosa presenza, Amphrysia rimase in piedi li ad osservare le schiene delle donne inginocchiate di fronte alla statua.
«Sorelle! Vestali di Apollo, lasciate le vostre litanie al vento e venite, venite con me, vi prego!» le chiamò, come amiche, sorelle e madri, le chiamò con la voce melodiosa di un tempo.
«Oggi Apollo distruggerà questo tempio e vi priverà delle vostre vite…» la sua voce venne interrotta da una risata. Un riso amaro di orgoglio e pregiudizio, che si levò da una delle Vestali più anziane.
La donna si eresse nella sua figura, volgendosi ad affrontarla, mentre le altre parevano gelate nel timore di compiere anche un solo passo sbagliato.
«Ah Amphrysia, vedo che sei di nuovo in piedi! Ma la tua mente vacilla ancora nel delirio… Apollo non distruggerebbe mai il suo tempio, non ucciderebbe le vestali che accudiscono il suo fuoco.» disse la donna, sicura nella sua fede.
«Oh si che lo farà, Deiphobe, lo farà e non risparmierà nessuna di voi.» dichiarò, con la sicurezza delle proprie visioni e delle parole di Ecate a guidarla, ma questa sua sicurezza venne presa come orgoglio dalla vestale, che passò tra le donne inginocchiate e le si avvicinò.
«Dimmi, perché sei così certa? Hai forse avuto una visione?» domandò, fissando la nuova Amphrysia, più bella che mai.
«Ne sono certa poiché la colpa sarà mia. Apollo desidera che gli stia accanto, ma io non desidero tradire i miei voti, ne pagherei un salato prezzo.» la devozione la spingeva a non cedere, ma sapeva non sarebbe stata vista come tale, dalle gelose vestali del tempio che per anni l’avevano costretta a nascondere il suo volto.

«Disgrazia! Un Dio ti chiede in sposa e tu rifiuti? Tu che a noi devi la tua intera vita non sei disposta a questo sacrificio? Accetta Amphrysia, non sei forse onorata della scelta di Apollo?» domandò Deiphobe, a nome delle altre donne. Ma già le sorelle di Amphrysia si stavano alzando.
Amaltea e Demofila scivolarono in silenzio sul pavimento di marmo e con esse alcune altre vestali, che lentamente raggiunsero Deiphobe e la oltrepassarono.
«Tu non capisci, Deiphobe. Tu credi di non possedere bellezza, né di avere un dono e per questo ti piegheresti alla volontà di un Dio, cedendo alle sue lusinghe. Invece tu possiedi la tua materna bellezza e la tua capacità innata di accudire creature sperdute, facendole sentire come a casa. Spezzando il tuo voto sacrificheresti questi tuoi doni che sono preziosi… per l’amore volubile di un Dio che, per capriccio, domani ti potrebbe abbandonare e maledire solo per non aver compiaciuto i suoi desideri.» la voce della giovane Amaltea rispose alla vestale più anziana, ma a quelle parole risuonò in risposta lo schiaffo che mandò al suolo la più giovane delle tre sorelle, mentre la mano levata di Deiphobe rimaneva levata a mezz’aria.
Quello bastò a Amphrysia per comprendere che non tutte le vestali sarebbero fuggite.
«Presto, presto, uscite, fuggite.» incitò le compagne, aiutando lei stessa Amaltea ad alzarsi e sospingendola fuori dal tempio. Poi lo sguardo tornò su Deiphobe e l’altra metà delle vestali ferme.
D’un tratto Amphrysia si rese conto che quell’immobilità era innaturale e la statua di Apollo allora prese vita, scese dal suo piedistallo e la donna si trovò a fronteggiare nuovamente il Dio, ma la sua influenza Divina era scomparsa, egli le appariva esattamente per quello che era. Bellissimo, ma arrogante, divino, ma crudele.

«Dunque hai preso la tua decisione, Veggente.» la fredda ira del Dio del sole trapelava dalle parole, facendola rabbrividire; come una canna al vento, Amphrysia non avrebbe ceduto, si sarebbe piegata, ma non si sarebbe spezzata, dunque rimase ferma, impettita.
La mano di Apollo allora scattò a colpire con violenza e ferocia Deiphobe. Vittima innocente dello sfogo divino, il corpo della vecchia vestale, scioltosi dall’incantesimo, volò contro una colonna di pietra. Scricchiolii terribili d’ossa risuonarono e Amphrysia non poté evitare di correre verso di lei, chiamandola disperatamente per nome.

Un gemito dalla bocca insanguinata ed un movimento convulso della schiena, prima che l’anziana vestale sputasse un sorso di sangue e aprisse gli occhi.
La Veggente le prese la mano, la tirò in grembo e la cullò, mentre Apollo rideva della fragilità umana.
«E’ dunque questo che desideri? Morire come un insetto schiacciato dal piede di una creatura più grande? Allora morrai Amphrysia!» e mentre il Dio prendeva per i capelli un’altra delle vestali immobilizzate dal suo stesso incantesimo per scagliarla, le mani della Veggente presero a formicolare, d’un potere che ancora non conosceva. Sentì esalare l’ultimo respiro di Deiphobe e da esso trasse la forza per scatenare un vento sempre più forte, impetuoso, una tempesta che oscurò il cielo ed il sole portando grosse e dense nubi grige. A quella cupa luce, Apollo parve perdere molto del suo fascinoso splendore e la Veggente, alzandosi in piedi, raccolse ogni briciolo di magia le fosse resa a disposizione, pronta a scagliarlo su di lui.
«Uccidendo Deiphobe, Apollo, hai spezzato il cerchio di fede che questa donna aveva costruito per te.» la voce di Ecate, cupa e brontolante quanto un tuono lontano, uscì dalla bocca di Amphrysia «Questa Veggente è mia protetta, mio caro gemello luminoso, il suo destino non è diventare tua sposa, ha grandi atti da compiere davanti a se e non può fermarsi certo a compiacere i tuoi sciocchi appetiti.»
Gli occhi di Apollo allora si spalancarono nel riconoscere la sorella e con un impeto di rabbia scagliò ciò che gli rimaneva della sua magia contro la statua dietro se, conscio di non potersi battere contro di lei. La pietra esplose ed andò in frantumi coinvolgendo alcune colonne e le vestali ai suoi piedi, che vennero inesorabilmente schiacciate o ferite dalle pietre, incapaci di fuggire. Apollo percepì il nuovo affievolirsi del suo potere e gridò di dolore. Lo smacco era troppo grande per lui, si stava rovinando con le sue stesse mani e la donna che desiderava si era votata alla sua gemella oscura, la sorella che era nata dall’ombra che la sua stessa luce gettava, Ecate.

«Vattene Apollo! Ogni vestale che muore si porta via una po’ della tua forza, ti stai uccidendo da solo fratello. Loro credevano in te, loro ti davano la forza con la loro fede, adesso sei rimasto solo in questo tempio. Vattene!» lo avverti la Dea nel corpo di Amphrysia.
«La avrò Ecate, un giorno sarà mia!» ringhiò, ferito nell’orgoglio. Sollevò le braccia, richiamando a se la luce del sole nascosta tra le nubi, riuscendo a trarne a malapena un singolo raggio, che filtrò fino a lui avvolgendolo in un’abbacinante luce dorata; sfolgorò e sparì, prima che il suo potere potesse essere del tutto inghiottito dalla sua stessa ira.
Il corpo della Veggente si afflosciò sulle sue stesse ginocchia, quando il potere di Ecate la abbandonò, accasciata al suolo, con ancora lo scricchiolante potere di Ecate che le riecheggiava nella testa, Amphrysia si guardò le mani, sporche del sangue di Deiphobe. «Non dovevano morire…» mormorò, sentendosi in colpa.
«Esse vivranno in eterno, Amphrysia, non temere. Hanno adempiuto al loro dovere di vestali, non verranno dimenticate.» la rassicurò la triplice voce di Ecate.
La sua figura mutevole di fanciulla, madre e vecchia che si scioglieva e ricostruiva in continuazione, confondeva la mente di Amphrysia che non poteva fare a meno di fissarla, speranzosa.
«Adesso vai, mia Veggente, fuggi da questo posto dimenticato dagli Dei, corri verso il tuo Destino e non guardarti indietro.» la esortò la Dea.
Amphrysia si accorse di piangere solo quando sentì il sapore salato delle lacrime sulle labbra «E le mie sorelle?» chiese, spezzato il cuore al pensiero di lasciarle.
«Non temere per loro, sono fuggite ed avranno una buona vita, ma non fanno parte del tuo Fato. Ora tu sei immortale, Amphrysia, e la mia magia scorre in te, dovrai imparare ad usarla. Gli uomini ti temeranno, ma ho bisogno che tu non ceda, che il tuo cuore rimanga puro e fedele. Un giorno capirai, ma adesso va.» mentre Ecate spariva, la Veggente si rialzò i piedi e cercò di raggiungerla, ma le sue mani rimasero vuote e lei rimase sola.
Il tempio distrutto nei primi raggi del sole mattutino dopo la tempesta era il luogo in cui Amphrysia sarebbe morta, il luogo in cui sarebbe nata un’altra Veggente, un’altra donna.
Amphrysia abbandonò le vesti sporche di sangue e polvere e indossò abiti più comuni e si avviò giù dall’altopiano, verso i moli, dove le imbarcazioni erano ormeggiate.
Mentre camminava tra la gente, la figura intagliata sul fianco di una nave attirò il suo sguardo.
«E’ bella la tua barca.» disse al marinaio che l’aveva osservata avvicinarsi, quasi la aspettasse.
«Si chiama Ecate. Dove devi andare, fanciulla?» domandò l’uomo come se non avesse altra scelta che pronunciare quelle parole.
«Oltre il mare, oltre le onde, oltre la tempesta.» disse lei, ripetendo a sua volta parole che sapeva di dover dire. Il Fato si era messo in moto e niente e nessuno avrebbe impedito, quel giorno, alla Veggente di andarsene.
«Come ti chiami?» chiese ancora il marinaio.

«Alcina,» disse «sono una Veggente e prevedo che questo viaggio sarà un buon viaggio.» le parole fecero sorridere il marinaio che senza indugio la accolse sulla sua barca, pronto a portarla ovunque volesse, come il Destino aveva scritto…

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Informazioni su Shekinah

Sono la burattinaia, sono il filo che da oggi reggerà il tuo burattino Sono colei che muoverà le dita ad indicare la tua sorte. Obbligherò le tue membra ad alzarsi contro il volere della Natura stessa, senza che tu possa fermarmi. Eseguirai la mia danza. E ti piacerà.

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